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Alpinismo | 22 ottobre 2025 | 19:00

"Senza dubbio la notte più difficile da quando scalo. Tutte le forze erano concentrate su un pensiero: sopravvivere". Il racconto di Hervé Barmasse dalla parete sud del Numbur Peak

L’alpinista valdostano, insieme ai compagni di cordata Felix Berg e Adam Bielecki, ha firmato la prima ascensione assoluta della parete nella valle di Rolwaling in Nepal. La nuova via "Nepali Ice Spa", affrontata in stile alpino, è culminata con un bivacco estremo a 6900 metri, senza tenda né sacco a pelo, con una temperatura di -25 °C e con raffiche di vento fino a 60 km/h: "Tecnicamente, si può anche essere pronti per salire qualsiasi cosa. Ma per un’avventura così, non lo si è mai abbastanza"

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
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Il 19 ottobre, l’alpinista valdostano Hervé Barmasse, insieme al tedesco Felix Berg e al polacco Adam Bielecki, ha realizzato la prima salita assoluta della parete sud del Numbur Peak in stile alpino.

 

Conclusasi col raggiungimento della vetta del Numbur a 6958 metri, nella valle di Rolwaling in Nepal, la nuova via è stata ribattezzata dai tre compagni di cordata Nepali Ice Spa. Non un nome a caso, specie se si considera che ha richiesto - tra le altre cose - un bivacco a 6900 metri, senza tenda né sacco a pelo, a -25 °C e con raffiche di vento fino a 60 km/h.

Queste le parole con cui Barmasse ha celebrato l’impresa: “L’alpinismo ci insegna: testa, sempre testa. La vetta ci accoglie. Siamo felici. È stata un’ascensione ‘thriller’, tecnicamente splendida, umanamente profonda. Un’esperienza in cui, per ore, abbiamo messo alla prova la nostra resilienza e la nostra resistenza al dolore, al gelo”.

 

La cordata infatti ha incontrato difficoltà valutate in ED-, ‘Estremamente Difficile meno’ o VI grado, che comprendevano tratti di ghiaccio verticale e passaggi misti di roccia e ghiaccio.

L’alpinista valdostano ha poi affidato ai propri social un piccolo reportage della spedizione.

 

“È stata una salita a dir poco rocambolesca. Arrivati all’attacco della parete, Adam non stava bene: vomito, debolezza, mancanza di forze. Ci guarda e ci invita ad andare avanti senza di lui. Felix risponde: 'Siamo una squadra, proviamoci assieme, se le cose non funzionano possiamo sempre tornare indietro e provare nei prossimi giorni'”.

Così la cordata unita dà l’attacco alla parete, seguendo - nella parte iniziale la linea già percorsa da una precedente spedizione catalana del 2016. “La scalata si snoda lungo una sequenza di cascate di ghiaccio spettacolari”. L’idillio degli scalatori è però presto interrotto da scariche di ghiaccio e pietre iniziano a piovere dall’alto, costringendoli a cambiare la loro strada.

 

“Decidiamo di abbandonare la linea tentata dai catalani per un percorso più diretto, più difficile, più incerto”. Qui Barmasse racconta di essere stato colpito alla spalla; ma “tornare indietro, sotto quelle scariche, sarebbe stato ancora più rischioso”. Da lì in poi la difficoltà cresce, per l’entusiasmo dei tre alpinisti; che si fermano soltanto di fronte agli ultimi duecento metri: “Salire significava letteralmente nuotare nella neve inconsistente, senza possibilità di proteggersi”.

Quando finalmente superano il passaggio, a soli sessanta metri di dislivello dal traguardo, si accorgono dell’ora tarda: non si può andare avanti. “Ci spostiamo sotto una cornice di neve e decidiamo di bivaccare: senza tenda, senza sacco a pelo, senza cibo. Adam ha con sé un telo d’emergenza sotto il quale ci ripariamo, seduti, coprendoci volto e piedi. All’inizio scherziamo, ridiamo fiduciosi. Poi il vento si alza, le raffiche toccano i 60 km/h, la temperatura scende rapidamente a -25°C”. Tutte le forze sono concentrate su un solo pensiero: sopravvivere. Barmasse ha descritto quella notte come la più difficile da quando scala; e di notti in quota ne ha passate parecchie.

 

“All’alba ci guardiamo: siamo vivi. Nessun congelamento. Stiamo bene”.

Di lì alla vetta del Numbur Peak è un passo. L'esperienza ha maturato in loro una persuasione: “Tecnicamente, si può anche essere pronti per salire qualsiasi cosa. Ma per un’avventura così, non lo si è mai abbastanza. Alla fine, quello che resta è ciò che senti dentro: la passione per la vita e la consapevolezza che le scalate più difficili trasformano la vetta in un dettaglio, mentre sopravvivere agli elementi è la vera impresa”.

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