"Rischio e pericolo sono la stessa cosa?" Un errore in cui cadono tanti appassionati di alpinismo: comprendere la differenza è fondamentale per la gestione della sicurezza in montagna

"Per poter gestire il pericolo, bisogna individuarlo e mettere in campo tutte quelle azioni attive utili a ridurre il rischio". Molto spesso usati come fossero intercambiabili, questi due termini indicano aspetti differenti e particolari. L'uno rappresenta un dato oggettivo, l'altro introduce la variabile umana. Approfondiamo il tema con Eraldo Meraldi, guida alpina e nivologo, per oltre trent'anni previsore valanghe del Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Molto spesso i termini rischio e pericolo vengono usati come sinonimi. "Ma sono davvero la stessa cosa? No". In questo errore cadono tanto gli appassionati di alpinismo quanto, talvolta, noi giornali; eppure comprendere e distinguere con chiarezza pericoli e rischi è fondamentale per una corretta gestione della sicurezza durante un’uscita in montagna, soprattutto su terreno innevato. Dunque, ci siamo chiesti: Cosa rappresenta il rischio e cosa rappresenta invece il pericolo?
A spiegarlo è Eraldo Meraldi, guida alpina e nivologo. Per oltre trent'anni è stato previsore valanghe del Centro nivometeorologico di Arpa Lombardia, e, tramite un post sulla sua pagina Facebook, ha fatto chiarezza sul tema.
Sono tre i termini da coinvolgere per un quadro complessivo: pericolo, danno e rischio, ciascuno dei quali indica un aspetto preciso e peculiare. Il pericolo rappresenta una situazione oggettiva, ovvero una caratteristica propria di un oggetto o di una situazione, e non ha nulla a che fare con l’azione umana. Il rischio, al contrario, include nell’equazione la componente umana: è la probabilità di subire un danno nel momento in cui ci si trova esposti a un certo pericolo. Il danno, infine, è la conseguenza che il pericolo può generare se qualcuno vi si espone.
Lo strumento di informazione principale in caso di uscite nella neve è il bollettino valanghe: si tratta di un documento istituzionale che descrive, in modo sintetico, l’innevamento, lo stato del manto nevoso e il pericolo di valanghe in un determinato territorio. Proprio nel riportare le informazioni offerte dal bollettino, si cade nell’errore di parlare di "rischio", quando quello che è rappresentato è soltanto il pericolo, dunque il dato oggettivo che descrive una certa situazione.
Il bollettino valanghe utilizza infatti una scala sinottica composta da cinque livelli, detti appunto "Gradi di Pericolo", che vanno dal grado 1 (debole) al grado 5 (molto forte).

"Se in montagna c’è una zona potenzialmente valanghiva, questa rappresenta un pericolo, ma non necessariamente un rischio", precisa Meraldi. "Il rischio c’è se una persona (sciatore, alpinista, escursionista, ecc.) si trova in una zona di potenziale pericolo".
L’esperto riporta quindi un esempio pratico che può capitare in un qualsiasi comprensorio sciistico.
"Se il potenziale pericolo è ad esempio di grado 3, "marcato" (secondo la Scala internazionale del Pericolo Valanghe), il rischio è alto perché ci sono diverse possibilità di innescare un distacco di valanga e conseguentemente essere travolti e sepolti. Ma se la persona si trova in una area gestita e controllata (ad esempio un comprensorio sciistico), il pericolo valanghe esiste solo al di fuori del comprensorio sciistico stesso e quindi, in questo caso potenzialmente pericoloso, per la persona non ci sarebbe nessun rischio valanghivo a meno che non decida di andare in fuoripista".
Questo è un esempio tipico di situazione in cui esiste il pericolo ma non il rischio, sufficiente a comprendere che rischio e pericolo sono due cose diverse e non necessariamente compresenti.
Per essere più chiari, entrando nel dettaglio, dovremmo scomporre i termini di quello che si definisce il "rischio". È questo un concetto che dipende certamente dalla pericolosità, ma non solo, dipende anche da altri due fattori: la vulnerabilità e l’esposizione.
La vulnerabilità indica quanto siamo vulnerabili ad un pericolo in base alle nostre competenze tecniche e fisiche. "Riprendendo l’esempio, se la persona decide di andare in fuoripista ma non è in grado di valutare minimamente come fare la traccia, oppure decide di osare maggiormente, è molto più vulnerabile". In questi casi il rischio aumenta. Al contrario, se la persona è in grado di fare delle valutazioni sulla stabilità del manto nevoso interessato e di conseguenza una scelta oculata della traccia, la vulnerabilità è più bassa e, di conseguenza, anche il rischio.
L’esposizione indica invece il numero di persone esposte ad una situazione di pericolo. Se il rischio c’è anche con una sola persona nella zona potenzialmente valanghiva, chiaramente cresce con l’aumentare delle stesse e come conseguenza ci saranno più persone esposte al pericolo. Più aumenta l’esposizione più aumenta il rischio.
Il rischio, schematicamente, è il prodotto di una semplice equazione matematica:
Rischio = Pericolosità x Vulnerabilità x Esposizione
In sintesi, il rischio è rappresentato dalla probabilità di innescare una valanga ed essere travolti e sepolti. Diversamente, il pericolo è rappresentato dalla situazione di instabilità del manto nevoso che, spontaneamente o colposamente, può creare un distacco di valanga. Quando si parla di rischio devono essere valutati due componenti principali: da un lato, la probabilità che un evento dannoso si verifichi, dall'altro la gravità delle conseguenze.

Per concludere, dunque, per poter gestire il pericolo bisogna individuarlo e mettere in campo tutte quelle azioni attive utili a ridurre il rischio:
- scelta dell’itinerario in funzione al grado di pericolo
- pianificazione: obiettivo della gita, con alternative
- valutazione sul posto: osservazione continua durante tutta la giornata
- valutazione del singolo pendio e riflessione finale sul rischio, scelta della traccia, misure precauzionali o eventuale rinuncia
"Esiste il rischio consapevole se ne ho le conoscenze in merito, e il rischio accettabile se gestito a livello comportamentale". L’importante però, conclude l’esperto, è chiedersi sempre "se ne valga la pena".













