"Ho voluto lanciare una provocazione: se non c'è la volontà di investire sul rifugio, allora lascio la gestione". Bepi Monti sull'addio al rifugio Carducci

"Con il Cai c'è sempre stata una buona collaborazione, ma i loro tempi sono decisamente più lunghi dei miei, e a me andava di fare dell'altro visto che sono vicino agli 80 anni". Dopo 19 stagioni, Giuseppe Monti ha lasciato il Carducci, ma il rifugio continua ad avere bisogno della sua esperienza

Lo scorso 6 settembre si è tenuta la festa di pensionamento di Giuseppe "Bepi" Monti Fabbro, da quasi 20 anni gestore del Rifugio Carducci, ai piedi della Croda dei Toni nelle Dolomiti di Auronzo di Cadore. In un'intervista di fine agosto, il rifugista aveva condiviso con L'Altramontagna il ricordo di qualche episodio e i suoi progetti per il futuro.
"L'idea iniziale, parliamo ormai di 19 anni fa, era di prendere il rifugio e fare un'esperienza di 3-4 anni. Alla fine sono rimasto 18 anni e 19 stagioni".
La sua rimarrà certo nella memoria come una gestione "storica", di quelle che non saranno facilmente dimenticate. Non soltanto perché ha accompagnato un'intera generazione, ma anche per le peculiarità e il carattere del suo gestore. Dal lavoro all'ospedale, passando per l'esperienza al Campo Base dell'Everest e l'amore per l'alpinismo, ma soprattutto per l'attenzione ai valori del rifugio come presidio: la sicurezza in montagna, la dedizione alla fatica, l'incontro e la condivisione.
A due mesi dalla sua festa di addio, abbiamo avuto occasione di chiacchierare nuovamente con Bepi. Abbiamo parlato delle ragioni per cui ha deciso di cedere il passo a nuovi gestori (di certo, a mancare non erano le energie: a quasi 80 anni, Bepi sogna di scalare le Ande e le grandi cime delle Alpi occidentali). Ma anche dei primi passi verso il futuro del Carducci, da cui Bepi non si è ancora del tutto separato (e forse non lo farà mai), degli investimenti passati e delle prospettive a venire.
Ben ritrovato Bepi, piacere di risentirci. Aggiornaci: come si è conclusa questa ultima stagione?
La stagione è andata molto bene. Ho fatto anche una sorta di esperimento per cui stavo su una settimana, dieci giorni poi scendevo giù: così lasciavo la gestione in mano a due dei miei ragazzi che so essere molto bravi. L'uno si è occupato della cucina e del personale, l'altro aveva invece la responsabilità della gestione delle e-mail, della cassa e dei pagamenti. Io, nel frattempo, mi occupavo della manutenzione e intervenivo ogni volta che si presentava un problema. Salivo periodicamente al rifugio e mi fermavo per alcuni giorni, così da confrontarmi con loro, verificare eventuali criticità e organizzare di volta in volta il ciclo dei rifornimenti. Anche questo esperimento direi che è stato un successo.
Adesso il Cai di Auronzo, proprietario del rifugio, farà un bando e stiamo valutando un mio possibile aiuto dall'esterno per dare una continuità alla nuova gestione. Ma è ancora tutto da vedere. Negli ultimi tempi, avevo proposto alla proprietà di continuare il lavoro che ho iniziato con i diversi investimenti di questi anni, ma il Cai non sembra avere lo stesso entusiasmo, e io, senza una progettualità, non me la sento di rimanere.
In tutti questi anni hai investito molto sull'implementazione del rifugio, la manutenzione e la sicurezza della Croda dei Toni. Ci ricorderesti i progetti che hai seguito?
Il primo grosso contributo l'ho dedicato a costruire una ferrata che risolveva il problema di un sentiero chiuso per frane. Le frane risalivano alla primavera del '94 e dal '98 era stato chiuso ufficialmente. Nel 2010 abbiamo trovato i finanziamenti necessari, e i lavori si sono conclusi nel 2014. Ricordo che il presidente della Vepa, l'organo di controllo del Veneto, è passato a vedere i lavori ed era rimasto così colpito, non solo dalla ferrata ma anche dall'entusiasmo che mettevo in questi progetti.
