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Attualità | 17 novembre 2025 | 18:00

"Il Cai non può limitarsi alla sola fruizione sportiva o turistica della montagna". Per valorizzare la componente antropica, dal Nord-Est la proposta di integrare l'Articolo 1 dello Statuto

Nel 1869, l’abate e socio onorario Amé Gorret di Valtournenche denunciava la mancata considerazione dell'aspetto umano delle popolazioni che vivono in montagna. Dopo 162 anni, la situazione è rimasta immutata (almeno sulla carta). La necessità di un'integrazione dell'Articolo 1 dello Statuto del Club Alpino Italiano è stata evidenziata dall’Assemblea dei Delegati delle Sezioni del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia, che ha approvato la proposta per acclamazione. Da qui alla modifica, però, la strada è ancora lunga

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È venuto il momento di riconoscere che la difesa dei territori montani è soprattutto merito delle comunità che li popolarono e li popolano, che con il lavoro e la loro presenza hanno modellato, custodito, riparato dagli eventi naturali e tramandato il paesaggio alpino e appenninico”.

 

All’Articolo 1 dello Statuto del Club Alpino Italiano, a tema di “Costituzione e finalità”, si legge: “Il Club Alpino Italiano (C.A.I.), fondato a Torino nell’anno 1863 per iniziative di Quintino Sella, libera associazione nazionale, ha per iscopo l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, specialmente di quelle italiane, e la difesa del loro ambiente naturale”.

 

“Difesa del loro ambiente naturale, punto”, commenta Gianluigi Topran d’Agata, Coordinatore del Csdb (Coordinamento Sezioni Dolomiti Bellunesi), nel proporre un’integrazione del primo articolo statutario dello storico Club.

 

L’intervento di Topran d’Agata è stato pronunciato in occasione dell’Assemblea congiunta dei Delegati delle Sezioni del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia dell’8 novembre, tenutasi a Castelbrando di Cison. Il coordinatore, in particolare, si è occupato del punto 6 dell’Ordine del giorno, dedicato alle “modifiche statutarie nazionali”.

 

La proposta di revisione interessa proprio l’Articolo 1, ed è quella di integrarlo in modo da fare spazio, tra gli interessi del Club, oltre che alla componente ambientale e naturalistica, a quella antropica. Si diceva, dunque: l’alpinismo in ogni sua manifestazione, la conoscenza e lo studio delle montagne, la difesa del loro ambiente naturale… “e delle comunità che le abitano e le custodiscono”. “L’aggiunta che proponiamo è questa”.

 

La proposta è stata approvata per acclamazione dai delegati del Nord-Est. Le due circoscrizioni regionali, di Veneto e Friuli, insieme comportano quasi un quarto dei soci nazionali del Cai.

 

 “L'importanza e cura dell'ambiente naturale di montagna non può prescindere dalla storia, dalla cultura, e dalle necessità delle popolazioni che vi abitano. Ignorare questi aspetti è fuorviante e rende inefficace anche l'azione stessa di tutela”.

 

L’esigenza di un cambio di paradigma in questo senso non è nuova, e anzi la sua mancanza è evidentemente sentita come problematica dalle sezioni Cai, specialmente tra quelle cadorine e del Comelico (dalle quali è riemersa la proposta). Già nel 2008, al novantottesimo Congresso nazionale di Predazzo, era stata lanciata una proposta analoga; che l’allora presidente, Annibale Salsa, ha continuato da sempre a sostenere e portare avanti.

 

“La proposta - ci spiega lo stesso Annibale Salsa - era emersa a Predazzo nel 2008 perché c'era bisogno di questa riforma: i club alpini sono stati fondati dalle città, ma l’attenzione verso la popolazione della montagna c’è sempre stata. Non è una questione imposta ora, ma necessaria già alle origini del Sodalizio. Il Cai oggi ha molte sezioni sparse sul territorio di montagna, quindi il problema deve essere posto. Il Club non è solo naturalistico: ci deve essere anche attenzione alla problematica social-demografica”.

 

Il Cai - continua Salsa - non è il Wwf, non è la Pro Natura. In questi anni molte sezioni, come quelle del bellunese, del Comelico e dell'Alto Cadore, hanno avvertito un disagio nella mancata valorizzazione della componente antropica; un disagio che, con declinazioni diverse, è presente un po’ in tutta la montagna italiana”.

 

Topran anticipava nel suo discorso una delle possibili obiezioni: “Cosa credono questi, che dopo 160 anni andiamo a toccare l'articolo 1 del Cai?”. In realtà, spiega, si tratterebbe soltanto di un’integrazione, non modificherebbe nulla, ma darebbe ulteriore valore al Cai anche nel dialogo con gli enti locali. Ad ogni modo, l’esigenza manifestata da Topran non è nuova e, anzi, sembra ritornare dai tempi della fondazione: sei anni dopo la fondazione, infatti, ci fu una proposta che “sostanzialmente era la stessa richiesta di attenzione che vi proponiamo oggi”.

 

Nel 1869, l’abate Amé Gorret di Valtournenche (protagonista della prima ascensione italiana del Cervino), acclamato membro onorario del Club, aveva posto in evidenza “in maniera molto decisa questa omissione di cui si era reso conto, di una dimenticanza nei confronti delle popolazioni di montagna, denunciando il fatto che non viene preso in considerazione l'aspetto umano delle popolazioni che vivono in montagna”.

 

Dopo 162 anni della fondazione del Cai, “è venuto il momento quindi di riconoscere, che la conoscenza e lo studio e la difesa dei territori montani è soprattutto un merito delle comunità che popolarono e popolano la montagna, che con il lavoro e la loro presenza, soprattutto, hanno modellato, hanno custodito, riparato dagli eventi naturali e tramandato il paesaggio alpino e appenninico”.

 

“Con questa proposta - conclude Gianluigi Topran d’Agata - poniamo ufficialmente al Cai, che non può limitarsi alla sola fruizione sportiva o turistica della montagna, questo obiettivo: interessarsi e promuovere la conoscenza, la tutela, il legame umano e la ‘restanza’ della stessa popolazione che risiede in montagna, che come voi ben sapete è in netto calo demografico”.

 

La strada per la revisione, e dunque per l'eventuale integrazione dell'Articolo 1 dello statuto, rimane ancora lunga e complessa. 

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