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Ambiente | 18 aprile 2025 | 08:03

Nessun luogo è al sicuro: dalla Groenlandia alle Alpi, i composti chimici tossici minacciano l'ambiente e le comunità locali

In Groenlandia, le popolazioni animali e indigene locali sono a rischio per l'accumulo di PFAS provenienti dai Paesi industrializzati. Cosa ci accomuna a loro? La certezza che nessun luogo è al sicuro dalle conseguenze delle nostre attività. Ecco perché

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Cosa accomuna le popolazioni di alcuni comuni italiani con gli Inuit di Ittoqqortoormiit, Groenlandia? Una parola, anzi un acronimo: PFAS. Sostanze perfluoro alchiliche. Nate negli anni ’40, hanno rappresentato, e purtroppo continuano a rappresentare, l’eureka! per l’industria globale: vengono utilizzate per produrre rivestimenti antiaderenti di pentole, contenitori per alimenti, sacchetti da popcorn per forno a microonde, impermeabilizzanti per tessuti, pelli, carta oleata, materassi, tappeti, divani, sedili, detersivi, insetticidi, pesticidi e molto altro. Persino giocattoli. Sono ubiquitari, i PFAS, e non solo. Pure eterni.

I PFAS sono infatti considerati forever chemicals, ovvero sostanze che non si degradano mai, sostanze che ci sopravvivranno. Essi rimarranno, dopo averci lentamente sterminati. Infatti i PFAS si accumulano nei tessuti (vegetali e animali) e, con il tempo, nell’uomo possono causare: malattie alla tiroide, aumento del colesterolo, danni al fegato, cancro ai reni, cancro ai testicoli, problemi di fertilità, impatti negativi sullo sviluppo fetale, solo per citare gli effetti dimostrati, tralasciando svariati altri effetti ipotizzati ma non ancora certi. Ne sanno qualcosa, per fare un esempio, i residenti di diversi comuni della provincia di Vicenza, per oltre 40 anni esposti a loro insaputa ad alti livelli di PFAS che, dal loro accumulo nelle acque (come conseguenza del rilascio di sostanze nocive nell’ambiente da parte di aziende locali), si trasferivano ai tessuti vegetali e animali, per arrivare infine all’uomo. Una brutta - e non ancora conclusa - storia di negligenza imprenditoriale e politica, che ha generato, per contro, una bella storia di movimentazione dal basso, attivismo e solidarietà, incarnata dal movimento No Pfas, formato da un arcipelago di soggetti formali e non, tra cui le Mamme no PFAS.

 

Ma torniamo all’Artico. E’ da poco uscito sulla rivista Cell Reports Sustainability uno studio sull’impatto dei PFAS nell’Artico, che combina le analisi dei livelli di PFAS nei tessuti di orsi polari e foche degli anelli con dati di consumo di carne delle stesse specie da parte degli Inuit di Ittoqqortoormiit, piccola comunità della Groenlandia centro-orientale. Qui i PFAS e altre sostanze chimiche industriali giungono, trasportati per migliaia di chilometri dalle attività industriali più meridionali attraverso le correnti marine o quelle atmosferiche. Arrivati nelle bianche destinazioni dell’estremo Nord, si accumulano in concentrazioni molto elevate nella carne, nel fegato e nei reni dei predatori apicali dell’ambiente marino, inclusi foche e orsi polari. Un esempio di bioaccumulo, o biomagnificazione, per cui le sostanze tossiche si accumulano e aumentano di concentrazione mano a mano che si avanza nella catena alimentare. Una specie di fiera dell’est dove l’ultimo della fila si trova con livelli di tossicità notevolmente più alti del primo. Lo stesso principio del saturnismo, ovvero l’accumulo di piombo nei tessuti degli uccelli selvatici, rapaci e anatidi in particolare. Una conseguenza dell’ingestione di carcasse di animali abbattuti con munizioni al piombo, che porta nella maggior parte dei casi alla morte dell’animale. Mentre il saturnismo è ampiamente studiato e documentato, l’accumulo di PFAS nella fauna artica rimane ancora poco studiato, ma si sa che può avere effetti sul sistema endocrino e neurologico. E l'impatto si estende ben oltre l'animale.

Le comunità Inuit dell’Artico basano la loro alimentazione principalmente sulla fauna marina locale, che include i mammiferi marini e per questo motivo preoccupanti concentrazioni di PFAS sono state riscontrate in queste popolazioni indigene, apparentemente immuni dalle minacce ambientali che sembrano talvolta quasi scontate per chi vive nei Paesi industrializzati.

 

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A sinistra, le correnti oceaniche e atmosferiche che trasportano gli inquinanti verso l'Artico. A destra, bioaccumulo di PFAS nei diversi livelli della catena alimentare. (Fonte: Christian et al. 2025 Cell Reports Sustainability, 2(3): 100341)

Vi sarete forse chiesti a questo punto quale sia il nesso tra la Groenlandia e il focus de l'Altramontagna, ovvero le terre alte nostrane. Poco più di un anno fa veniva pubblicato uno studio sulla diffusione dei pesticidi a partire dal fondovalle della più grande zona europea dedicata alla melicoltura, ovvero la Val Venosta. I ricercatori trovarono pesticidi anche in valli secondarie remote, perfino in pascoli alpini a 2300 metri, dove giungono trasportati dal vento. In questo caso l’impatto negativo è, prima di tutto, sugli insetti impollinatori, ma come ogni evento in natura, la catena di effetti che ne deriva può essere devastante, per ecosistemi delicati come quello alpino. Ma anche per noi, visto quanto dipendiamo dagli impollinatori.

Ecco quindi, il collegamento. Nessun luogo può dirsi al sicuro dalle conseguenze delle nostre attività. Neppure le cime alpine, né i ghiacci artici.

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