Nel 2013 è uscito un bando e, nel 2014, ho rifatto la sala da pranzo del rifugio. In quello stesso periodo, proprio durante un'uscita a metà ottobre, mi si è accesa un'altra lampadina. Eravamo andati a fare delle fotografie alla ferrata che il Cai aveva installato a Casara, quella che permette di compiere il giro attorno alla Cima dei Toni. Da quell'esperienza è nata l'idea di un progetto dedicato alla memoria della Prima guerra mondiale, che avevo immaginato con il nome di "Dolomiti senza confini", legato proprio alla possibilità di creare un circuito di percorsi attrezzati e itinerari tematici. Ho lavorato molto a questa idea.
Nel 2017 è uscito un altro bando, questa volta per intervenire sulle questioni igienico-sanitarie, la cucina e il resto. Se per la sala da pranzo avevo ottenuto un contributo specifico, per questi interventi ho ricevuto un finanziamento di 75mila euro, a fronte di un investimento complessivo superiore ai 200mila. Ho realizzato anche una nuova terrazza e rinnovato i letti all'interno del rifugio. Per quest'ultimo intervento ho ottenuto un contributo di circa 15mila euro, aggiungendone personalmente altri 12-13mila. Per cui, oggi, è come fosse un rifugio nuovo.
In un'intervista a Luca Calvi, tra le ragioni del tuo addio al Carducci, sostenevi: "I tempi del Cai non coincidono con i miei". Che cosa intendi?
A fronte di tutto lavoro, io avevo proposto alla proprietà di completare l'opera, rifacendo il magazzino, il bivacco invernale e la zona notte del rifugio. Avevo anche incontrato la ditta che se ne sarebbe occupata. Purtroppo, è passato un anno senza che io ricevessi risposta dal Cai. Ecco allora che ho voluto lanciare una provocazione: se non c'è la volontà di investire sul rifugio, allora lascio la gestione.
Non è un affronto al Cai, con loro c'è sempre stata una buona collaborazione, ma i loro tempi oggi sono decisamente più lunghi dei miei, e io non avevo più voglia di occuparmene da solo, mi andava di fare dell'altro visto che sono vicino agli 80 anni.
Il Cai di Auronzo mi ha sempre tenuto in considerazione: gli amministratori sono nuovi e mi hanno chiesto di collaborare condividendo un po' delle conoscenze che ho accumulato nel tempo. Dopo tanti anni, chi più di me conosce tutte le problematiche e le virtù del Carducci?
Io dal canto mio mi sono sempre mostrato disponibile a dare una mano e chiaramente mi farebbe piacere riuscire a costruire un team con i ragazzi che hanno lavorato lì. Così da essere più libero ma dare una continuità di spirito a tutto l'impegno che ho messo in quel rifugio. Fare in modo che non diventi solo business ma che rimanga un qualcosa al servizio della montagna e degli appassionati, di chi fa le ferrate, di chi fa le escursioni e chi ama scalare.
Augurandoti una felice meritata pensione, ti chiediamo una previsione per gli anni a venire: credi sarà davvero questo il destino del Carducci?
So che anche il Cai vorrebbe mantenere questa impostazione, ma al momento non conosco i tempi né ho visto progetti concreti. Non sono ancora stato coinvolto in qualcosa di specifico, al di là di alcune conversazioni. Secondo me, il rifugio dovrebbe mantenere una dimensione raccolta, simile a quella di un piccolo albergo di montagna, senza perdere il proprio carattere.
Ci sono, tuttavia, alcune esigenze strutturali che andrebbero affrontate. Con il rinnovo dei letti, per esempio, gli spazi nelle camere si sono ulteriormente ridotti. Sarebbe quindi importante realizzare una dry room, una stanza dedicata all'asciugatura dell'abbigliamento e dell'attrezzatura. Soprattutto nelle stagioni più piovose, capita che gli escursionisti arrivino al rifugio completamente bagnati e che sia necessario trovare soluzioni di fortuna per far asciugare almeno in parte i loro vestiti. Chi affronta ferrate ed escursioni, infatti, non può portarsi dietro molti cambi. Bisogna quindi creare le condizioni affinché le persone possano ripartire al mattino in condizioni accettabili, anche senza avere tutto perfettamente asciutto. Ho già individuato gli spazi e delineato le possibili soluzioni, ma anche questo intervento dovrebbe rientrare in un progetto complessivo di rinnovamento.
Per il momento, dunque, non ci sono aggiornamenti sostanziali. Intorno alla metà del mese, probabilmente tra il 16 e il 18, dovrebbe uscire il bando.

Una storia alla settimana per raccontare le vite di chi gestisce i rifugi: ognuna diversa, ognuna capace di evidenziare le diverse sfumature custodite da questo particolare mestiere













