L’orchidea più rara d'Italia è scomparsa: su 240 specie, solo 4 sono tutelate a livello europeo. "Siamo ancora in tempo per rallentare i processi di estinzione"

In occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità, Legambiente presenta il suo "Report sulla Biodiversità a rischio 2025" con un focus dedicato alla flora selvatica. L'Italia custodisce uno dei patrimoni naturali più ricchi d'Europa: sul nostro territorio, che rappresenta solo un trentesimo della superficie europea, si trovano oltre il 30% delle specie animali e quasi il 50% delle specie vegetali presenti nell'intero continente. Purtroppo, la perdita di biodiversità procede a ritmi rapidissimi

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Preziose, delicate e sempre più a rischio, minacciate da crisi climatica, attività umane, trasformazioni del paesaggio e commercio illegale: stiamo parlando delle orchidee selvatiche italiane.
Dalle Alpi agli Appennini, il nostro è uno dei Paesi europei più ricchi di orchidee e proprio per questa sua elevata biodiversità orchidologica l'Italia risulta essere un unicum nel panorama mediterraneo. Nella nostra Penisola si contano infatti ben 240 specie di orchidee e circa un quarto sono specie endemiche, cioè peculiari di quel determinato territorio in cui ricade l'areale (l'area di distribuzione della specie allo stato spontaneo).
A suonare il campanello d'allarme circa il loro status di conservazione è Legambiente, che in occasione della Giornata Mondiale della Biodiversità presenta il suo annuale "Report sulla Biodiversità a rischio 2025": il dossier contiene una serie di dati molto interessanti e diversi focus su temi specifici, uno dei quali è dedicato proprio alle orchidee selvatiche.
LE ORCHIDEE SELVATICHE PIÙ A RISCHIO
Tra le orchidee più minacciate ci sono specie molto conosciute come la Scarpetta di Venere (Cypripedium calceolus), pressoché scomparsa sulle Alpi occidentali. E poi il Barbone Adriatico (Himantoglossum adriaticum), la splendida e rara ofride specchio (Ophrys speculum) o l’orchidea Orchis patens. È ormai assente, in Sardegna, l’orchidea palustre Dactylorhiza elata subsp. sesquipedalis: era presente solo in provincia di Nuoro, in maniera sempre più esigua, fino a risultare estinta nel 2025. Negli anni ’80 si contavano una trentina di esemplari, ridotti a 3 nel 2020, per poi scomparire del tutto nel 2025.

Sono dati diffusi da Legambiente nel report annuale, che contiene inoltre un'analisi su alcuni progetti di tutela e buone pratiche. L'associazione evidenzia anche i gravi ritardi che l’Italia ha accumulato rispetto agli obiettivi europei 2030 in fatto di tutela e conservazione della biodiversità. "Su 240 specie di orchidee presenti in Italia solo 4 sono tutelate a livello europeo dalla direttiva Habitat (si tratta di Cypripedium calceolus, Himantoglossum adriaticum, Liparis loeselii e Ophrys lunulata). In fatto di tutela - sottolinea Legambiente - si scontano oggi i limiti di una Direttiva Habitat non aggiornata che non rappresenta la situazione attuale reale del grado di rischio. In piena fioritura a partire dal mese di maggio, le orchidee spontanee sono protette dalla Cites, la Convenzione di Washington sul commercio internazionale delle specie di fauna e flora selvatiche minacciate di estinzione. Inoltre, la raccolta anche parziale di fiori e bulbi ovari costituisce reato".
Nella nostra Penisola, sottolinea Legambiente, la tutela e conservazione delle orchidee è stata demandata alle singole regioni, generando una marcata eterogeneità nel panorama nazionale. "In questa partita è, però, fondamentale coinvolgere attivamente le comunità locali, sensibilizzando i gestori del territorio affinché le strategie di conservazione possano integrarsi con le attività economiche e sociali locali".
“In Italia la perdita di biodiversità e in particolare delle orchidee – commenta Stefano Raimondi, responsabile nazionale biodiversità di Legambiente - sottolinea i limiti di un approccio passivo e l’importanza di integrare protezione, politica e ricerca scientifica. Le zone umide italiane insieme alle praterie semiaride, pur ospitando un’elevata diversità di orchidee, sono tra gli habitat meno tutelati. Solo unendo ricerca, politica e azione concreta sarà possibile garantire prosperità alla straordinaria diversità biologica. Siamo ancora in tempo per rallentare i processi di estinzione: proteggere gli habitat, sostenere la ricerca, coinvolgere cittadini e istituzioni. La conservazione è possibile, ma richiede consapevolezza, impegno e una volontà collettiva”.
