I rumori di origine antropica possono influenzare l’integrità degli ecosistemi e la salute umana. "L’impossibilità di comunicare può incidere molto negativamente nella conservazione delle specie"

Uno studio appena pubblicato mette a confronto paesaggi sonori naturali e antropici, rivelando importanti differenze e conflitti di cui dobbiamo tener conto, se vogliamo preservare sia l’integrità degli ecosistemi che la salute umana

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Quando scoppiò la pandemia da Covid-19 ero entrata nel mio ultimo anno di lavoro nel progetto di ricerca sul fringuello alpino che, dal 2016, mi aveva portata nelle verdeggianti Asturie, nella Spagna settentrionale. A partire dal mese di aprile si doveva iniziare con le consuete attività sul campo: le cose della natura andavano infatti avanti a prescindere da noi, nonostante il nostro dramma collettivo che per un po’ ci ha fatto paura, ma ci illudeva anche che qualcosa potesse cambiare in meglio nel nostro mondo umano. Una speranza rimasta tale.
La natura seguiva i suoi cicli e la primavera in quota stava ormai facendo capolino. Avevamo perciò un permesso speciale dell’Università di Oviedo per poterci recare sul campo, rappresentato nel nostro caso dalle montagne de Las Ubiñas-La Mesa, un massiccio montuoso poco frequentato ma non per questo meno spettacolare, situato all’estremo occidentale della Cordigliera Cantabrica. Durante una delle prime uscite della stagione stavamo percorrendo il sentiero che da Casa Mieres porta al pianoro alla base di Peña Ubiña, la cima che con i suoi 2417 metri è la più alta del massiccio.
Camminavamo in silenzio, Maria ed io, ognuna assorta nei propri pensieri, o semplicemente immersa nel momento. Ad un certo punto rompo il silenzio e chiedo a Maria: “Non ti sembra che ci sia più silenzio del solito?” e scopro che Maria stava pensando la stessa cosa. Il silenzio della montagna, che non è silenzio bensì assenza di rumori artificiali, era in quel momento ancora più tangibile: era la stessa sensazione che si percepisce durante una nevicata (ci ricordiamo ancora com’è?), quando i fiocchi che cadono mettono il cotone davanti al microfono della nostra cacofonia di rumori. In quella cornice ovattata, i suoni naturali emergevano nella loro interezza. La pandemia aveva fermato gli umani, dando propulsione a tutto il resto. I cicli naturali diventavano udibili nelle città, e sui monti le loro frequenze si ripulivano del brusio lontano. Quel giorno - e i giorni a seguire in quei due mesi di confinamento - mi resi conto del grado di prepotenza dei nostri rumori umani, che riescono a creare un sottofondo costante anche in luoghi apparentemente preservati.
Di paesaggi sonori naturali e antropici, delle loro differenze e di come i secondi influenzino i primi ci parla un lavoro fresco di pubblicazione sulla prestigiosa rivista Nature Ecology & Evolution, in cui un gruppo internazionale di più di 70 ricercatori ha raccolto oltre un milione di minuti di dati acustici registrati da 139 località in 6 continenti durante 3 anni.

Ciò che emerge dallo studio è sorprendente. I suoni di origine biologica (biofonie) danno origine a sinfonie che seguono ritmi prevedibili, attraverso il tempo - le stagioni e le ore del giorno - e lo spazio - attraverso diverse latitudini. Come un’onda che si muove ad un ritmo preciso, gli animali vocalizzano principalmente all’alba e al tramonto e la varietà fenologica (la fenologia è il “quando” accadono le cose nei cicli naturali) delle diverse specie fa sì che durante l’anno la pluralità di ritmi nel paesaggio sonoro si intreccino. L’arrivo della primavera in momenti diversi a seconda della latitudine determina tabelle di marcia diverse nei paesaggi sonori locali di diversi ecosistemi, ma il ritmo che si produce in ogni momento e in ciascun luogo è sostanzialmente uguale.
Le antropofonie, ovvero i suoni prodotti dall’uomo (voci, traffico e altri macchinari), sono invece meno prevedibili e spesso entrano in conflitto con le biofonie, soprattutto nelle città e nei relativi spazi verdi, che pure sono fondamentali per assorbire i rumori e ridurre l’inquinamento acustico: i picchi di traffico nelle prime e ultime ore del giorno si sovrappongono ai canti dell’alba e del tramonto di uccelli, anfibi e insetti, mascherandone la comunicazione e costringendoli a degli adattamenti che non tutte le specie riescono a mettere in atto.
“Per gli esseri umani, l’udito è uno dei sensi chiave, e l’ambiente acustico una parte fondamentale di come sperimentiamo il mondo. Proteggere il paesaggio acustico è quindi essenziale per sostenere sia l’integrità degli ecosistemi che la salute umana” scrivono gli autori dello studio.
Fra i coautori di questo importante lavoro di squadra c’è anche Rosario Balestrieri, l’ornitologo della Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli, che aggiunge un accorato appello: “Che questo studio possa far comprendere l'importanza cruciale di salvaguardare i paesaggi sonori integri per la sopravvivenza della comunicazione animale, alla base spesso del delicato processo di selezione del partner e di contatto con la prole; l’impossibilità di comunicare può incidere molto negativamente nella conservazione delle specie”.
Aumentare gli spazi verdi nelle città, frenare il consumo di suolo forsennato nelle aree periurbane e rurali e contemporaneamente migliorare il paesaggio acustico antropico riducendo la cacofonia di rumori dovrebbe essere un imperativo. Ne gioverebbero anche le montagne più lontane, senza dover sperimentare una nuova pandemia.













