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Attualità

Pista da Bob, prima ''gli italiani'': confermata Cortina, ma gli operai per la costruzione arriveranno dalla Norvegia

La Società Infrastrutture Milano Cortina ha firmato l'accordo con Pizzarotti S.p.A. che effettuerà i lavori per la realizzazione della pista da bob. La pista degli italiani verrà realizzata grazie al supporto di novanta norvegesi: una squadra di operai abituata a lavorare in pieno inverno

Di Pietro Lacasella | 02 febbraio | 17:45
Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

E così Cortina avrà il suo budello di cemento e acciaio. La Società Infrastrutture Milano Cortina ha infatti firmato l'accordo con Pizzarotti S.p.A. (unica impresa ad essersi presentata in ben tre bandi di gara) che effettuerà i lavori per la realizzazione della pista da bob.

 

Con grande soddisfazione, ne danno conferma il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, e il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, in una nota del Ministero Infrastrutture e Trasporti. "La scelta – si legge nella nota – mette un punto fermo e attesta l'estrema determinazione di questo governo di concludere al meglio e in Italia tutte le opere in vista dei Giochi".

 

Un lieto fine? Non proprio. Tante le incongruenze, tante le perplessità, troppi i dietrofront per accogliere la notizia senza storcere il naso.

Innanzitutto la pista degli italiani, com’è stata dipinta dalla ministra del Turismo Daniela Santanché e dal vicepremier Antonio Tajani, verrà realizzata anche grazie al supporto di novanta norvegesi: una squadra di operai abituata a lavorare in pieno inverno. I tempi infatti stringono, e non ci si può prendere il lusso di concedersi ulteriori pause, nemmeno la notte. Il cantiere resterà aperto sette giorni su sette, ventiquattrore su ventiquattro, per circa tredici mesi (confidando nella pazienza dei residenti di Cortina, soprattutto di chi soffre di insonnia).

 

Ma come, penserete giustamente voi, la pista degli italiani ("Noi siamo italiani e orgogliosi di esserlo e faremo in Italia la pista da bob'', così ha dichiarato appena due settimane fa Daniela Santanché) verrà realizzata grazie a una realtà alloctona, straniera? Il Veneto, che sulla politica del fare ha costruito con orgoglio la sua identità, non è in grado di fornire abbastanza personale qualificato (o meglio, temprato) per realizzare l’opera nei tempi previsti? A più riprese si è dichiarato che la pista è fondamentale per il futuro economico dei territori montani interessati, ma i primi capitali iniziano a volare oltre i confini nazionali.

 

La nostra pista, la pista degli italiani, quanto ci costerà? L’importo iniziale, stimato in una prima fase di 47 milioni, “è cresciuto a 60 milioni, poi siamo arrivati a 82” – spiega Giuseppe Pietrobelli, giornalista del Fatto Quotidiano, per poi aggiungere che a questa cifra è necessario “metterci l’IVA, bisogna metterci le spese di progettazione già effettuate, circa nove milioni di euro, tre milioni e mezzo per togliere la vecchia pista (Eugenio Monti n.d.r.) e si arriva a 122 milioni”.

 

122 milioni (più i costi di gestione annua che supereranno il milione) per una manciata di atleti. Sono queste le politiche incentivate per sostenere per i territori montani? Non sarebbe forse più cauto e lungimirante utilizzare i finanziamenti destinati al bob per offrire agli abitanti di questi territori maggiori servizi per un vivere dignitoso?

 

Non bisogna inoltre dimenticare la posizione del Comitato Olimpico Internazionale, che continua a ribadire la propria contrarietà alla realizzazione dell’infrastruttura considerato che nel mondo ci sono già abbastanza piste per soddisfare il fabbisogno di un così modesto numero di praticanti.

 

Appena al di là del confine, a Innsbruck e a St. Moritz​, ci sarebbero già due impianti funzionanti. Trasferire le gare all’estero, oltre a essere un’operazione più economica e sostenibile (nel dossier di candidatura la parola sostenibilità figura 97 volte in 120 pagine), si rivelerebbe un’ottima occasione per divulgare una sensibilità rinnovata che, al nuovo, predilige l’esistente; che mira a incentivare il dialogo tra le realtà transalpine; che si impegna a sviluppare una pianificazione territoriale minuta e attenta alle peculiarità antropiche e ambientali che caratterizzano i territori montani.

 

La pista di Cesana Pariol, abbandonata a pochi anni dall'edizione olimpica di Torino 2006 dopo essere costata ben 110 milioni di euro, doveva essere un importante monito. Invece, per una questione di orgoglio, preferiamo incamminarci verso la stessa radice su cui siamo già inciampati. Peccato.

 

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