COME SCOMPARE UNA SPECIE
L'estinzione dell'orchidea "più rara d'Italia" è un caso emblematico. L'unica popolazione italiana di Dactylorhiza elata subsp. sesquipedalis è stata dichiarata estinta nel 2025. La distribuzione di questa specie, dalla storia complessa, si è progressivamente ridotta nel tempo seguendo il ritiro delle ultime glaciazioni, fino a limitarsi a sole quattro stazioni: in Spagna, Francia, Marocco e Italia (in Sardegna, nel comune di Osini, nel Nuorese).
Era l’unica popolazione nota nel nostro Paese. L'unica di cui si avevano informazioni biologiche ed ecologiche: per questo motivo rivestiva un’importanza fondamentale.
Era stata scoperta alla fine degli anni Ottanta – quando contava circa una trentina di individui – e sin da allora ha mostrato segni di declino.
Nel tentativo di proteggerla, nel 2007 le autorità locali avevano installato una recinzione ma nel 2010 la popolazione si era già ridotta a dieci piante. In quell’anno la recinzione fu rinforzata, ma in assenza di un’adeguata gestione, specie a crescita rapida come il rovo e l’equiseto hanno preso il sopravvento.
Un team di ricercatori delle Università di Bologna e della Tuscia ha tentato di far germinare in laboratorio i pochi semi disponibili, ma purtroppo i test non hanno dato i risultati sperati, suggerendo indirettamente che la piccola popolazione sarda potesse avere difficoltà riproduttive, probabilmente a causa dell’inbreeding (la riproduzione tra individui "consanguinei").
Mentre la popolazione diminuiva, di pari passo aumentava l’interesse intorno a questa orchidea sempre più rara. Tuttavia, la crescente attenzione non si è tradotta in azioni concrete di conservazione e non ha arrestato il declino della popolazione, che nel 2020 contava soltanto tre individui. Le ultime tre piante. Ora, non ci sono più.
I PROGETTI PER TUTELARE LA FLORA

Nel suo report, Legambiente fa un punto anche sui progetti di tutela sulla flora selvatica. Tra questi c’è il “Life Seedforce”, cofinanziato dall’Unione Europea, avviato a ottobre 2021 e in corso fino al termine del 2026, che mira a migliorare lo stato di conservazione di 29 specie vegetali di interesse comunitario: dalla Primula palinuri (primula di Palinuro) al Gladiolus palustris (gladiolo palustre) all’orchidea Himantoglossum adriaticum, per citarne alcune.
Le azioni di conservazione (come il rafforzamento, la reintroduzione e l’introduzione) si svolgono in 76 siti della Rete Natura 2000 presenti in 10 regioni italiane (Lombardia, Trentino-Alto Adige, Friuli-Venezia Giulia, Veneto, Liguria, Emilia-Romagna, Abruzzo, Campania, Sardegna e Sicilia) e in alcune aree transfrontaliere di Francia, Slovenia e Malta. Importante la sinergia e il coinvolgimento con la Rete Italiana Banche del Germoplasma per la conservazione ex situ della flora spontanea italiana. Tra i risultati attualmente raggiunti dal progetto: quasi 670.000 sementi raccolte tra tutte le specie interessate, più di 4.000 talee ottenute e messa a dimora di oltre 120.000 semi.
BIODIVERSITÀ E PARCHI NAZIONALI
Legambiente richiama l'attenzione su come l'Italia vanti progetti e casi di successo in fatto di tutela e conservazione della biodiversità, spesso legati al lavoro svolto dalle aree protette.
Evidenzia infatti l'associazione: "I dati parlano chiaro: dagli oltre 3 mila esemplari di camoscio reintrodotti su tutto l’Appennino, dove all’inizio degli anni ’90 erano quasi estinti, alla tutela del lupo in Majella dove se ne contano circa un centinaio e dell’orso bruno marsicano che conta una popolazione di circa cinquantina di individui.
