Tanti itinerari storici abbandonati e dimenticati: il 2003 per gli alpinisti è l'anno di passaggio a condizioni sempre più deteriorate. Un patrimonio culturale in bilico?

Dai crolli più frequenti ai crepacci più larghi e difficoltosi da aggirare. L’alta montagna è tra i luoghi più vulnerabili all'aumento delle temperature e questo condiziona sempre di più l’esperienza di chi frequenta quei territori. La pratica dell’alpinismo si trova oggi a fare i conti con scenari profondamente mutati rispetto al passato. Un recente studio ha analizzato il rapporto tra alpinismo e crisi climatica, offrendo una base di riferimento per nuove riflessioni e per la raccolta di evidenze scientifiche. 26 processi che a causa del cambiamento climatico stanno modificando la pratica dell’alpinismo

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Solo pochi anni fa l’Unesco ha riconosciuto l’alpinismo come patrimonio culturale immateriale. Questo riconoscimento simbolico celebra secoli di storia e di relazioni tra la nostra specie e le terre alte, identificando la pratica dell’alpinismo come un fondamentale approccio attraverso il quale abbiamo imparato a conoscere i territori in quota da una parte e noi stessi dall’altra. Sappiamo quanto i terreni montani siano colpiti dal cambiamento climatico. Lassù dove la topografia si impenna e compaiono nevi e ghiacci perenni, le temperature crescono a una velocità molto maggiore rispetto alla media globale, portando a trasformazioni rapide e progressive.
Non è soltanto il mondo naturale ad essere colpito da ciò. I ghiacciai scompaiono, il permafrost si degrada, le specie salgono in quota. Ci sono però anche altri aspetti colpiti e riguardano la nostra possibilità di esercitare specifiche attività in montagna. Spesso poniamo l’attenzione sugli sport invernali, in primis lo sci da discesa. Su montagne più calde lo spazio bianco si riduce progressivamente, impattando la gestione dei comprensori per lo sci alpino e la loro fruizione. Non c’è però solo lo sci. Anche l’alpinismo subisce i contraccolpi lanciati dal cambiamento climatico. Questa pratica, nata e sviluppata proprio sulle Alpi, sta subendo profonde e spesso silenziose trasformazioni. L’alpinismo del futuro sarà inevitabilmente molto diverso da quello dei decenni passati.
Chiunque frequenti l’alta montagna è costretto a simili riflessioni. Sono sempre di più gli itinerari alpinistici divenuti irriconoscibili rispetto a pochi anni fa. Alcuni sono ormai impercorribili a causa di rischi oggettivi crescenti, o addirittura perché non esistono più porzioni di ghiaccio o roccia su cui si sviluppavano. Il ritiro dei ghiacciai e i grandi crolli cambiano la forma delle montagne e gli itinerari che su di esse si sviluppavano. Spesso queste considerazioni rimangono confinate tra i pensieri di chi pratica l’alpinismo, mancando riferimenti solidi che riportino dati e opinioni condivise su questi fenomeni.
Per ovviare a questa situazione, un team di ricercatori dell’Università francese della Savoia/Monte Bianco ha recentemente pubblicato uno studio sulla rivista internazionale Progress in Physical Geography con l’obiettivo di prendere in rassegna gli studi esistenti su questi temi, fornendo un documento che possa servire da riferimento per futuri lavori su questo tema. Il lavoro si intitola Impacts of climate changes on alpinism – A review.
Per definizione la nascita dell’alpinismo è fissata al 1786, l’anno in cui per la prima volta venne raggiunta la vetta del Monte Bianco. A quel tempo il clima delle Alpi e del pianeta era molto diverso rispetto ad oggi. I ghiacciai traevano un vigore oggi difficile da immaginare grazie al clima rigido della piccola età glaciale. Da quel momento in poi l’evoluzione dell’alpinismo si è intrecciata con la variabilità climatica e da ultimo con il riscaldamento di origine antropogenica che domina il clima globale da svariati decenni.
Agli albori dell’alpinismo non era raro aprirsi la strada verso vette inespugnate spiccozzando centinaia, o addirittura migliaia, di gradini nel ghiaccio. Un modo di progredire sfiancante, ma anche sicuro. Spesso i primi esploratori delle Alpi preferirono infatti cercare il miglior percorso su ghiaccio invece che su roccia. Questo perché anche ghiacciai ripidi potevano essere domati incidendo gradini nella massa gelata. Sulla roccia le difficoltà erano invece più difficili da addomesticare.
Negli ultimi decenni tutto è però cambiato. Specialmente negli ultimi vent’anni il ritiro dei ghiacciai è diventato tanto intenso da stravolgere l’aspetto dell’alta montagna. La frequenza delle ondate di calore, la progressiva salita dello zero termico, la fusione sempre più intensa dei ghiacciai e la degradazione del permafrost stanno rendendo un numero sempre crescente di percorsi instabili e oggettivamente rischiosi. Nel lavoro viene indicato un anno specifico come punto di cesura: il 2003. In quell’anno sulle Alpi le temperature estive raggiunsero valori record, che solo recentemente sono stati superati (estate 2022). Il 2003 è indicato da molte alpiniste e alpinisti il passaggio a condizioni via via più deteriorate, tali da rendere la pratica dell’alpinismo diversa rispetto al periodo precedente.
