Il paradosso degli arrosticini: il mercato è in crescita, ma la carne arriva dall'estero. Quasi un milione di ovini importati, zero esportati

A Pasquetta 25mila persone hanno raggiunto Torre de' Passeri, comune di meno di tremila abitanti in provincia di Pescara, per partecipare ad “Arrostiland”. Raffaele Spadano, antropologo abruzzese, riflette sull'opportunità di un evento che eleva ad icona un prodotto globalizzato e cannibalizzato dal mercato, dato che l'allevamento ovino finalizzato alla produzione di carne in Abruzzo (e in tutta Italia) è in profondo declino e la carne di cui sono fatti gli arrosticini proviene in larga parte dall'estero

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Il lunedì di Pasquetta 25mila persone hanno raggiunto Torre de' Passeri, comune di meno di tremila abitanti in provincia di Pescara, per partecipare ad “Arrostiland”, manifestazione itinerante dedicata alla pratiche dell’arrostire. Nell'intervento che pubblichiamo, Raffaele Spadano, antropologo abruzzese e presidente dell'associazione "Mim - Montagne in movimento", riflette sull'opportunità di un evento che eleva ad icona un prodotto globalizzato e cannibalizzato dal mercato, dato che l'allevamento ovino finalizzato alla produzione di carne in Abruzzo (e in tutta Italia) è in profondo declino e la carne di cui sono fatti gli arrosticini proviene in larga parte dall'estero. Di seguito, le parole di Spadano.
Un moderno rituale abruzzese evoca una metamorfosi; le greggi ovine trasmutano la propria natura e sembianza, evolvendo in comitive di uomini e donne prive di figure pastorali tradizionali, sostituite, nel ruolo di tutela, da forze dell'ordine e protezione civile. Oggi, con il termine "Greggi" si designano i gruppi di amici che convergono in occasione della sacra ricorrenza di Arrostiland, neologismo anglo-italiano che denomina un grande evento annuale itinerante, celebrato ogni lunedì di Pasqua in una diversa località abruzzese. Lo slogan è “Arrostiland è uno Stato dell’Anima. Richiedi l’iscrizione per il tuo gregge!”.
Tale format richiama una moltitudine di alcune decine di migliaia di persone, unite dalla condivisione e da dinamiche di gamification incentrate sul "sacro graal" della pratica dell’arrostire. I piccoli comuni competono per candidarsi ad ospitare l’evento, alla ricerca di un grande afflusso giornaliero e notorietà turistica. Il fenomeno è strettamente connesso al mondo dei social network. È promosso e narrato attraverso le pagine Facebook e Instagram "Abbruzzo di Morris", le quali intrattengono collaborazioni con i principali quotidiani regionali e altri noti influencer che hanno fatto “dell’abbruzzesità” il proprio elemento caratterizzante. Si riscontrano diverse analogie con esperienze simili in cui influencer organizzano eventi di massa in contesti montani, ma in questo caso emerge un elemento aggiuntivo che richiama aspetti quasi religiosi.
L’iniziativa ha numerosi meriti: genera socialità “popolare”, promuove la coesione sociale giovanile, fa beneficenza in Africa ed elabora immaginari legati al proprio territorio. Tuttavia, in questo quadro si manifesta un paradosso significativo, che definiremo il paradosso del popolo degli arrosticini, il quale sottende una riflessione più profonda sulla reale abitabilità del territorio abruzzese, in costante spopolamento, questione che esige un approccio tutt'altro che superficiale o meramente ludico.
"L'INVENZIONE DELLA TRADIZIONE"
Pretesto per tali riflessioni è lo studio dell'arrosticino, ormai elevatosi a rituale identitario. Questo piatto regionale è l’esempio contemporaneo di un fenomeno che Eric Hobsbawm chiama “l’invenzione della tradizione”, ovvero un complesso di pratiche atte a trasmettere specifici valori e comportamenti, istituendo un nesso con il passato attraverso una continuità storica selettivamente interpretata e strategicamente presentata.
Queste tradizioni "inventate" (e, di fatto, non ne esistono di diverse) tendono a emergere e a consolidarsi durante periodi di rapida trasformazione sociale. È quindi probabile che nella Regione dei tre Parchi nazionali, questo processo sia in atto proprio ora, o per lo meno sia ancora attivo, assolvendo alla funzione di creare significato mitologico, orientamento e appartenenza. Le fasi preparatorie della brace e della canalina, la precisione e la ritmicità dei gesti volti alla rotazione, alla salatura e alla condivisione, generano un vero e proprio rito.
Il suo mercato è divenuto internazionale, perennemente in crescita. La sua peculiare modalità di consumo, che non necessita di posate e si adatta alla fruizione in piedi, ne ha favorito una rapida e vasta diffusione. È possibile consumarlo ad Ibiza, New York e Tokyo, nonché in tantissimi altri luoghi del mondo.
Dunque, non vi sarebbe nulla di strano e allarmante; il popolo è festante nelle ricorrenze abruzzesi. Eppure, di carni da arrostire in Abruzzo ce ne sono ormai ben poche; la presenza ovina nella regione ha subito una drastica contrazione, passando da milioni di capi nel dopoguerra agli attuali centocinquantamila. Gli arrosticini che consumiamo, pur essendo in una buona misura lavorati in Abruzzo, derivano quasi integralmente da carne importata, prevalentemente da Irlanda, Francia e Romania, paesi con normative meno restrittive che consentono, in taluni casi, l'uso di anabolizzanti, conferendo al prodotto le sue caratteristiche distintive di succosità, morbidezza e grassezza.
I dati economici forniti dall'Istat relativi all'intero territorio italiano, ad esempio, evidenziano che, nel 2018, l'importazione di ovini ha raggiunto 981.086 capi, senza registrare alcuna esportazione, mentre l'import nel settore delle carni ovine e caprine ammontava a 24.793 tonnellate, a fronte di un modesto export di sole 4.128 tonnellate. Questa contraddizione solleva interrogativi sulla reale sostenibilità delle nuove narrazioni culinarie che spesso idealizzano il mondo pastorale abruzzese e sul futuro effettivo della filiera produttiva locale. Ciò impone una riflessione sulle responsabilità sociali, sia dei numerosi influencer che adottano l'Abruzzo e il simbolismo ovino come propri elementi distintivi, sia della classe politica nazionale e regionale, chiamata a tutelare il prodotto dalla concorrenza internazionale, quanto meno all'interno del mercato italiano. Il nodo cruciale, dunque, risiede nel fatto che a tale fenomeno di massa non corrisponde una produzione territoriale; c’è la religione, c’è il popolo, vi sono i santi e i ristoranti, ma l'economia della pecora risulta disconnessa dal territorio.