In Cilento tra la flora protetta c’è la rarissima Primula di Palinuro, a rischio estinzione, protetta a livello regionale e comunitario; un altro caso di successo è rappresentato dalla tutela della flora selvatica a rischio grazie al prezioso lavoro avviato dalla Banca del Germoplasma in Majella".
"AL RITMO ATTUALE, L’ITALIA CENTRERA' L’OBIETTIVO DEL 30% DI TERRITORIO PROTETTO TRA BEN 80 ANNI"
In Italia è lunga la lista di parchi e riserve in attesa di istituzione, bloccati da iter complessi e diversità di vedute tra le parti coinvolte. "I tempi per l’istituzione di parchi e aree marine protette sono molto lunghi: dall’approvazione della legge alla operatività di un’area protetta passano circa 7/8 anni. Al ritmo attuale l’Italia rischia di centrare l’obiettivo del 30% di territorio e di mare protetto tra ben 80 anni - denuncia Legambiente -. Un ritardo inaccettabile per un Paese come l’Italia che custodisce uno dei patrimoni di biodiversità più ricchi in Europa, dato che mancano solo cinque anni alla scadenza degli obiettivi europei”.
Di recente, il Parco nazionale del Matese è stato istituito dopo un lungo e travagliato iter (ne avevamo parlato in questo articolo).
A cinque anni dall’entrata in vigore della strategia sulla biodiversità 2030, il nostro Paese appare distante dagli obiettivi fissati.
Per Raimondi "serve una forte determinazione politica e amministrativa, oltre a strumenti operativi e nuove norme capaci di accompagnare i territori a più alta vocazione naturale nella transizione ecologica. Temi che rilanceremo anche in occasione del “Natura Day. 30% di territorio protetto entro il 2030”, con una serie di iniziative che abbiamo organizzato dal 21 al 25 maggio per la Giornata europea delle aree protette, che si celebrerà il 24 maggio".
IL REPORT SULLA BIODIVERSITA': ALCUNI DATI
Attualmente, la biodiversità sta affrontando una crisi senza precedenti, con tassi di estinzione delle specie significativamente superiori alla norma. All'origine della perdita di biodiversità, ci sono cause sono strettamente legate alle attività umane: la perdita e la frammentazione degli habitat naturali, il cambiamento climatico, l’inquinamento, l’introduzione di specie aliene e la gestione non sostenibile delle risorse naturali.
Purtroppo, la perdita di biodiversità procede a ritmi rapidissimi: i dati delle Liste Rosse mondiali, elaborate dalla Iucn (Unione Mondiale per la Conservazione della Natura) stimano che il 28% di tutte le specie attualmente sul Pianeta sono valutate a rischio di estinzione, ossia 47.000 specie tra piante e animali. E in Europa? Il nostro continente conta 123.000 specie, includendo animali e vegetali. Ma solo il 27% delle specie protette (che in totale sono 18.000) indica un buon stato di conservazione, mentre il 63% si trova in uno stato ritenuto "povero o cattivo".
Parlando di biodiversità, l'Italia può vantare una varietà di specie vegetali e animali e un livello di endemismo tale da essere considerata custode di un patrimonio naturale tra i più preziosi e significativi d’Europa. Tale ricchezza è da attribuire al notevole gradiente altitudinale, all’estensione Nord-Sud e alla complessità geologica e orografica del territorio, che determinano una grande varietà di climi e ambienti naturali.
Basti pensare che rispetto al totale di specie presenti in Europa, in Italia si ritrovano oltre il 30% di specie animali e quasi il 50% di quelle vegetali, il tutto su una superficie 30 volte più piccola rispetto all’intero continente. "Tra le aree “ad alta densità” di biodiversità ed endemismo vi sono le isole tirreniche, alcuni settori della catena appenninica, nonché delle Alpi Marittime e Liguri", evidenzia Legambiente nel dossier.
La consapevolezza di una tale diversità di organismi viventi presente sul nostro territorio dovrebbe porci davanti a una notevole responsabilità e a un urgente impegno in termini di salvaguardia della biodiversità. Diventa infatti sempre più stringente l'esigenza di proseguire con le buone pratiche di gestione e tutela attuate sinora e di attivarne di nuove, tenendo conto anche degli effetti dei cambiamenti climatici e della fragilità degli ecosistemi.
Per approfondire, il dossier di Legambiente è disponibile qui.