Prendendo in considerazioni lavori e studi precedenti, nel nuovo articolo vengono identificati 26 processi che a causa del cambiamento climatico stanno modificando la pratica dell’alpinismo. Molti di essi sono legati all’evoluzione e al ritiro dei ghiacciai. Ricordiamo per esempio il ritiro delle lingue, che ha trasformato percorsi prima sviluppati su ghiaccio, in tracce che si snodano su terreno morenico instabile o su placconate levigate dall’azione erosiva dei ghiacciai. Allo stesso modo la perdita di spessore ha generato tanti e diversi impatti. Sono numerosi i rifugi alpini che hanno dovuto munire di scalette e tratti attrezzati i percorsi che permettono di raggiungerli. La perdita di spessore dei ghiacciai ha infatti creato scalini verticali di decine di metri, non sempre aggirabili. La perdita di spessore preferenziale che avviene nei settori glaciali alle quote inferiori ha anche aumentato la pendenza di molte superfici, rendendo più tecnici e pericolosi percorsi che in passato non presentavano significative difficoltà. Anche l’aumento della copertura detritica ha avuto un impatto significativo su molti percorsi. Muoversi su ghiacciai ampiamente ricoperti di detrito può non apportare maggiori rischi, ma sicuramente rende la progressione più lenta e difficoltosa. Non solo detriti, ma anche crepacci sempre più larghi e difficoltosi da aggirare. Questo riguarda specialmente le cosiddette crepacciate terminali, ovvero quelle poste alla testata di un ghiacciaio e che separano la parte di ghiaccio che scende a valle da quella immobile ancorata alla roccia.
L’altra famiglia importante di processi non riguarda i ghiacciai bensì il permafrost. In questo caso la sua degradazione sta portando a un aumento dell’instabilità dei versanti, rendendo più frequenti i crolli, sia di piccola entità che di grande dimensione. Sono ormai diversi gli eventi di questo tipo che hanno letteralmente cancellato diversi itinerari alpinistici che non potranno più essere ripetuti. Si potrebbe pensare che dopo il crollo di una parete si abbia a disposizione un foglio bianco dove poter tracciare nuove vie. Non è così perché le cicatrici lasciate da questi fenomeni sono altamente instabili e soggette a nuovi crolli. Quelle porzioni di montagna diventano a tutti gli effetti inaccessibili e impercorribili.
I pochi studi disponibili riconoscono in modo unanime che la grande maggioranza degli alpinisti e delle guide sono consapevoli degli impatti prodotti dal cambiamento climatico sul loro “terreno di gioco”. Gli autori passano in rassegna oltre trenta diverse strategie per adattare la pratica dell’alpinismo alla trasformazione del clima. Dalla scelta di nuove stagioni per affrontare specifici itinerari, alla diversificazione delle attività, fino al considerare nuove regioni e ad abbandonarne altre.
Si è così sviluppata una sorta di “intelligenza climatica”: un insieme di stratagemmi, reazioni e schegge di conoscenza empirica che si traducono in una nuova e diversa reattività agli stimoli prodotti dall’alta montagna. Una capacità di leggere condizioni mutevoli in tempi rapidi. Tuttavia, lo studio evidenzia anche un senso di fatica e di perdita che sta lentamente diffondendosi nella comunità alpinistica. Tanti itinerari storici vengono abbandonati e dimenticati e diventa necessario considerare non soltanto gli aspetti estetici e tecnici in vista di un’uscita, ma anche quelli legati alle pericolosità indotte dal cambiamento climatico.
L’invito a un cambiamento di prospettiva è esplicito. Per garantire la sopravvivenza dell’alpinismo e del suo patrimonio culturale non basteranno strumenti di adattamento personale sviluppati nel breve termine. Sarà sempre più necessario ripensare ai valori e alle consuetudini di questa antica disciplina, adattandole alle conseguenze del cambiamento climatico. La ricerca scientifica potrà e dovrà fornire strumenti utili per la gestione dei rischi, tuttavia sarà sempre più necessario che anche chi pratica l’alpinismo in prima persona si interroghi sul significato di muoversi nelle terre alte, vivendo da protagonisti i profondi cambiamenti indotti dal cambiamento climatico.
Una peculiarità dell’alpinismo è che la sua eredità si conserva solo in piccola parte nei musei. La sua storia è scritta innanzitutto sulle cime e lungo i versanti delle montagne. È lassù che il cambiamento climatico sta cancellando la tela su cui sono stati tracciati gli itinerari del passato. Il rischio che tante di quelle testimonianze vadano perdute è reale. Da quel rischio può nascere una sfida: reinventare l’alpinismo come pratica di consapevolezza. Ai tempi del cambiamento climatico, salire le montagne non è più soltanto un gesto di libertà e intrattenimento, alimentato dal desiderio di frequentare i grandi spazi naturali. L’alpinismo potrebbe diventare anche un esercizio di consapevolezza verso i grandi cambiamenti che attraversano gli ambienti naturali.