Vale la pena domandarsi se questo paradosso, per una questione di dignità territoriale, può essere affrontato come un'opportunità di sviluppo locale? Il valore generato da questa filiera produttiva può essere ricondotto all'interno dei confini regionali, sostenendo così le economie dell'Appennino? L'avvio di un'attività di allevamento ovino specificamente orientata alla produzione di arrosticini nell'Appennino centrale, anche secondo una prospettiva ibrida che integri le transizioni energetiche e digitali, potrebbe configurarsi come una strategia per radicare il valore economico e occupazionale nelle aree montane?
A tal proposito, sono già attivi progetti per la creazione di disciplinari DOP e IGP, affiancati da importanti iniziative di neo-popolamento montano che, considerando i cambiamenti climatici e l'insicurezza sociale, intendono ripristinare l'abitabilità di questi territori e costruire nuovi paradigmi economici. Sia il successo di Arrostiland, sia la diretta associazione odierna tra Abruzzo e questo piatto, interrogano il popolo degli arrosticini e lo inducono a guardare in alto, a focalizzare l'attenzione sulle montagne e sulla loro rinnovata capacità di accogliere.
Discuterne implica la promozione di nuove coscienze e consapevolezze abruzzesi, nonché la definizione di politiche che affrontino gradualmente le gravi problematiche legate all'allevamento, tra le quali la parcellizzazione dei terreni, l’assistenza tecnica e sanitaria e i divari civili che affliggono gli abitanti della montagna. Sostenere attivamente le attività pastorali, superando logiche assistenzialistiche, è oggi la principale leva su cui agire per ripensare nuova abitabilità. Peraltro, alienare il consenso della categoria pastorale risulterebbe controproducente, specialmente in contesti di “appropriazione indebita” della rappresentazione del loro universo culturale e professionale da parte di operatori del marketing.













