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Ambiente

Per i ghiacciai una primavera nevosa è un bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto?

In queste settimane al termine della primavera, i glaciologi accorrono alle alte quote per misurare uno dei due termini che definiscono l'equazione che governa il comportamento e l'evoluzione dei ghiacciai alpini. Sappiamo che gli ultimi mesi hanno portato grandi quantitativi di neve su buona parte delle Alpi, ma possiamo tirare un sospiro di sollievo in termini di salute dei giganti di ghiaccio?

Di Giovanni Baccolo | 11 giugno | 06:00
Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

In questi giorni squadre di volontari e professionisti si stanno dirigendo in quota per raggiungere i ghiacciai delle Alpi. Affrontano grandi dislivelli e una montagna che, lassù, mostra ancora il volto bianco dell’inverno. Sono marce faticose, condotte dove lo spessore del manto nevoso è di parecchi metri. La motivazione che li spinge lassù non è il desiderio di compiere una bella discesa, o godere dell’ambiente cangiante della primavera, verde brillante al fondo delle valli e candido in quota. O meglio, questi sono “inconvenienti” che certamente alleggeriscono la fatica, ma la vera ragione di queste uscite è il monitoraggio dei ghiacciai. Queste settimane, a cavallo tra primavera e inverno, sono infatti quelle più adatte per misurare uno dei due termini che definiscono l’equazione che governa il comportamento e l’evoluzione dei ghiacciai alpini.

 

Lo stato di un ghiacciaio dipende da due fattori: 1- quanta neve si accumula tra inverno e primavera; 2- quanto ghiaccio e neve se ne vanno durante l’estate per via dell’ablazione. Se non masticate il gergo glaciologico, ricordo che con ablazione si intende l’insieme dei processi che portano via massa a un ghiacciaio. Sulle Alpi corrisponde alla fusione prodotta dalla radiazione solare e dal calore dell’atmosfera, ma esistono contesti dove ablazione e fusione non sono affatto equivalenti.

 

Un ghiacciaio è un conto in banca, ha un suo capitale che dipende da entrate (nevicate) e uscite (fusione). A differenza che con i nostri conti corrente, con i ghiacciai non è possibile conoscere in tempo reale l’andamento del bilancio. Per farlo bisogna raccogliere dei dati sul campo e bisogna farlo nei momenti più opportuni. Al fine di valutare la quantità di neve che un ghiacciaio ha accumulato in un anno idrologico (l’anno idrologico inizia a ottobre e termina a settembre dell’anno successivo), è bene misurare lo spessore del manto quando questo raggiunge il suo valore massimo. In altre parole, bisogna compiere il rilievo subito prima che il calore inizi a lavorare sulla neve. Se le misure fossero prese troppo in anticipo, o troppo presto, ci sarebbe il rischio di non considerare una parte della neve precipitata al suolo, falsando i dati.

 

Ecco perché chi monitora i ghiacciai li raggiunge al termine della primavera: vuole conoscere la quantità di neve che si è accumulata sulla loro superficie prima che sia intaccata dal calore estivo.

 

Sulle Alpi questa primavera è stata umida. A partire da fine marzo una successione continua di perturbazioni ha investito l’arco alpino, scaricando grandi quantità di precipitazioni che in quota, sopra i 2500 metri, sono quasi sempre cadute nella forma di neve. Dopo due annate estremamente secche, finalmente i bacini idrografici delle Alpi hanno visto accumuli nevosi sopra la media. I primi dati che stanno arrivando ci permettono di essere più quantitativi. Sul ghiacciaio del Basodino, l’apparato più esteso del Ticino (Svizzera), il manto di neve che copre il ghiaccio supera i 5 metri di spessore. Valori simili sono stati riportati dalla parte alta del ghiacciaio dell’Adamello.

 

Per dare un senso, glaciologicamente parlando, a questi numeri, è necessario compiere un ulteriore passaggio e convertire i metri di neve in cosiddetti metri di acqua equivalente. La neve, a differenza dell’acqua liquida, non ha sempre la stessa densità. Essa può cadere secca quando la temperatura è particolarmente rigida, oppure essere bagnata, portando con sé anche una frazione di acqua liquida. In termini di densità queste differenze producono grandi variazioni. Un altro elemento che influenza la densità della neve è il tempo. Appena deposta, la neve incamera tra i fiocchi molta aria, arrivando ad avere densità di soli 100 grammi per decimetro cubo. Ma pian piano che nuove nevicate si accumulano una sull’altra, la densità cresce per via della compattazione, che riduce la quantità di aria. A tarda primavera la densità raggiunge 500 o 600 grammi per decimetro cubo. La densità del manto nevoso cambia notevolmente a causa di questi meccanismi. Per rendere le misurazioni confrontabili l’altezza della neve viene convertita in altezza della colonna d’acqua che si avrebbe fondendo tutta la neve depositata nel punto considerato. Ecco spiegati i metri di acqua equivalente. Solo introducendo questo passaggio è possibile confrontare misure prese in luoghi e tempi diversi.

 

I 5 metri di accumulo nevoso del Basodino o dell’Adamello, corrispondono a circa 2.5 metri di acqua equivalente. Il fatto che i due valori sono così simili è una coincidenza, o meglio, i due ghiacciai sono evidentemente coperti da manti simili. Ricordiamo però che si trovano a quote simili ed entrambi sul versante meridionale delle Alpi. Scegliendo altri due ghiacciai, i valori avrebbero potuto discostarsi significativamente tra loro.

In ogni caso sono dati sicuramente al di sopra della media. Di neve quest’anno ne è caduta parecchia, almeno in quota. Per trovare una primavera altrettanto benevola, dovremmo riprendere i dati relativi al 2019 o al 2009. In Svizzera l’istituto GLAMOS ha indicato che la quantità di neve accumulata sui ghiacciai in questi giorni è il 31% superiore rispetto alla media degli ultimi 20 anni.

 

L’anno idrologico sembra quindi procedere bene per i ghiacciai delle Alpi. Ricordiamo però che la fine dell’anno idrologico è ancora lontana. Manca tutta l’estate, il periodo più delicato per i ghiacciai. I tassi di fusione degli ultimi anni, alimentati da temperature ben sopra la media climatica di riferimento, lasciano presagire che con tutta probabilità quei 2.5 metri di acqua equivalente presenti oggi sul ghiacciaio dell’Adamello o del Basodino non basteranno a garantire bilanci positivi. Non possiedo la sfera di cristallo, ma baso questa stima sulle scorse annate, durante le quali, tra neve e ghiaccio, sono stati persi oltre 4 metri di acqua equivalente.

 

Non prevedo il futuro, ma non voglio nemmeno essere troppo pessimista. Le abbondanti nevicate primaverili ci dicono che questa annata sarà probabilmente meno deleteria per i ghiacciai rispetto a 2022 e 2023. La speranza è che a settembre i bilanci non siano eccessivamente negativi e si avvicinino il più possibile allo zero, l’agognato equilibrio.

 

Certo, la notizia che negli ultimi due anni l’aumento di concentrazione di anidride carbonica in atmosfera è stato il più alto da quando facciamo misurazioni, non è un segnale incoraggiante. I gas serra aumentano in atmosfera, trascinando la temperatura del pianeta verso valori sempre più alti. Avere la possibilità di assistere ad annate relativamente buone per i ghiacciai alpini sarà un privilegio sempre più raro. Godiamoci questo spettacolo ormai raro e cerchiamo di trarne qualche insegnamento.

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