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Attualità | 19 novembre 2025 | 12:15

"Il materiale di queste colline è detto 'flysch': indica la predisposizione al franamento. L'intensità di pioggia ha fatto traboccare il vaso". Il geologo Paolo Paronuzzi analizza la frana che ha investito Brazzano

Tra domenica sera e lunedì notte il Friuli Venezia Giulia è stato colpito da fortissime precipitazioni, con 275 millimetri di pioggia caduti a Cormons nel giro di 24 ore, causando due morti e centinaia di sfollati. Partendo dalle immagini dell’evento, il geologo Paolo Paronuzzi dell’Università di Udine illustra la natura dei terreni coinvolti, il ruolo dei terrazzamenti a vigneto, l’influenza delle precipitazioni eccezionali e le condizioni geologiche pregresse che favoriscono l’innesco di simili collate di fango

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Tra domenica sera e lunedì notte il Friuli Venezia Giulia è stato colpito da precipitazioni intense che hanno interessato il settore italiano del Collio, la fascia collinare e pedemontana che da Gorizia si estende verso Nord-Ovest per una quindicina di chilometri.

 

A riportare il bilancio più drammatico è il paese di Brazzano di Cormons, in provincia di Gorizia. Due i morti, centinaia gli sfollati e gravissimi i danni riportati a seguito della colata di fango che ha travolto la frazione.

 

In questo articolo, riportavamo la ricostruzione della Società Meteorologica Italiana sulla pagina Nimbus. “In 24 ore sono caduti ben 261 millimetri di pioggia a Delegnano e 275 millimetri a Cormons, con punte, nella notte tra domenica e lunedì, rispettivamente di 103 millimetri e 125 millimetri in sole tre ore (dati Arpa FVG) a causa di temporali violenti e persistenti, anomali a metà novembre”.

 

Per approfondire l’entità e l’origine della frana che ha investito la frazione di Brazzano, che conta circa mille abitanti, abbiamo interpellato Paolo Paronuzzi, professore di Geologia Applicata al Dipartimento di Chimica, Fisica e Ambiente dell’Università di Udine.

 

“Le immagini mostrano una striscia scura, stretta e lunga, che viene giù dalla collina e finisce sulle case. Queste sono le tipiche frane, molto diffuse nella penisola, che definiamo, dal punto di vista tecnico, delle ‘collate di fango’. Sono delle colate di fango che coinvolgono le parti medio-alte del colle”.

 

“In questo caso specifico - puntualizza il geologo - è stata l'intensità di pioggia la goccia che ha fatto traboccare il vaso, ma c'è un'instabilità che ha dei motivi geologici, che è precedente e che è pregressa. La precipitazione intensa determina l'attivazione del franamento. È successo qui, ma stiamo parlando di questo settore della fascia prealpina friulana, ma le stesse cose avvengono in Piemonte, in Liguria, in Appennino, in Sicilia”.

 

Il materiale che compone queste colline, spiega il professor Paronuzzi, è indicato con il termine tedesco ‘flysch’. “Questo termine indica le associazioni di due materiali diversi da un punto di vista geologico, le arenarie e le marne. Le marne contengono una quantità abbastanza rilevante di argilla e questo spiega la problematica statica che spesso si associa alle colline fatte con questi materiali”.

 

Flysch è una parola onomatopeica, deriva da un verbo tedesco, una forma dialettale, che è ‘flyschen’: vuol dire scivolare. Quindi, i tedeschi hanno chiamato le colline in questo modo rappresentando la loro predisposizione al franamento”.

 

Ad aggravare una situazione di già naturale instabilità, tuttavia, sarebbe la mano dell’uomo. Siamo nelle Prealpi Giulie, un settore del Friuli i cui rilievi sono ricchi di vigneti. “Tutti quei colli sono stati coltivati a vite - spiega il professore - e dunque modellati a terrazzamenti”.
Nella zona interessata dalla colata c'è un boschetto di vegetazione naturale, affiancato e sovrastato dei vigneti. “Viene modificata la morfologia originaria e vengono creati questi piani lungo i quali vengono impiantati le viti, i vigneti”.

