Iniziò a scalare con una corda del bucato e un paio di vecchie ciabatte e divenne uno dei più grandi alpinisti di tutti i tempi. "La figura di Buhl ha tutta una sua carica umana, che a volte rasenta la commozione"

Il 21 settembre 1924 nacque a Innsbruck Hermann Buhl. A dipingere un intenso ritratto del forte alpinista austriaco è Gian Piero Motti nel libro "La storia dell'alpinismo": "Il valore di Buhl va ben oltre la prestazione tecnica delle sue realizzazioni, ma testimonia la capacità umana di lottare, di soffrire, di fronteggiare ogni tipo di ostacolo, a cominciare dalle difficoltà morali e psicologiche, sempre conservando umiltà e modestia"

Il 21 settembre 1924 nacque, a Innsbruck, Hermann Buhl. Cresciuto in condizioni di estrema povertà, iniziò a coltivare la propria passione per la montagna arrampicandosi sulle vette di casa (Karwendel, Wetterstein, Kaisergebirge), arrangiandosi con quello che aveva: una corda per stendere il bucato recuperata in casa e un paio di vecchie ciabatte al posto degli scarponi.
Nonostante queste premesse, divenne uno dei più grandi scalatori della storia dell'alpinismo, celebre per le sue ascensioni invernali e in solitaria e per l'animo indomito e inscalfibile che lo accompagnò dal Tirolo alle Dolomiti, dalle Alpi occidentali all'Himalaya, fino al Karakorum.
Sua fu la rocambolesca salita sulla Nord-Est del Pizzo Badile, completata in giornata partendo in bicicletta dalla cittadina austriaca di Landeck, ripetendo in solitaria e in appena quattro ore la via Cassin (al rientro, sopraffatto dalla stanchezza, cadde nelle gelide acque del fiume Inn quando ormai aveva quasi fatto ritorno a casa).
L'anno successivo, nel 1953, completò la prima salita assoluta del Nanga Parbat (8125 metri), in solitaria e senza l'ausilio dell'ossigeno artificiale. Dopo aver disobbedito al capo spedizione, che aveva dato l'ordine ai componenti della cordata di rientrare, arrivò con i compagni al campo 5 e da lì proseguì da solo verso la vetta, allora inviolata (dal 1895 il Nanga Parbat aveva mietuto 31 vittime, tra le quali Albert Frederick Mummery). Raggiunse la cima, primo al mondo e primo ad aver effettuato la salita solitaria di un 'ottomila' (la sua piccozza rimase lassù, tra i ghiacci, per 46 anni). Colto dall'oscurità all'inizio della discesa, Buhl trascorse la notte in piedi appoggiato alla parete su un terrazzino, a circa 8000 metri di quota. Sopravvissuto miracolosamente, dopo decine di ore fece rientro al campo 5. L'impresa gli costò gravi amputazioni alle dita dei piedi per i congelamenti.
Insieme a Kurt Diemberger e altri due scalatori austriaci, partecipò alla spedizione che per prima, in stile alpino, salì in vetta al Broad Peak (8047 metri), il 9 giugno 1957. La fine arrivò pochi giorni dopo, il 27 giugno 1957, su una montagna vicina e seducente, il Chogolisa.
A dipingere un intenso ritratto di Hermann Buhl è Gian Piero Motti nel libro La storia dell'alpinismo (pubblicato dalla casa editrice Priuli & Verlucca nella collana I licheni), nei passi che riportiamo di seguito.
Parlare di Hermann Buhl richiederebbe molto più spazio di quanto ci sia concesso. Egli è uno di quei personaggi che ormai fanno parte della leggenda. Poverissimo, fin da ragazzino aveva scelto l'arrampicata e l'alpinismo come modo di vivere e rapidamente si era imposto negli ambienti alpinistici austriaci come uno dei migliori arrampicatori. Fisicamente non molto dotato, ma forte di una volontà degna di un Heckmair (alpinista tedesco a capo della cordata che per prima conquistò la parete nord dell'Eiger, ndr), Buhl seppe dar prova durante la sua carriera alpinistica di una tenacia, di una coerenza, di una fede e di una determinazione che lo pongono ad essere considerato come uno dei personaggi più significativi di tutta la storia dell'alpinismo. Egli non fu mai un professionista e nemmeno usò le sue imprese a fini commerciali. Piuttosto fu sempre una specie di "bohémien", sempre in bolletta, sempre alla ricerca di qualche lavoro provvisorio con cui tirare avanti. La figura di Buhl ha tutta una sua carica umana, che a volte rasenta la commozione.
