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Alpinismo | 16 marzo 2026 | 18:30

Novantaquattro anni di Kurt Diemberger. Girò il primo film sonoro dalla vetta dell'Everest: “Non aveva il cavalletto, quindi si mise a ruotare su un piede per fare una panoramica completa"

È l’unico alpinista ancora in vita ad aver partecipato alla prima ascensione di due montagne di oltre ottomila metri. Apripista della grande corsa agli ottomila, regista e scrittore, è stato grande innovatore, prodigio di curiosità e uomo di gran fascino. A raccontarlo, gli amici e compagni di una vita: lo giornalista Leonardo Bizzaro, lo storico dell'alpinismo Roberto Mantovani e il compagno di cordata, Agostino Da Polenza

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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La vita di Kurt Diemberger attraversa tutta la storia dell’alpinismo moderno: dalle prime grandi scalate nelle Alpi, alle spedizioni himalayane degli anni Cinquanta; e poi il cinema di montagna, le tragedie che segnano una parte della sua vita e lo sguardo sempre volto alle trasformazioni dell’alpinismo contemporaneo. Alpinista, regista e scrittore, Diemberger è rimasto nella storia per un primato unico: è l’unico alpinista ancora in vita ad aver partecipato alla prima ascensione di due montagne di oltre ottomila metri.

 

Oggi, nel giorno del suo novantaquattresimo compleanno, ripercorriamo alcuni frammenti della sua vita con alcuni amici, colleghi nel mondo alpinistico e compagni di viaggio: parliamo del giornalista Leonardo Bizzaro, lo storico dell'alpinismo e grandissimo amico di Kurt, Roberto Mantovani, e del più volte compagno di cordata, Agostino Da Polenza.

 

Diemberger nasce il 16 marzo 1932 a Villach e cresce tra le montagne della Carinzia. Fin da giovane sviluppa una forte curiosità per la natura: raccoglie fossili nei greti dei fiumi e percorre in lungo e in largo le colline attorno a Salzburg. È un interesse che lo accompagnerà per tutta la vita: ce lo racconta Roberto Mantovani, proprio come uno dei tratti distintivi di questo personaggio eclettico spuntato dal nulla attorno a metà anni Cinquanta.

 

"Kurt è una persona assolutamente curiosa, curioso come un bambino. Se vai a fare una camminata con lui si ferma per qualsiasi cosa: vede un mucchio di pietre, un lichene, un fossile, lo prende in mano, lo guarda. Ha conservato questa curiosità da quando era bambino, quando cercava fossili sulle colline vicino a Salzburg, a venti chilometri dalla città. Questa curiosità lo ha portato veramente in tutto il mondo. Non solo in montagna: è stato in Amazonia, è stato ovunque. Fino anche, negli anni, a tornare sugli Ottomila. Sono ormai più di cinquant’anni che continua a esplorare, in una maniera o nell’altra".

 

"Soprattutto per quelli che oggi hanno sessant’anni – spiega Leonardo Bizzaro - lui è stato il personaggio chiave del passaggio dall’alpinismo classico all’alpinismo moderno". Negli anni Cinquanta inizia a frequentare seriamente le Alpi, in un’epoca in cui l’alpinismo europeo sta vivendo una fase di transizione: dalle grandi imprese eroiche delle pareti nord alla progressiva apertura verso le montagne dell’Himalaya.

Tutto inizia con le prime imprese sulle Alpi, spesso affrontate scendendo in bicicletta dalla Carinzia e raggiungendo Cortina, o addirittura il Cervino. Lo racconta lui stesso nel suo primo libro "Da zero a Ottomila". Con la bicicletta del nonno, "una specie di catorcio del 1909", parte in direzione del Cervino, e oltretutto ha anche un incidente con un camion che gli sfascia la ruota anteriore, per cui dovrà fermarsi a sistemarla. È in questa fase che compare il "mito" Diemberger.

 

"Se pensi che nel 1956 fa la Nord del Gran Zebrù, oltretutto inseguendo i tedeschi che già erano impegnati sulla parete nord, - continua Leonardo Bizzaro - è roba da non crederci. E lui sale di corsa. Oltretutto non con due piccozze, come si sarebbe fatto poi con la tecnica della piolet-traction, ma con una piccozza classica con il manico di legno e con un pugnale da ghiaccio. Affronta la celebre meringa di ghiaccio della parete nord, che al tempo era una specie di suicidio: c’era questa enorme formazione di ghiaccio fatta a cavolfiore, quindi senza nessuna tenuta con gli attrezzi dell’epoca. E lui lì sopra, con una corda fissata solo a un certo punto per sicurezza dai compagni. Questa roba qui rimane, secondo me, una delle più belle pagine mai scritte su una salita alpinistica".

