Quando le Alpi diventano montagne tropicali. In 55 anni la quota dello zero termico si è alzata di oltre 300 metri

Con una frequenza crescente sentiamo parlare di quota dello zero termico, specie in estate. Sebbene sia diventato un argomento meteorologico popolare, spesso non conosciamo di quanto si sia effettivamente alzato questo parametro. Nel periodo estivo lo zero termico ha guadagnato 365 metri tra il 1979 e il 2024, 81 metri ogni dieci anni. Il dato ci racconta una cosa: le Alpi in estate si avvicinano sempre più a essere vere e proprio montagne subtropicali

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La quota dello zero termico è entrata nel vocabolario meteorologico fondamentale. Fino ad alcuni anni fa era un parametro meteorologico che avremmo potuto considerare specialistico. Oggi è invece qualcosa di cui parlano in continuazione i bollettini meteorologici, i notiziari, i siti dedicati alla meteorologia e chi più ne ha più ne metta (qui un approfondimento sull’argomento). Tale sovraesposizione mediatica è ovviamente accompagnata dal fatto che siamo anche noi ad aver imparato a leggere e interpretare questa variabile. Discutere della quota dello zero termico è diventata parte non secondaria delle infinite discussioni sullo stato del tempo meteorologico che abbiamo con gli amici e parenti.
Il motivo della popolarità dello zero termico? Credo che il segreto stia nella semplicità di questo parametro e nell’efficiente funzione comunicativa che esso svolge. Mi spiego. Avere una massima della temperatura al livello del mare di 36-37-38° è impressionante (o perlomeno dovrebbe esserlo quando diventa la normalità estiva), tuttavia oltre una certa soglia è difficile dare un senso a questa rincorsa della colonnina di mercurio. Con 37° gradi fa caldo, con 38° fa caldissimo, con 39°? E con 40°? Lo zero termico per come è definito varia in modo molto più vistoso. Centinaia o addirittura migliaia di metri. Valutando la posizione di questa linea immaginaria nell’alto del cielo diventa più intuitivo dare un senso alle temperature folli che si accompagnano alle ondate di calore alimentate dal riscaldamento climatico.
E poi c’è un’altra cosa, che funziona molto bene per i paesi alpini come l’Italia. Per coincidenza la quota massima delle Alpi non è troppo distante dalle quote massime che lo zero termico raggiungeva fino a qualche anno fa in estate. Nella climatologia pre-riscaldamento globale lo zero termico superava raramente i 4500 metri. Le cime più alte dell’arco alpino rimanevano quindi costantemente al di sotto di tale livello, mantenendosi perennemente a temperature negative. Ora è frequente che anche il punto più alto delle Alpi - la cima del Monte Bianco - si trovi diverse centinaia di metri al di sotto dello zero termico (potete trovare notizie a riguardo qui, qui o qui). La questione diventa quindi anche simbolica. Quando lo zero termico schizza a 5000 metri, le Alpi - che ricordiamolo, sono le montagne dove è nata la glaciologia - si trasformano temporaneamente in montagne tropicali, dove anche le cime più alte registrano temperature positive. Questo fatto è un simbolo che ci colpisce e che rende popolare il concetto di zero termico.
Lo zero termico ci ha insegnato che il cambiamento climatico è riuscito nell’impresa di trasformare - per brevi periodi fino ad ora - le Alpi in montagne sub-tropicali, al pari dell’Atlante, dei rilievi iraniani o di quelli greci.
Rimane però un punto oscuro in questo discorso, reso estremamente attuale dall’infinita sequela di “in estate ci sono sempre stati 40°”, “non fa più caldo di una volta”, “tanto in estate ha sempre fatto caldo”. La memoria meteoclimatica è limitata. È davvero difficile mantenere percezioni veritiere sulle condizioni meteorologiche di un certo periodo. Magari riusciamo a dire che la scorsa estate è stata calda o piovosa, che l’autunno trascorso è stato di bel tempo o cose simili, ma quando ci avventuriamo più in là nel tempo tutto diventa difficile e confuso.
Dove arrivava lo zero termico nel 1990? È salito rispetto ad allora? E se sì, in quale stagione? A meno che non annotiate su un taccuino un’infinità di dati meteorologici, immagino non possiate rispondere a questa domanda.
Ovviare al problema è però possibile. Grazie al database ERA5 del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (anche noto come ECMWF) è possibile scaricare una montagna di dati globali sulla meteorologia degli ultimi decenni, validi in qualunque regione del pianeta. E così ho scaricato i dati che servivano per calcolare la famosa quota dello dello zero termico nella regione alpina dal 1979 a oggi. I dati sono riportati qui sotto.

In termini assoluti, considerando tutto l’anno, l’aumento della quota dello zero termico è evidente e significativa. Nel 1979 si posizionava a 2525 metri, nel 2024 ha toccato i 2830 metri. La salita ha quindi complessivamente superato 300 metri in 55 anni. Mediamente ogni dieci anni lo zero termico è salito di circa 65 metri.
Considerare i dati annuali ha sicuramente un pregio perché permette di apprezzare un fenomeno nella sua interezza. Tuttavia può valere la pena scorporare il dato nelle 4 stagioni (intese in senso meteorologico). Questo permette di fare qualche considerazione in più. Nei grafici qui sopra sono infatti riportati gli andamenti dello zero termico per le quattro stagioni.
La cosa più evidente è che in effetti la salita dello zero termico risente molto della stagionalità. In estate la salita è stata di oltre 80 metri per decennio, in inverno “solo” 58. Quindi effettivamente il problema dello zero termico a quote sempre più alte è effettivamente un meccanismo che agisce in estate più che in altri periodi dell’anno. Perché proprio l’estate? Perché è l’estate a risentire maggiormente dell’invadenza dei poderosi anticicloni di matrice nordafricana. Nelle altre stagioni le masse d’aria calda sviluppata nell’entroterra africano hanno più difficoltà a raggiungere le nostre latitudini.
In estate i 3 anni che hanno visto il valore schizzare più in alto sono stati il 2003, il 2022 e il 2024 con rispettivamente 4054, 4111 e 4123 metri di quota media stagionale estiva dello zero termico. Per fare un raffronto possiamo considerare uno qualsiasi degli anni ’80. Prendiamo il 1986; in quell’anno la quota media stagionale estiva dello zero termico fu 3619 metri, mezzo chilometro più in basso rispetto a quanto osservato nel 2024. Considerando i dati medi, dal 1979 a oggi la quota dello zero termico media estiva è salita di 365 metri.
Forse questo dato è ancora più impressionante rispetto alle sparate a oltre 5000 metri a cui ci stiamo lentamente assuefacendo. Avere uno zero termico che si mantiene mediamente a 4100 metri per 3 mesi è un segnale spaventoso per i ghiacciai alpini. Significa che nel periodo estivo solo quei pochi ghiacciai che ammantano le massime cime delle Alpi hanno mantenuto una significativa quantità di neve. Tre mesi di fusione sono infatti in grado di annullare anche le stagioni di accumulo più abbondanti al di sotto della quota dello zero termico.
Ecco perché difficilmente la maggior parte dei ghiacciai alpini ha un futuro davanti a sé. Con questo clima e con queste temperature è impossibile riescano ad accumulare neve e nuovo ghiaccio. E come dicevamo qualche giorno fa: un ghiacciaio senza neve è come una persona senza pane.
La prossima volta che sentirete qualcuno sostenere che in estate ha sempre fatto caldo, raccontategli di questi dati.













