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Ambiente | 16 aprile 2025 | 06:00

I bombi, tra i più importanti impollinatori delle montagne, stanno diminuendo: un declino inesorabile, ma qualcosa possiamo fare

L'aumento delle temperature ne sta mettendo a prova la sopravvivenza e la loro distribuzione è destinata a contrarsi, rimanendo confinata ai rifugi climatici. Qui, possiamo intervenire con azioni concrete di conservazione per mantenere habitat di qualità, contrastando così l'effetto dei cambiamenti climatici

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

I primi a risvegliarsi sono loro, avvantaggiati dalla coperta di peli che li ricopre e da specifici adattamenti che gli consentono di termoregolarsi, distribuendo il calore dai muscoli delle ali a tutto il corpo. Sono i bombi, insetti imenotteri della stessa famiglia delle api ma, rispetto a queste, sono più massicci, più pelosi e più rumorosi e proprio per questo inconfondibili, quando si aggirano di fiore in fiore. Il loro stesso nome, bombo, deriva dal greco βόμβος, che significa proprio rombo, ronzio.

 

Sono impollinatori fondamentali, i bombi. Fondamentali anche per la nostra sopravvivenza, in quanto sono in grado di impollinare una grandissima varietà di specie selvatiche e non, tra cui moltissime piante di cui ci cibiamo: melo, mandorlo, fragola, ciliegio, zucca, mirtillo, pomodoro, solo per dirne alcune. Le loro dimensioni e il fatto di avere il corpo ricoperto da peli fanno si che siano, appunto, tra i primi impollinatori ad attivarsi in primavera, a volte quando il disgelo non si è ancora completato e riescono a “lavorare” bene fino all’autunno inoltrato. Per gli stessi motivi, sono insetti principalmente legati ad ambienti freschi e freddi. Comprese le terre alte, dove il loro ruolo di impollinatori è cruciale per molte piante alpine, che si riproducono proprio grazie al trasferimento del polline da un fiore all’altro da parte di questi insetti, i quali per contro ricevono dalle piante nutrimento sotto forma di nettare. I bombi possono quindi essere annoverati a pieno titolo nella “biodiversità fredda”, ovvero quel gruppo di organismi legati agli ambienti delle alte quote o delle alte latitudini.  

 

E qui viene la nota di blues all’interno del giro di accordi maggiore che è l’affascinante ecologia dei bombi. Le caratteristiche che consentono loro, come del resto a tutta la biodiversità fredda, di sopravvivere in questi ambienti, si stanno trasformando nella loro trappola. Le montagne si stanno riscaldando più in fretta rispetto alla media globale e i bombi rischiano letteralmente di surriscaldarsi o, laddove ad incidere non fosse l’effetto diretto della temperatura sul loro metabolismo, ci pensa il possibile impatto indiretto sulla flora. Il risultato si traduce in un ampio declino delle popolazioni di molte specie e soprattutto da un’inesorabile ritirata verso le quote più alte.


Bombus alpinus (foto di Christoph Moning, via Wikimedia)

A questo proposito, nel 2024 un interessante lavoro pubblicato sulla rivista Global Ecology and Conservation ha provato a quantificare e mappare la distribuzione attuale e futura di quattro specie di bombi distribuiti tra Alpi, Appennini e Pirenei. Si tratta di specie già classificate nella Lista Rossa della IUCN come quasi minacciate o vulnerabili: Bombus alpinus, distribuito alle quote più elevate sull’arco alpino, Bombus mendax, presente negli ambienti d’alta quota di Alpi e Pirenei, Bombus mucidus, presente a quote medio-elevate di Alpi, Appennini e Pirenei (e localmente anche della Cordigliera Cantabrica) e infine Bombus konradini, presente esclusivamente in Appennino. Dal confronto tra le due distribuzioni, attuale e futura, gli autori prevedono per tutte e quattro le specie gli autori una sensibile contrazione nel prossimo futuro (entro il 2070), più marcata per gli Appennini (80-85%) rispetto ad Alpi e Pirenei (24-56%). Lo studio identifica inoltre quelli che potranno essere i rifugi climatici per queste specie, ovvero quelle zone idonee alla loro presenza sia oggi che in futuro e mostrano anche come, mentre per Appennini e Pirenei tali aree si trovano completamente all’interno di aree protette, nel caso delle Alpi la porzione si riduce ad un terzo. In ogni caso, è e sarà importante concentrare, almeno nei rifugi climatici posti all’interno di aree protette, gli sforzi necessari a mitigare l’impatto dei cambiamenti climatici sulle specie d’alta quota.

 

Infatti, se da un lato la crisi climatica impone sforzi a livello globale che avranno comunque un effetto nel lungo periodo, a livello locale o regionale si possono adottare delle misure che garantiscono la persistenza immediata di habitat di ottima qualità, concentrandosi sui rifugi climatici. A tal proposito, uno studio del 2017 proponeva innanzitutto la limitazione delle attività che possono competere con la disponibilità e la qualità degli habitat, come ad esempio gli sport invernali (e quindi piste da sci e relative infrastrutture), istituendo la protezione integrale delle aree circostanti i ghiacciai fino ad un limite altitudinale inferiore di 2400 m. Se pensiamo che l’area idonea alla sopravvivenza delle specie d’alta quota è destinata a sovrapporsi sempre più con quella idonea alla costruzione di piste da sci (qui l’articolo de l'Altramontagna che descrive lo studio di recente pubblicazione), un intervento di questo tipo è quanto mai necessario e urgente. Un’altra misura di conservazione proposta riguarda l’allevamento di bestiame in quota, che a basse densità è benefico per il funzionamento dell’ecosistema alpino e quindi da favorire, mentre alte densità riducono la disponibilità di cibo per i bombi ed alterano la qualità dell’habitat.

 

Si tratta di misure che andrebbero a beneficio non solo dei bombi, ma di tutto l’ecosistema alpino. Per metterle in pratica però, è necessario un cambio di paradigma, di cui l’Altramontagna è portavoce, rispetto all’attuale modello di gestione delle regioni montane. Che i bombi e tutta la biodiversità fredda ci siano maestri.

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