Abitare in montagna è diventato un privilegio delle classi sociali più agiate? "Chi ha le risorse economiche acquista, affitta, contribuisce all''airbnbizzazione' dei luoghi; gli altri restano a guardare"

Ci offre una risposta Andrea Membretti, tra gli autori dello studio nato da una collaborazione tra Università di Torino, Istat e Ministero dell’Ambiente. In attesa dell’uscita del suo nuovo libro "Diventare montanari" (terzo volume della collana de L'Altramontagna), il ricercatore legge i dati sulla mobilità residenziale mettendoli in relazione con il livello di urbanizzazione, la fragilità dei territori, l'aumento delle temperature e gli aspetti socio-economici

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Da una collaborazione tra l’Università di Torino (Dipartimento di Culture, Politica e Società), l’Istat nazionale e il Ministero dell’Ambiente (Mase), nasce un report relativo all’andamento demografico dei comuni alpini italiani, in relazione ai temi della mobilità residenziale e del cambiamento climatico.
Questi tre soggetti, con la Convenzione delle Alpi come ente che ha fornito l’endorsement, hanno costituito un accordo quadro per aggiornare i dati della demografia nelle Alpi, in relazione soprattutto alla mobilità residenziale e agli effetti attuali e potenziali del cambiamento climatico. Il lavoro andrà avanti per i prossimi due anni.
Dopo il recente Rapporto Montagna Italia 2025 promosso da Uncem, il lavoro dell’Università di Torino fa ulteriore luce sulla situazione demografica delle montagne italiane. Pur condividendo in parte gli obiettivi, quest’ultimo sposta il focus su un oggetto di indagine più ristretto, e coinvolge anche parametri come il cambiamento climatico e la fragilità, anche ambientale, dei territori. I due studi si configurano dunque come complementari, utili a far luce - con prospettive diverse - su un panorama estremamente complesso.
Il presente studio riguarda soltanto le Alpi, essenzialmente Alpi italiane. Al suo interno, in realtà, compare anche un piccolo approfondimento sull’Austria, come caso di studio: la ricerca ha infatti in programma di spostarsi al resto delle Alpi nell’anno 2026. L’unità di misura, poi, non sono le comunità territoriali, ma i singoli comuni montani, classificati come tali da Istat.
A parlarci del nuovo report è una delle firme: Andrea Membretti, sociologo e ricercatore, particolarmente attento al fenomeno delle migrazioni verticali. Dal 14 novembre, uscirà in libreria il suo nuovo libro Diventare Montanari. Viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte (già disponibile in pre-ordine nel sito dell'editore People). È il terzo volume della collana firmata L’Altramontagna, edito da People.

L’oggetto principale scelto dall’indagine è la mobilità residenziale, che esaurisce solo in maniera parziale le casistiche migratorie verso la montagna. “Noi partiamo anche da un problema metodologico, perché il trasferimento di residenza è qualcosa che non intercetta una serie di modi di abitare la montagna legati allo smart working o all'abitare multilocale. Partiamo da quello, perché è il dato che tutti gli enti statistici nazionali hanno e usano, quindi i dati che si vedono nelle mappe elaborate in questo report fanno riferimento al trasferimento di residenza, le cosiddette ‘migrazioni verticali’. Però è limitato: non basta a intercettare la totalità dell’effettiva delle persone”.
Partendo da questa consapevolezza, è in fase di progettazione il coinvolgimento di nuovi parametri: “Le utenze ad esempio, quindi il fatto di sapere che una casa è abitata o meno in base ai consumi; o le celle telefoniche; noi avevamo anche cominciato a considerare gli affitti di medio e lungo termine tramite le piattaforme”.
Per la classificazione dei comuni montani, altro nodo spinoso per questo genere di indagini, lo studio ha scelto di usare la classificazione di Istat, che essenzialmente si basa sul criterio altimetrico. “Anche qui, però, abbiamo cercato di ampliare lo sguardo. Per la Valle d'Aosta, ad esempio, abbiamo provato a incrociare l'altitudine con il ‘degree of urbanization’, il livello di urbanizzazione del territorio, che ha normalmente una classificazione a tre livelli, alto, medio, basso. Quindi si va dal territorio densamente urbanizzato fino a quello rarefatto, rurale, interno. Abbiamo cercato un po' di capire come si muovevano le cose, per esempio, rispetto all'attrattività o l'abbandono di questi territori. Così abbiamo potuto notare che i territori intermedi se la cavano meglio rispetto ai territori più urbanizzati. Quelli di medio livello, l'incrocio tra un'urbanizzazione intermedia e una quota intermedia, tendono a essere più attrattivi”.
Detto questo, “la montagna alpina italiana guadagna abitanti: si conferma il trend che risale alla rilevazione fatta nel 2013 dalla Convenzione delle Alpi”.
La questione merita però alcune precisazioni. Un dato interessante emerge dal confronto tra il saldo naturale e il saldo migratorio, laddove con il primo si intende il rapporto tra le nascite e le morti, mentre il secodo guarda al rapporto tra gli iscritti all'anagrafe comunale e i cancellati.