 

La svolta himalayana per Kurt arriva nel 1957, ma sarà presto leggenda. Diemberger parte per il Karakorum con una spedizione austriaca guidata da Marcus Schmuck. Il gruppo è piccolo e leggero rispetto alle grandi spedizioni nazionali dell’epoca. Il 9 giugno 1957 quattro membri della spedizione - Diemberger, Schmuck, Hermann Buhl e Fritz Wintersteller - raggiungono la vetta del Broad Peak (8047 metri), realizzandone la prima ascensione.

 

La spedizione rappresenta un momento chiave nella storia dell’alpinismo himalayano, un primo passo verso uno stile più leggero e autonomo. Pochi giorni dopo, però, è segnata dalla tragedia. Buhl tenta la salita del vicino Chogolisa e, durante la discesa, scompare alle spalle di Kurt, probabilmente inghiottito da una cornice di neve nella nebbia.

 

"Messner - racconta Mantovani parlando delle voci circolate sulla tragedia - ha scritto che la morte di Buhl sarebbe stata dovuta al fatto che fosse completamente stremato dopo i congelamenti dell’Nanga Parbat, ma Kurt non è d’accordo. Lui stesso racconta che due giorni prima erano saliti con uno zaino pesantissimo facendo 1300 metri di dislivello e che Buhl era in perfetta forma. Secondo lui fu semplicemente accecato dalla nebbia e finì fuori traccia, cadendo nella cornice".

 

Tre anni più tardi, nel 1960, Diemberger prende parte alla spedizione internazionale al Dhaulagiri, all’epoca uno dei grandi Ottomila ancora inviolati. Il 13 maggio la vetta viene finalmente raggiunta. Con questa salita Diemberger entra definitivamente nella storia dell’alpinismo: è uno dei pochi alpinisti ad aver partecipato alla prima ascensione di due ottomila, un’impresa condivisa nella storia soltanto con Hermann Buhl.

A partire dalla fine degli anni Sessanta, Diemberger affianca all’alpinismo un’altra attività: il cinema di montagna. Porta con sé cineprese e attrezzature fotografiche in spedizioni himalayane, realizzando film e documentari direttamente dalle grandi montagne.

 

Leonardo Bizzaro, racconta di quando - nel 1962 - porta a Trento La grande cresta di Peuterey, un racconto documentario girato su uno degli itinerari forse più famosi e più lunghi del massiccio del Monte Bianco. Qui l’autore racconta che la sonorizzazione del film venne fatta in una soffitta di Varese, così all’impronta, con un altoparlantino e un microfono. "Finita tutta la sonorizzazione, passano due moto alle due di notte e fanno un tale fracasso che loro devono buttare via tutto e ricominciare da capo".

 

Parlando proprio della sua insaziabile curiosità, non si può non pensare alla sua dedizione al cinema, riflette Mantovani. "Una delle cose incredibili che ha fatto (oggi sembra quasi preistoria parlarne), è stata quando, con una spedizione francese, arrivò in cima all’Everest e realizzò il primo film con sonoro sincrono dalla vetta (nel 1978). Non aveva neanche il cavalletto. Allora si mise a ruotare su un piede, spostando l’altro, e riuscì a fare una panoramica completa a 360 gradi. Usava una cinepresa meccanica a molla. L’olio veniva sostituito con uno speciale per l’alta quota, ma col freddo c’erano comunque problemi. Doveva scaldarla sul fornellino: quando lo raccontava diceva che era come arrostire un porcellino".

 

A proposito di quelle immagini, Leonardo Bizzardo ricorda bene quando, sempre al Trento Film Festival, Diemberger salì sul palco insieme a Afanassieff, compagno nell’ascesa all’Everest, e raccontò di quella volta che riprese il francese mentre fumava un sigarillo sulla vetta.

"Questo per dire che lui è stato davvero un anticipatore dei tempi. Perché se più avanti i film di montagna verranno realizzati con attrezzature professionali o semiprofessionali, lui aveva cominciato con cineprese da dilettante, proprio da cineamatore. E lo stesso con la macchina fotografica. A quei tempi scattava foto assolutamente moderne, anticipatrici dei tempi, che anticipano di trent’anni lo stile dei cataloghi Patagonia".

 

Nello stesso periodo, con la cineasta britannica Julie Tullis, che si occupava del sonoro, mette insieme quello che verrà chiamato "il film team più alto del mondo": una coppia di alpinisti-documentaristi impegnata a raccontare le grandi spedizioni himalayane dall’interno.

"Nemmeno lui probabilmente sapeva se la Tullis fosse la sua fidanzata o solo una compagna d’avventure, fatto sta che insieme sono affiatatissimi", racconta lo storico dell’alpinismo.

 

Il film che vince la Genziana d’Oro a Trento nel 1989, K2: sogno e destino, però, è un film che Kurt comincia con lei e che dovrà finire da solo. Tragicamente Tullis muore, proprio sul K2 nel 1986. Durante la discesa una violenta tempesta blocca numerosi alpinisti sopra gli ottomila metri. Nei giorni successivi moriranno tredici scalatori, in quella che verrà ricordata come una delle stagioni più tragiche nella storia del K2. Tra le vittime c’è anche Julie Tullis. Diemberger si salva e riesce a scendere a valle, ma l’esperienza segna profondamente la sua vita, diventando il tema centrale di film e libri successivi.