Buhl (1924-1957) fu alpinista completo: amava tanto l'arrampicata su roccia quanto quella su ghiaccio, tanto le ascensioni invernali, quanto quelle solitarie. Infatti praticamente effettuò la ripetizione di tutte le grandi vie aperte sulle Dolomiti e sulle Alpi Occidentali prima e dopo la guerra. Il suo stile fantastico gli permetteva di passare in tempi incredibilmente veloci e di salire a volte in arrampicata libera dove altri erano passati in artificiale! Non era contrario ai mezzi artificiali, ma dava però all'arrampicata libera il ruolo preponderante e si sforzava di ridurre al minimo l'uso dei chiodi. Buhl era l'uomo dell'avventura. Con ingenuità quasi infantile seguì sempre il filone dell'avventura e sempre si tenne lontano da tutti gli armeggi volti a legare l'alpinismo agli interessi commerciali.
È il Buhl che se ne parte da Landeck in sella alla sua bicicletta e pedala fino a Bondo, dopo aver doppiato il Passo del Maloja! Poi se ne sale tutto solo fin sotto la parete nord est del Pizzo Badile e tutto solo in cinque ore compie la salita della via Cassin destando l'incredulità e l'entusiasmo di alcuni alpinisti italiani incontrati sulla vetta. Questi lo vogliono trasportare a Lecco, quasi in trionfo, per festeggiarlo. Ma lui non può, per motivi di lavoro. Allora tutto solo se ne discende per lo spigolo nord, poi ancora a Bondo, dove riprende la bicicletta e ricomincia a pedalare per raggiungere Landeck, in Tirolo, e per ritrovarsi a bagno in un torrente, vinto dal sonno e dalla fatica.
È il Buhl, che come rapito da un raggio mistico, se ne parte ancora tutto solo dall'ultimo campo posto sulle pendici del Nanga Parbat e, tutto solo, seguendo un cammino di luce, come trascinato da un'energia invisibile, sale fino alla vetta della "Montagna nuda ", senza bombole d'ossigeno senza alcun aiuto, con un'attrezzatura da bivacco del tutto sommaria. Ed eccolo nella discesa vagare, allucinato e sfinito, lungo le immense distese bianche, ancor vivo, uno dei pochi a cui la grande madre himalayana abbia concesso tanto.
È il Buhl che con le dita dei piedi amputate ritorna ad arrampicare con lo stesso entusiasmo di prima, è il Buhl che passa vittorioso da solo ed in cordata su tutte le grandi pareti alpine.
È il Buhl che, precorrendo i tempi e la storia, con tre soli amici se ne parte su un camion alla volta del Karakorum per salire in stile alpino un altro ottomila, il Broad Peak. È il Buhl che ancora una volta da solo si incammina alla volta della vetta, già raggiunta dagli amici, che stupefatti e commossi lo incontrano lungo la discesa. Ma dotato di una forza incrollabile, eccolo salire ancora alla vetta, con al fianco l'amico Kurt Diemberger, il quale colpito da tanta fede e tanta tenacia, decide egli stesso di ritornare in vetta per essergli accanto. Ma poco dopo, ancora con l'amico Kurt che lo segue a pochi metri slegato, Buhl a causa del crollo di una cornice, scompare per sempre sulle pendici del Chogolisa.
Il valore di Buhl va ben oltre la prestazione tecnica delle sue realizzazioni, ma testimonia la capacità umana di lottare, di soffrire, di fronteggiare ogni tipo di ostacolo, a cominciare dalle difficoltà morali e psicologiche, sempre conservando umiltà e modestia. Il suo nome, anche sulle Dolomiti, è legato ad imprese di polso: la prima invernale della via Soldà sulla Marmolada, la solitaria sulla parete della Cima d'Ambiez, la magnifica via aperta sulla Cima Canali nelle Pale di San Martino, capolavoro di eleganza in arrampicata libera.

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".