“Il saldo naturale è continuamente in calo in tantissime località, escluso l’Alto Adige, che sappiamo essere un'eccezione storico-geografica. Dall'altro lato il saldo migratorio è positivo in tantissime località, a macchia di leopardo, non in maniera uniforme, però continua ad essere l'unico driver di mantenimento della popolazione o incremento della popolazione. Se ci basassimo sul saldo naturale, tutte le Alpi italiane si starebbero spopolando tranne l'Alto Adige. Questo è il primo dato da sottolineare”.
Ciò che questo dato suggerisce, è che la struttura della popolazione storica residente nei comuni alpini italiani, al netto dei fenomeni immigratori interni e internazionali, “è una struttura che si è andata e ancora sta andando verso un forte stato di fragilità”.
Sicuramente, però, è in atto comunque un riposizionamento di alcune componenti della popolazione del nostro paese verso le terre alte; e questo riposizionamento accade innanzitutto nel settentrione, soprattutto dalle grandi città della pianura padana verso alcuni comuni alpini più attrattivi. A guardare le mappe del rapporto Uncem, in effetti, poteva sembrare che l’intero arco alpino fosse interessato da una crescita demografica generale. Tuttavia, precisa Membretti, “a sgranare un po' di più, se noi mettiamo solo il focus sulle Alpi, si vede che non è così. Ci sono territori abbondantemente in saldo negativo, anche migratorio. Allora va fatta una riflessione: se quei luoghi non attirano persone, assodato che le nascite non sono sufficienti, significa che tra 10 o 15 anni sono morti”.
Nell’indagine, quindi, si inseriscono parametri quali la fragilità comunale e i vari indicatori che individuano l’impatto del cambiamento climatico, così da tentare di isolare i casi più critici.
“Istat ha costruito un indice di fragilità comunale. Questo indice è l'insieme di una serie di indicatori di fragilità socio-economica, ambientale e territoriale. Si tratta di una visione complessiva che tiene insieme il disagio economico, la disoccupazione, l'accesso o meno ai servizi di welfare, con elementi come il dissesto idrogeologico, la pericolosità o meno del territorio in cui vivi, le sue caratteristiche ambientali”. Un caso di studio peculiare, per esempio, è la Valle d'Aosta. La regione è infatti caratterizzata da forte fragilità demografica, e si tratta inoltre di un territorio che, almeno per la bassa valle, è in crisi “vocazionale” nel passaggio al post-industriale. “Ad ogni modo - precisa l’autore - si tratta di un indice che su cui stiamo ancora lavorando, in fase di costante aggiornamento”.

Similmente, per quanto riguarda l'impatto dei cambiamenti climatici, vengono considerati degli indicatori che isolino i casi in c'è una grande esposizione agli effetti e gli impatti di questi eventi, per alcune componenti della popolazione. “Cerchiamo di capire alcune variazioni legate proprio al clima, e l’impatto che possono avere sulla mobilità residenziale. Abbiamo preso ovviamente gli indicatori canonici: le notti tropicali, le andate di calore, l'umidità durante l'estate, le precipitazioni”.
In estrema sintesi, lo studio riporta al centro il ruolo del cambiamento climatico nella migrazione verticale. Questa tropicalizzazione del clima, soprattutto quello padano, che si somma all'inquinamento atmosferico, sono i fattori che - è lecito aspettarsi - renderanno sempre più attrattiva la montagna, specialmente durante i mesi estivi.
Non solo, ad esso vanno necessariamente incrociati fattori di ordine socio-economico. “Lo stato del clima non si traduce necessariamente nel fatto che numeri ingenti di persone si sposteranno. Il fattore determinante è avere le risorse e le possibilità per farlo. La questione dell'abitabilità e dei servizi sono alcuni dei nodi centrali: senza questi, chi ha le risorse acquista, affitta, contribuisce all'airbnbizzazione, o alla gentrificazione dei luoghi montani; mentre quelli che non hanno le risorse restano a guardare. È fondamentale quindi offrire accesso alla casa e accompagnamento di queste forme di mobilità residenziale, altrimenti la montagna rischia di diventare appannaggio esclusivo di alcune classi sociali”.
Questo report, però, non è un punto di arrivo, ma semmai di partenza. In parallelo al progetto odierno, come indicato anche nell’introduzione del report, è stata poi siglata un’ulteriore convenzione tra l’Università di Torino e l’Accademia delle Scienze di Innsbruck, per cominciare un approfondimento sull’asse Italia-Austria. “Dopo l’incontro di Milano avuto con il Segretariato Permanente due settimane fa, abbiamo ottenuto la disponibilità della maggior parte dei Paesi alpini presenti nella Convenzione a fornirci, per il 2026, i dati sulla mobilità residenziale nei propri territori e a realizzare anche alcuni casi di studio sul nesso tra mobilità residenziale e cambiamento climatico. Questo, forse, è il punto più originale della nostra ricerca rispetto ad altri approfondimenti”.













