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Ambiente | 01 dicembre 2025 | 12:00

"Circa un terzo dei lupi risulta ibridato di recente con il cane". Il fenomeno minaccia l’integrità genetica e si continua a diffondere. Quali conseguenze per la gestione dell’animale?

"Mentre la maggior parte degli eventi di ibridazione originali si sono verificati circa 9-16 anni fa, alcuni ibridi di prima generazione nel nostro campione indicano che è attualmente in corso". Cosa significa questo in termini di politiche di conservazione? Quali conseguenza avrà sullo status di tutela? Lo chiediamo a Rita Lorenzini, dell’Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana, e a Paolo Ciucci, zoologo e professore associato al dipartimento di biologia dell'Università La Sapienza di Roma

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"L'ibridazione lupo-cane (Wdh) - una forma di ibridazione introgressiva antropogenica - può essersi verificata occasionalmente sin dai tempi dell'addomesticazione. Più recentemente, tuttavia, nonostante il continuo recupero delle popolazioni di lupi in Europa, l'elevato numero di cani domestici e condizioni ecologiche marginali possono comportare maggiori rischi per la loro integrità genetica".

 

Una ricerca pionieristica condotta dall’ Istituto Zooprofilattico Sperimentale del Lazio e della Toscana, in collaborazione con quello di Umbria e Marche e con l’Università La Sapienza di Roma, ha recentemente portato alla luce un quadro inquietante sull’attuale stato di ibridazione tra lupo e cane nell’Italia peninsulare (qui il riferimento).

 

Sui 748 esemplari deceduti analizzati - recuperati tra il 2020 e il 2024 - il 46,7 percento di lupi risulta ibridato con il cane. Di questi, tre su cinque sono ibridi recenti. "Mentre la maggior parte degli eventi di ibridazione originali si sono verificati circa 9-16 anni fa, alcuni ibridi di prima generazione nel nostro campione indicano che l’ibridazione è attualmente in corso. Ciò minaccia seriamente l'integrità genetica non solo della popolazione italiana di lupi, ma anche delle vicine popolazioni di lupi attraverso eventi di dispersione".

 

Per approfondire la questione abbiamo interpellato due dei ricercatori coinvolti in prima linea nel progetto. Rita Lorenzini, in qualità di referente dello studio nonché responsabile del laboratorio di diagnostica molecolare forense dell’Istituto Zooprofilattico di Lazio e Toscana; e Paolo Ciucci, zoologo e professore associato al dipartimento di biologia dell'Università La Sapienza di Roma, tra i maggiori esperti in Italia di conservazione della fauna selvatica.

"Come Istituto Zooprofilattico - ci spiega Lorenzini - abbiamo inizialmente raccolto questi dati come strumento di diagnosi. L’ibridazione tra lupo e cane è un fenomeno molto rappresentato, le percentuali parlano chiaro. È importante soprattutto tenerlo in considerazione quando parliamo di declassamenti sullo status di tutela, come sta accadendo attualmente. Sono molti gli aspetti coinvolti, e questo non è mai stato considerato. Così abbiamo pensato di pubblicare i nostri dati, che sono il risultato di anni e anni di lavoro".

 

"Ciò che abbiamo fatto - prosegue - è stato raccogliere a livello nazionale gli animali che venivano trovati morti attraverso la rete degli istituti zooprofilattici (praticamente il collettore di ciò che riguarda la fauna sul territorio). Quindi abbiamo collezionato un numero molto elevato di campioni, raccolti tra il 2020 e il 2024, che ci ha permesso poi di capire qual è il trend di questo fenomeno. Abbiamo scelto di analizzare quel lasso di tempo perché è quello recentissimo, e anche perché è rappresentativo di una generazione: è quasi un'istantanea di quello che sta succedendo nella nostra penisola. In particolare, abbiamo raccolto campioni da sotto all’Emilia Romagna fino alla Calabria, quindi tutta l'Italia peninsulare. Il fenomeno è diffuso ovunque, con alcuni picchi in certe zone. Si parla di campioni ‘invasivi’, presi ovvero dalle carcasse di animali morti, capaci di offrirci molte informazioni".

