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Ambiente | 18 settembre 2025 | 18:00

"Chi ha rubato la notte? È ancora possibile ritrovarla?" La luce ci fa sentire al sicuro, ma così non è: con Irene Borgna, una passeggiata notturna nel bosco alla ricerca degli ultimi barlumi di buio

"Vivere in ambienti costantemente illuminati ci rende insonni e può favorire l’insorgenza di malattie neurodegenerative. Non solo, ogni volta che accendiamo una luce dove non dovrebbe esserci, dopo il tramonto, si verifica un crollo della biodiversità". L’antropologa autrice del libro 'Cieli neri', sarà ospite d’eccezione in un'escursione attraverso le notti dell’Alta Valle Cervo. L’evento, arricchito dal violino di Alessandra Piantoni, è parte della rassegna de L’AltraMontagna 'Equinozio nel bosco'

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Conoscendo la Valle Cervo, spero sia una notte che merita di essere attraversata. Una notte ancora buia, che profumi di notte. Dove, al netto del mio blaterare e della splendida musica che ci accompagnerà, sia possibile sentire ancora i rumori della notte. Che sia una di quelle che fanno innamorare, dove ci sentiamo un gruppo e stiamo bene insieme. Poi mi auguro che sapremo ritirarci in buon ordine, lasciando spazio ad altre specie che hanno bisogno di notte per spostarsi, nutrirsi, accoppiarsi. Mi aspetto un’esplorazione autentica e una partecipazione rispettosa a questa notte che appartiene al nostro mondo, ma nella quale siamo ospiti”.

 

Equinozio nel bosco, la due-giorni di eventi firmata L’AltraMontagna e ospitata dalla splendida cornice dell’Alta Valle Cervo (qui il programma), chiuderà la giornata di sabato 20 con un’esperienza speciale. Il cielo notturno è una passeggiata musicale notturna nei boschi sopra il Santuario, accompagnati dal violino di Alessandra Piantoni e dalle parole della scrittrice e antropologa Irene Borgna, in un'esperienza che unisce musica e suoni della natura, tra faggete e cieli stellati.

 

L’antropologa è autrice del libro “Cieli neri. Come l'inquinamento luminoso ci sta rubando la notte”, edito per Ponte alle Grazie. È il racconto di un viaggio alla ricerca delle ultime tenebre superstiti in Europa, divorate dall’inquinamento luminoso. Non solo, è anche un’indagine puntuale sulle controindicazioni antropologiche, ecologiche, sanitarie ed economiche di un’illuminazione ormai pervasiva.

 

In vista dell’appuntamento di sabato, Irene Borgna ci ha raccontato il suo viaggio, fisico e introspettivo, alla ricerca delle ultime “riserve di cielo stellato”.


Cosa ne è stato dei cieli neri d’Europa?

L’inquinamento luminoso è un tipo di inquinamento che tutti, io per prima, tendiamo a sottovalutare. A differenza di quello acustico o atmosferico, che avvertiamo come dannosi, la luce ci sembra sempre positiva. Ci fa sentire al sicuro, quindi tendiamo a considerarla innocua. Quello luminoso sembra un peccato veniale, perdonabile rispetto agli altri. Lo sembrava anche a me, almeno finché non ho fatto un viaggio nel 2019 con il mio compagno: un itinerario in furgone attraverso l’Europa alla ricerca dei luoghi meno illuminati. L’obiettivo era dormire nei posti più bui, quelli lontani dalle città, dove le luci sono scarse o assenti. Abbiamo tracciato una rotta, cercando quelle smagliature nella rete luminosa che stringe l’Europa. Un’idea all’inizio un po’ folle, ma che ci ha permesso di vedere con occhi nuovi quanto sia pervasiva la luce artificiale.
Dallo spazio, le immagini satellitari mostrano un’Europa praticamente tutta illuminata, anche dove non dovrebbe esserlo: questo significa che una grande quantità di luce viene proiettata verso l’alto e non verso il basso, come dovrebbe. Persino le Alpi, che sembrano nere dallo spazio, in realtà non sono davvero buie. La luce delle città e dei fondovalle risale fino alle vette. Le notti completamente buie sono ormai rarissime. Così ci siamo chiesti: chi ha rubato la notte? È ancora possibile ritrovarla?

 

 

In che modo l’inquinamento luminoso incide sulla nostra vita quotidiana?