 

Negli anni seguenti Diemberger continua a scrivere, girare film e raccontare la storia dell’alpinismo himalayano. I suoi libri mescolano il racconto della spedizione, alla riflessione personale e alla memoria storica. Fu proprio per la collaborazione ad alcuni libri scritti da Roberto Mantovani sul K2 che quest’ultimo conobbe personalmente Kurt Diemberger.

 

"Io l’ho conosciuto molti anni fa, dopo la tragedia del 1986 sul K2. Era ancora fasciato per i congelamenti: aveva perso parte della sensibilità nelle mani. Proprio lì era morto anche il grande Renato Casarotto, ed era stato lo stesso Kurt ad accorgersi della sua scomparsa. Insieme abbiamo cercato di ricostruire la dinamica di quella catena di incidenti che avvenne in quei giorni".

 

Da lì i due sono diventati grandi amici e hanno lavorato a lungo insieme, tutt’oggi il giornalista va spesso a trovare l’ormai anziano amico. Di queste collaborazioni, Mantovani ricorda ironicamente la puntigliosità dell’amico austriaco.

"Abbiamo poi lavorato insieme a un libro a cui teniamo molto: Enigma Himalaya, sulla scoperta alpinistica dell’Himalaya. Io avrei voluto chiamarlo L’invenzione dell’Himalaya, ma a Kurt non piaceva il titolo. Abbiamo anche lavorato alla revisione completa del suo libro 8000, che è uscito qualche anno fa in versione digitale per Apple. L’abbiamo rivisto dalla prima all’ultima pagina. Kurt è pignolissimo, quasi matematico: tutto deve tornare alla virgola".

 

Tuttavia, nota lo storico ammettendo una scarsa conoscenza del tedesco, "chi sa leggere la lingua mi dice che Kurt scrive in un tedesco bellissimo".

 

Kurt Diemberger, raccontano sia Leonardo Bizzaro che l’ex-compagno di cordata Agostino Da Polenza, non è stato certamente un personaggio facile, "ma d’altronde – aggiunge Bizzaro - nessuno dei grandi alpinisti di quell’epoca lo era. Nell’epoca delle prime spedizioni himalayane c’erano rapporti molto tesi tra compagni di salita. Lui, per esempio, ha litigato con tutti gli altri compagni del Broad Peak e anche del Dhaulagiri".

 

Da Polenza, inoltre, ne registra le capacità seduttive, di cui ricorda un aneddoto divertente. "Certo, non è stato molto facile come personalità, eppure è sempre stato molto amato dalle donne: una volta si presentò in aeroporto - non ricordo più quale spedizione fosse, forse per il K2 o per il Gasherbrum - con la moglie, la donna che frequentava in quel momento e l’ex moglie. Aveva lì tre donne che lo adoravano. E, tra l’altro, riusciva sempre a farle andare d’accordo".

 

"Una figura di padre e di fratello maggiore – continua Da Polenza – ma soprattutto un uomo libero. Anche se, con il rigore dell’alpinista austriaco, ha avuto anche una grande libertà di fondo nell’interpretare cosa significhi essere alpinista e uomo".

 

Entrato di diritto tra i grandi protagonisti dell’epoca pionieristica degli Ottomila, Diemberger ha ricevuto numerosi riconoscimenti internazionali, tra cui il Piolet d’Or alla carriera nel 2013. La sua figura resta quella di un testimone diretto della stagione in cui l’Himalaya passò dall’essere un territorio quasi sconosciuto a uno dei grandi scenari dell’avventura umana, e in cui l’alpinismo da spedizione di conquista divenne ricerca di sè.

Oggi, a 94 anni, vive ritirato nella sua casa di Monte San Pietro, a Bologna. L’ultima riflessione su questo grandissimo personaggio, vorremmo allora lasciarla a Roberto Mantovani, che di recente è riuscito ad andarlo a trovare. Il giornalista ricorda infatti con enorme affetto l’abbraccio dell’amico, che ha voluto raccontargli un’altra storia da una delle tante valli meravigliose che ha visitato.

 

"Uno dei luoghi a cui Kurt è più affezionato è una valle dello Shaksgam, a nord del Karakorum, che corre parallela alla catena principale e che all’epoca era praticamente inesplorata.

Quando la percorse, per lui fu come visitare la Luna: grandi ghiacciai scendevano dal versante nord del Karakorum e sbarravano la valle. Non si capiva se si potesse passare finché non ci arrivavi. Si infilò in uno di questi ghiacciai, una specie di città di ghiaccio con torri alte settanta metri, con forme incredibili: sembravano cattedrali, chiese.

Ricordo come descriveva quel paesaggio: sembrava un bambino che raccontava una fiaba. Lui si lasciava incantare da queste cose, dalle forme del ghiaccio, della roccia. È una persona capace ancora oggi di stupirsi davanti all’immensità della natura".

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