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Alpinismo | 05 ottobre 2026 | 18:00

"Ho capito che la gente mi vedeva solo come alpinista, allora mi sono rimproverata molto: avevo trascurato di darmi valore come persona". Tamara Lunger con L'Altamontagna al Festival Oltre le Vette

"Mi sono stufata di dover esser qualcosa: alpinista, scialpinista, questo o quell'altro. Adesso sono solo io, Tamara". Venerdì 9 ottobre, (ore 21.00) al Teatro Comunale Dino Buzzati di Belluno, Tamara Lunger racconterà una parte di sé ai più rimasta nascosta. L'evento è a ingresso gratuito, ma per partecipare è necessario prenotarsi (link prenotazione nell'articolo)

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Come si convive con un'etichetta che ci si sente attaccata addosso, ma in cui non ci si riconosce più? Quanto è difficile non appagare più le aspettative della società? Come si ricomincia a vivere?

 

Sono queste alcune delle domande a cui Tamara Lunger proverà a rispondere, dialogando con Pietro Lacasella e Samuele Doria, in occasione della serata Oltre l'alpinismo curata da L'Altramontagna nell'ambito del festival Oltre le Vette.

 

L'evento si terrà venerdì 9 ottobre (ore 21.00) al Teatro Comunale Dino Buzzati di Belluno: è a ingresso gratuito, ma per partecipare è necessario prenotarsi (QUI per prenotarsi gratuitamente).

 

Tamara Lunger è la seconda donna italiana ad aver scalato il K2. Nel 2016 ha sfiorato la vetta del Nanga Parbat in invernale fermandosi a 100 metri dalla cima e nel 2021 si è ritirata dalla spedizione invernale sul K2 (costata poi la vita a 5 amici e compagni di cordata). Dopo questa esperienza dolorosa, si è trovata di fronte alla difficile scelta di mettere in discussione il suo rapporto con l'alpinismo. In vista dell'evento abbiamo fatto due chiacchiere con Tamara, che ci ha concesso qualche anticipazione e confidenza.

 

 

Ad oggi, cos'è stata per te la montagna?

 

La montagna è stata senz'altro una delle maestre più grandi della mia vita, nel bene e nel male. Era un luogo dove giocare, sperimentare, esprimermi, era ed è ancora il massimo per me. Almeno fino al K2 su questo non ho avuto dubbi, ho sempre guardato alla montagna con amore e dedizione, ogni giorno in cui non ero in montagna era un giorno perso. Poi ho capito che la gente mi vedeva solo come alpinista, che per loro non ero altro che questo. Allora mi sono rimproverata molto, mi sono resa conto che così avevo trascurato di darmi valore come persona. Così ho deciso di ripartire da zero, di prendermi cura di me e di valorizzare la mia personalità. In quel momento l'alpinismo l'ho sentito un po' come una trappola. Ecco perché ora l'alpinismo si è un po' allontanato da me, o io mi sono allontanata da lui. Perché non volevo essere solo quello, io penso di essere molto altro. In primis una persona con molte passioni. Poi, io tendo sempre a far emergere la mia parte infantile, spesso ho bisogno di sentirmi un po' una bambina; allora facendo qualcosa di nuovo, come il parapendio, mi si è aperto un mondo, sono tornata ad essere la bambina che, piuttosto che dimostrare, doveva imparare.

 

 

Pensando a una vita come la tua, viene in mente un sogno fatto di esplorazione e libertà. Ma nella realtà, quanta parte ha nella vita di un'alpinista la performance e quanta ne ha la scoperta?

 

Dipende sempre dalla persona che si è. Io fin da bambina avevo la tendenza a spingere i limiti verso l'alto, il bisogno continuo di eccellere. Chiedevo moltissimo a me stessa, la prestazione era molto, molto importante, volevo sempre il massimo. Non era una vita facile perché è come se ogni giorno mi dovessi sempre reinventare la ruota. Spesso mi sono ritrovata a pensare a come sarebbe stato bello avere una vita normale, felice con quello che c'è, e a non dover ogni giorno dare qualcosa di più. Questa sensazione costante di non bastare aveva un peso, e ho sentito di doverci lavorare. Non volevo più andare avanti a non bastarmi. Volevo continuare a dare il massimo, ma con felicità, con la consapevolezza di aver dato il massimo e che va bene così.

 

 

Cosa c'è oltre l'alpinismo? Chi è oggi Tamara Lunger?

 

Io non voglio essere più niente, mi sono stufata di dover esser qualcosa: alpinista, scialpinista, questo o quell'altro. Adesso sono solo io, Tamara, non voglio mettermi in un cassettino. Voglio la libertà di essere tutto o anche niente, a seconda della mia giornata, di come mi sento. La parola che forse mi rappresenta di più ora è soul mountaineer. C'è una parte di anima e una di montagna, che non si escludono, ma coesistono. Ora sento il bisogno di trovare un equilibrio tra il mio polo femminile, l'anima e la profondità, e quello maschile, la fisicità e la potenza. Fino ad ora sono stata sempre ossessionata da questo secondo aspetto della mia personalità, che mi faceva spingere fino allo stremo e annullare quell'altra parte; nel tempo questa forma di repressione mi ha causato sempre più dolore, facendomi stare ogni giorno peggio. Ora mi pongo l'obiettivo di trovare un compromesso tra questi estremi. Poi certo, io amo l'intensità, mi piace essere molto felice e molto triste, ci sto male nell'acqua piatta, quindi ok alle emozioni forti, ma devo trovare loro un equilibrio.

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