 

Quali sono i risultati? Una parte dei branchi non mostra alcuna traccia di patrimonio genetico canino, ma ce n’è una buona porzione, quasi la metà appunto, che presenta invece tracce di ibridazione. In particolare, la ricerca ha distinto due categorie a seconda della distanza dell’ibridazione nel tempo.

 

"Gli ‘ibridi recenti’ arrivano fino alla seconda generazione di re-incrocio, quindi quelli avvenuti nelle ultime quattro generazioni, dove le tracce di patrimonio genetico canino si vedono in modo più marcato. In particolare si intendono: la prima generazione, quindi un cane e un lupo; la seconda, quindi un ibrido di prima generazione (i cosiddetti F1) che si accoppia con un altro ibrido di prima generazione; poi un re-incrocio, cioè un F1, il primo ibrido che si re-incrocia con il lupo; e un ibrido di seconda generazione che si re-incrocia ancora con il lupo. Da queste in su, quindi, sono tutte ‘vecchie’: ibridi non recenti, in cui l'accoppiamento col cane è avvenuto parecchie generazioni indietro, che quindi di fatto sono molto più lupi che non cani".

Sulla questione della conservazione, e dunque sulle ricadute di questi dati nell’effettiva gestione dell’animale, prende la parola il professor Paolo Ciucci, docente di "Ecologia Animale e Biologia della Conservazione" al Dipartimento "Charles Darwin" dell'Università di Roma.

 

"Siccome la prevenzione si sarebbe dovuta fare già dagli anni Ottanta, quando sono comparse le prime avvisaglie, e non è stata fatta, si interviene ora con metodi reattivi, che tra l'altro sono socialmente discutibili, perché mandano qualcuno a sparare e ammazzare questi ibridi".

 

Una maggiore attenzione personale e culturale agli aspetti etici, però, non può essere un’autorizzazione a non intervenire affatto. "Le implicazioni gestionali ci devono essere, ad esempio quella di tornare con forza su tutti gli interventi preventivi e proattivi, per far sì intanto che la situazione non peggiori. Noi abbiamo riscontrato poco meno del 30% di ibridi di recente generazione, con qualche ibrido proprio di prima generazione, quindi vuol dire che è un fenomeno che non solo è avvenuto anni fa, ma che continua ad avvenire. Bisogna mettersi in testa che i fattori che determinano le ibridazioni devono essere in qualche maniera contrastati, perché fino ad oggi non è stato fatto assolutamente nulla".

 

Si tratterebbe di mettersi nell’ottica, per lo meno a livello dei parchi nazionali - "che dovrebbero essere un po' il fiore all'occhiello della nostra capacità di tutelare la biodiversità e hanno personale, mezzi e fondi disponibili" - che bisogna alzare le antenne e aumentare la nostra capacità di prevenire.

 

Gli aspetti su cui intervenire, secondo il professore, sono sostanzialmente tre.

 

"Uno, i cani vaganti". Un maggior controllo è indispensabile affinché non vi sia occasione di rapporti misti. "Attenzione: non sono solamente i cani randagi, ma sono anche i cani padronali di lavoro che vengono lasciati in giro. Ci deve essere un controllo più assiduo; magari le campagne di sterilizzazione, che dovrebbero un po' eliminare il randagismo, perché anche quello è un problema di immenso valore".

 

"Due, la coesione dei branchi di lupo. Il lupo forma dei nuclei sociali molto coesi; se abbiamo mortalità ripetuta e ricorrente, la coesione dei branchi sociali di lupo viene meno. Il controllo comportamentale che la coppia riproduttiva esercita sugli altri individui, in particolare le femmine, viene meno. Così le rende sono potenzialmente in grado di accoppiarsi con i cani vaganti". Il bracconaggio sul lupo, storicamente tollerato in Italia, pare aver contribuito a questa deriva: man mano che si allargava l'area del lupo e arrivava in zone più antropizzate, questo bracconaggio continuo e persistente partecipava alla disgregazione della coesione sociale, aumentando la probabilità di accoppiarsi con i cani vaganti.

