Furono la malaria contratta in Marocco e il seguente naufragio nel viaggio di ritorno a portarlo in Italia. Da quella storia è nato un cammino di 430 chilometri, che unisce Pianura Padana e dorsale appenninica

Tra parole e acquerelli, scopriamo il Cammino di Sant'Antonio, percorso di 22 tappe che che parte da Camposampiero (PD) e arriva al Santuario di La Verna (AR). Un itinerario che rimane sconosciuto ai più

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Maggio 2021. Da una manciata di settimane la geografia imposta dalla pandemia di Covid-19 è cambiata, liberando quei confini invisibili che dal fatidico marzo 2020, quasi improvvisamente, erano diventati tangibili nell’impossibilità di movimento, dettata dall’avanzata esponenziale del nanoscopico organismo. Lentamente il Paese si riattiva, come quando si aprono i balconi di una casa chiusa da anni per far entrare aria nuova. C’è ancora cautela nei comportamenti e qualche restrizione ancora da rispettare, ma spostarsi torna ad essere possibile.
Complice la fortuita coincidenza di una pausa tra la fine di un lavoro e l’inizio di uno nuovo nel periodo giusto, decido di intraprendere il mio primo viaggio diverso da tutti gli altri: un cammino. Viste le incertezze che la scia della pandemia ancora porta con sé, decido di rimanere in terra nostrana. Anche perché, mi dico, dopo anni di lavoro all’estero ho davvero voglia di godermi casa. Non ho neppure voglia di spostarmi troppo per raggiungere uno dei tanti cammini che attraversano in lungo e in largo la penisola; mi imbatto quindi nel Cammino di Sant’Antonio, percorso di 22 tappe che parte da Camposampiero (PD) e arriva al Santuario di La Verna (AR), unendo la Pianura Padana al cuore della spina dorsale d’Italia. Mi incuriosisce per la sua poca notorietà: io non ne ho mai sentito parlare, e mi accorgerò negli anni a seguire che rimane sconosciuto ai più. Scopro anche che il Santo francescano detto “da Padova” in realtà nacque Fernando di Buglione a Lisbona; come il nostro Francesco, abbandonò le ricchezze di famiglia per indossare il saio, e furono la malaria contratta in Marocco e il seguente naufragio nel viaggio di ritorno a casa - che lo fece approdare, profugo d’altri secoli, in Sicilia - a portarlo in Italia. Dalla Sicilia risalirà la penisola fino ad Assisi, dove incontrerà San Francesco, e da qui proseguirà verso Padova, alternando l’eremitaggio al cammino e ad una predicazione illuminata. Il Cammino quindi ripercorre, in senso contrario, il viaggio di Sant’Antonio dalla Verna alla città patavina, fino al luogo della sua morte.
Devo togliere dal mio programma le prime tre tappe e parto così nelle prime ore di una soleggiata mattina di metà maggio da una Rovigo che mi appare stanca e rassegnata. Parto con uno zaino essenziale ma che rimane comunque uno zaino importante, data la lunghezza del percorso; il peso mi costringe perciò a rinunciare alla macchina fotografica che di solito accompagna i miei viaggi, ma non voglio rinunciare a documentare questa avventura. Decido così di affiancare alle foto che inevitabilmente farò con il cellulare la passione che in realtà mi accompagna fin da piccola, e che negli anni ho un po’ dimenticato, ovvero il disegno: infilo nello zaino un quaderno di viaggio e gli acquerelli, decisa a provare a raccontare le tappe giornaliere con matita e colori.
Le prime quattro tappe sono pezzetti di pianura assoluta, che si allontanano progressivamente dalla cintura dei Colli Berici ed Euganei per avvicinarsi alla più imponente dorsale appenninica. Tappe che mettono a dura prova piedi, gambe e mente. I tratti di asfalto cocente dritti come linee tracciate col righello, che tagliano ettari di campi che paiono tutti uguali, penetrano nelle piante dei piedi ad ogni passo. È necessario sapersi guardare attorno, qui, perché tutto sembra uguale eppure niente lo è e finirò con il ricordare con velata nostalgia anche quei chilometri interminabili.

Tra avvistamenti di gruccioni, barbagianni, upupe e rigogoli, rondini posate all’interno di una minuscola cappella e l’emozione di superare il fiume Po a piedi; il Canale Navile e la Torre dell’Uccellino, costruiti nel Medioevo rispettivamente per collegare Bologna al Po e a difesa della dogana con Ferrara; tra l’oasi naturalistica in un’ex risaia e un caffè bevuto al Centro Sociale a Bentivoglio, parlando di arte sacra in compagnia di colui che fu “l’ultimo sindaco comunista di Bentivoglio”, arrivo in Piazza Grande a Bologna che già il Cammino ha lasciato tracce indelebili dentro di me.

Con la quinta tappa mi lascio alle spalle Bologna e inizio a risalire le prime colline: abbandonare l’asfalto e la pianura per i sentieri, le sterrate e le salite è un toccasana per la tendinite che mi infiamma la tibia, souvenir padano che metterà a prova la mia resistenza fino a metà cammino.

La prima tappa collinare dopo la pianura attraversa da nord-ovest a sud-est il territorio del Parco Regionale dei Gessi Bolognesi e Calanchi dell’Abbadessa, in un susseguirsi di saliscendi in cui boschi di querce si alternano al carsismo degli affioramenti gessosi e dorsali argillose scavate dall’azione dell’acqua fino a formare suggestivi calanchi ricoperti di ginestre in fiore. Calanchi e gessi non mi abbandoneranno neppure nelle due tappe successive, pur se già superato il Parco.

Da Settefonti a Tossignano il percorso segue la via romana Flaminia Minor, salendo sulla cima del monte Calderaro, che durante la Seconda Guerra Mondiale fu un punto strategico della Linea Gotica, il sistema difensivo realizzato dai tedeschi per arrestare l’avanzata degli alleati lungo la penisola, tagliando in due l’Italia da Massa a Pesaro. La tendinite peggiora e percorro tutto il sesto giorno di cammino perseguitata dall’idea di dover abbandonare. E invece il giorno finisce nell’alloggio più azzeccato che potessi trovare: a casa di Pia e Ivo a Tossignano trovo non solo una stupenda stanza che si affaccia su un giardino terrazzato, a sua volta affacciato sui calanchi e una deliziosa cena cucinata da Pia, ma anche quattro chiacchiere con un buon bicchier di vino e la sua provvidenziale assistenza fatta di cerotto elasticizzato, che mi aiuterà a proseguire fino a fine Cammino.

Proseguo quindi in questa scoperta continua che è l’Appennino Tosco Romagnolo, attraverso il Parco Regionale della Vena del Gesso Romagnola, lungo un “sentiero luccicante” in cui la luce del sole che penetra tra gli alberi accende i piccoli cristalli di gesso affioranti dalla terra.

Sono tappe di dislivelli giornalieri in crescita, dovuti al continuo saliscendi imposto dai corsi d’acqua che dalla dorsale appenninica scendono verso la pianura, scavando vallate nella vena del gesso. Gli stessi corsi d’acqua e gli stessi versanti che saranno drammaticamente colpiti dalle ripetute alluvioni del 2023 e 2024. Le tappe a venire mi porteranno così sempre più attraverso territori sconosciuti eppur stupendi, nonché fragili e bisognosi di cura, per poi virare verso il cuore selvaggio e mistico delle Foreste Casentinesi. Ma questa è un’altra storia.