 

“Queste superfici orizzontali prima non esistevano, ovviamente le crea l'uomo. In certi di casi, la conseguenza principale è che diventano dei bacini naturali di accumulo di precipitazione. Praticamente su queste superfici orizzontali cade la pioggia, e quella pioggia si infiltra nei primi metri di suolo. Quell’acqua piovana incomincia a muoversi, a creare dei flussi all'interno di questi materiali, che a un certo punto dovranno uscire. Se uno ha letto le cronache di queste zone, si faceva riferimento a venute d'acqua sorgente: i flussi d'acqua, in quella zona del versante, sono praticamente perenni; solo che quando ci sono eventi di questo tipo, il volume d'acqua che circola il sottosuolo è decisamente più alto.  In questi casi, in termini tecnici, si dice che l'acqua che circola quei metri superficiali genera delle sovrappressioni idrauliche, cioè che l'acqua spinge. E questo è l'elemento scatenante che alla fine produrrà la rottura dell’equilibrio. Quindi a quel punto abbiamo due fasi in realtà. Quando il versante è pieno d’acqua si creano delle miscele che formano un materiale simile al calcestruzzo, con delle caratteristiche di forte viscosità, una via di mezzo tra un solido e un fluido. E questa roba qui, che in quel momento si rompe e si fluidifica, origina la collata di fango”.

 

Come accade nella maggior parte dei casi, questa colata si riversa sui campi senza particolari conseguenza, ma, quando ai piedi del versante ci sono delle abitazioni, le conseguenze possono essere quelle a cui abbiamo assistito.

 

Fatta salvo l’eccezionalità delle precipitazioni, si può dire dunque che era prevedibile che prima o poi sarebbe accaduto? “Questo è un discorso molto complicato, che apre questioni tecniche e anche di politica amministrativa. Questo non è certo un problema solo del Friuli. Il punto è: I vari comuni italiani che hanno una localizzazione come questa - quindi più delicata, più vulnerabile, più complessa - hanno una zonazione adeguata perla valutazione del rischio idrogeologico?
Perché non è affatto semplice stabilire quali sono le zone a rischio. Secondo me ci sarebbe bisogno di un aggiornamento complessivo della mappatura. Già esiste questa mappatura, ma è in genere abbastanza datata, intorno ai vent'anni. E in vent'anni la scienza ha fatto anche dei passi da gigante. Ci sarebbe invece bisogno di una nuova operazione di mappatura fatta con le ultime metodologie di cui la scienza è in possesso”.

 

Laddove, col supporto delle nuove tecnologie di mappatura, riuscissimo a intuire un alto rischio di frane, gli approcci possibili per arginarne le conseguenze sarebbero molteplici e declinabili di caso in caso. “Queste mappe hanno dei colori diversi: verde, giallo, arancio, rosso; a seconda del livello di rischio. Questo dovrebbe bastare ad evitare che di costruire nuovi edifici in zone che hanno una elevata pericolosità”.

 

Il problema, però, riguarda soprattutto le aree che sono già state costruite. Cosa faccio una volta che io individuo in maniera seria e scientifica l'esistenza di situazioni di potenziale rischio?  “La risposta potrebbe dover essere quella della delocalizzazione: andare a dire a una famiglia che è in una situazione di rischio, e che deve spostarsi. In altri casi, meno gravi, si può altrimenti intervenire con interventi strutturali ed ingegneristici sulla stabilità del rilievo, ma dipende da caso a caso”.

 

Ad ogni modo, il problema più attuale – secondo il professore – è avere gli strumenti preventivi. “Io devo avere quegli elementi conoscitivi, quei dati. Ma i comuni - mi riferisco alla realtà comunale perché è la realtà che conosce meglio il proprio territorio - hanno veramente una conoscenza sufficiente delle loro zone a rischio?”.

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