 

"Tre, le fonti di alimentazione facile". Dai cumuli di spazzatura alle carcasse di animali domestici, sono fonte di approvvigionamento per un animale opportunista come il lupo. "Se una lupa svincolata dal branco e accoppiatasi con un cane, si trova la carcassa di una vacca o di un cavallo a 50 metri dalla tana, e se ne alimenta grandemente, avrà anche un grande successo riproduttivo dei cuccioli prodotti. A questo punto, gli F1 che nasceranno avranno maggiori probabilità di sopravvivenza e quindi maggiori probabilità, da adulti, di disperdersi all'interno della popolazione di lupo e facilitare questo meccanismo di introgressione. Tramanderanno ovvero i geni di origine del cane alla popolazione lupina".

 

Insomma, prima di arrivare a soluzioni reattive nei confronti degli ibridi, bisognerebbe cominciare a considerare questi approcci preventivi. "Tutti elementi che non vengono controllati da nessuna parte in questo paese".

 

Quindi, a questo punto, la rimozione (catture o abbattimento selettivo) non basterebbe a risolvere il problema? "Assolutamente no, anzi lo esagererebbe. Intanto, gli ibridi non sempre si possono riconoscere a livello morfologico, ma poi il problema è che la rimozione altererebbe ancora di più le relazioni sociali, la coesione sociale all'interno dei branchi dei lupi, e questo tenderebbe comunque ad aumentare, in presenza di cani vaganti, il rischio di ibridazione. È una situazione piuttosto complessa".

 

L'Italia è uno dei pochissimi paesi in Europa che non ha un piano di gestione del lupo su scala nazionale. "L'unico che c'era è scaduto nel 2006, e nessuno se lo ricorda. Era un piano d'azione e gestione del lupo che tra l'altro prevedeva misure sulle ibridazioni, e non è mai stato implementato. Ci hanno riprovato nel 2015 per farne un altro, ma è andata malissimo perché hanno utilizzato procedure sociali molto poco condivisibili, hanno fatto una brutta figura e tutto è caduto nel dimenticatoio. Ciò significa che ci sono responsabilità politiche che questa faccenda deve mettere in luce: non sono solamente gli scienziati che tirano fuori un dato e quindi tirano fuori la soluzione dal cappello. Noi mettiamo in luce una situazione che è il prodotto di decenni di negligenza su questo argomento".

 

A maggior ragione - puntualizza la referente del progetto Lorenzini - è motivo di vanto per il nostro Paese l’aver portato a termine una ricerca sulla base di un approccio così innovativo. "Lavori così estensivi a livello capillare, ovvero con un numero di campioni capace di essere rappresentativo di tutta la popolazione, non ce n’erano prima. Bisognerebbe che anche in altre aree europee facessero lo stesso per avere un quadro completo sulla questione".

 

Mentre a livello europeo si è scelto per il declassamento dello stato di tutela, l’auspicata presa di consapevolezza sull’ibridazione lupo-cane promette di scatenare accese polarizzazioni sociali. Da una parte chi ammonirà a non toccare gli ibridi, perché privi di responsabilità e ugualmente titolari del diritto all’esistenza; dall’altra, chi cavalcherà la notizia per soddisfare l’ansia dell’abbattimento e il timore congenito verso questi animali, magari alzando come bandiera della salvaguardia del codice genetico. Ottenuto un esaustivo quadro numerico e un occhio scientifico sulla questione, alla politica il duro compito di mediare tra le istanze sociali del Paese.

 

"Quello che noi abbiamo fatto - conclude Rita Lorenzini - è semplicemente dire: Guardate che c'è questo problema, chi fa gestione non può non tenerne conto".

 

 

Foto da: Crispino et al., Early and double breeding in a pack of hybrid wolves in Calabria (Southern Italy)

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