 

La scomparsa delle stelle non è un problema solo per astrofili, romanticoni o astronomi. L’inquinamento luminoso ha impatti diretti sulla nostra salute, sul nostro sonno e persino sull’organo più sensibile dell’essere umano: il portafoglio [ride n.d.r.]. L’illuminazione pubblica e privata è responsabile di circa metà dell’inquinamento luminoso. Molta di questa luce viene sprecata, perché mal diretta o eccessiva. Tutta luce inutile che si traduce in denaro buttato via e in energia consumata, spesso prodotta ancora da fonti fossili. Sul piano biologico, l’eccesso di luce altera il nostro ritmo circadiano. Vivere in ambienti costantemente illuminati ci rende insonni, ci espone a disturbi del sonno e, nel lungo termine, può favorire l’insorgenza di malattie neurodegenerative come l’Alzheimer o varie forme di demenza. La luce artificiale, soprattutto quella bianca e blu, sopprime la produzione di melatonina, l’ormone del sonno. Pensiamo ai nostri schermi: telefoni, tablet, computer. Emettono una luce molto simile a quella dell’alba. Il nostro cervello, esposto a queste fonti prima di dormire, crede che sia mattino. È come se ci svegliassimo mentre stiamo cercando di addormentarci. Per migliorare il sonno, bisognerebbe usare luci più calde, tendenti al rosso, che interferiscono molto meno con la melatonina. Ma purtroppo, con l’introduzione dei LED (come spesso accade, una tecnologia efficiente ma usata male) la situazione è peggiorata: oggi dove prima c’era una lampada, ora ci sono dieci LED bianchi.

 

 

Che conseguenze ha la luce artificiale sugli ecosistemi?

L’inquinamento luminoso ha effetti devastanti su moltissime specie viventi. Circa la metà della biodiversità terrestre dipende dal buio per vivere, riprodursi, orientarsi. Ma quel buio sta scomparendo da almeno quarant’anni. Prendiamo le tartarughe marine: appena nate, seguono l’istinto che le guida verso il mare, attratte da ciò che brilla sull’orizzonte. Ma oggi i lampioni delle coste brillano più del mare. Così le tartarughine si dirigono verso la terraferma e spesso muoiono.
Anche i pesci ne risentono: i salmoni, ad esempio, sono disorientati dai fari dei ponti e non riescono a risalire i fiumi per riprodursi. Gli uccelli migratori si confondono con le luci delle città, sbagliano rotta o si schiantano contro i grattacieli. In generale, ogni volta che accendiamo una luce dove non dovrebbe esserci, dopo il tramonto, si verifica un crollo della biodiversità. Penso per esempio alle rive di un lago: prima scompaiono gli invertebrati, poi i pesci che li mangiano, poi gli uccelli che mangiano i pesci. Ogni fascio luminoso fuori posto è una barriera invisibile che ostacola la sopravvivenza di migliaia di specie. Le piante non sono da meno: la luce artificiale altera il loro fotoperiodo, ovvero la percezione delle stagioni. Non capiscono più quando è il momento di perdere le foglie. Le trattengono troppo a lungo, fino a quando arriva una gelata improvvisa e perdono tutta la clorofilla. È un disastro insomma, stiamo confondendo tutti (piante, animali e noi stessi) con la luce artificiale.

 

 

Dal punto di vista antropologico, che effetti ha sulla nostra percezione del mondo?

 

Questo è un aspetto forse ancora più profondo. Stiamo perdendo il legame con il buio, con la notte, con le stelle. In un cielo perfettamente buio, si potrebbero vedere fino a 3.000 stelle a occhio nudo. In città, se va bene, ne vediamo tre. A Torino, in Piazza Castello, si vede solo la luna. Questo non è solo un problema estetico: è un problema culturale, simbolico, perfino esistenziale. Crescere senza vedere le stelle significa crescere senza una dimensione del mistero, del silenzio, dell’infinito. Tutte le civiltà, fin dall’inizio dei tempi, hanno guardato il cielo per orientarsi, per sognare, per raccontare storie. Il cielo stellato è stato una mappa, un calendario, un rifugio e una fonte d’ispirazione. Vedere il cielo a tre dimensioni ti fa sentire piccolo magari, come un filo d’erba, ma senti pur sempre di esistere, di far parte di qualcosa di più grande. Oggi rischiamo di crescere adulti senza aver mai visto la Via Lattea. E io credo che un bambino che non vede mai le stelle, diventerà un adulto che non sogna.

 

 

Qual è l’entità della perdita che abbiamo subìto? Come possiamo mettervi un freno?

Ci stiamo perdendo il silenzio, il buio, la possibilità di sentirci piccoli ma parte di qualcosa di più grande. La notte ci insegna il limite, ci invita all’introspezione, ci mette in contatto con la nostra vulnerabilità. Anche la paura del buio, se non eccessiva, è educativa: ci ricorda che non siamo onnipotenti, che c’è qualcosa che non possiamo controllare del tutto. Eppure, per superficialità o per logica di profitto, abbiamo deciso di illuminare tutto, sempre, ovunque. Senza domandarci se fosse davvero necessario. Abbiamo perso il senso del confine tra giorno e notte. Ma senza la notte, non possiamo comprendere davvero nemmeno la luce. Bisogna tornare a parlare di buio, a considerarlo prezioso. Difendere la notte non significa spegnere tutte le luci, ma usare la luce con intelligenza. Illuminare dove serve, con la giusta intensità, il giusto colore, la giusta direzione.
Esistono già oggi le “riserve di cielo stellato”, luoghi in cui il buio è protetto come un patrimonio. Dovremmo estendere questo concetto, trattare il buio come una risorsa da tutelare, al pari dell’acqua o dell’aria pulita. Serve consapevolezza, serve educazione. E serve una nuova sensibilità verso ciò che non si vede, ma che ci rende più umani.

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