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Attualità | 22 luglio 2025 | 18:00

"Il tempo medio di lettura di un bollettino valanghe è di 8 secondi". I dati Aineva riflettono l’efficacia della prevenzione e la scarsa consapevolezza dei nuovi alpinisti

Quest’inverno ci sono stati 61 morti a causa di valanghe: numero in calo rispetto agli anni scorsi. Aumentano tuttavia i decessi dovuti alla pratica dello scialpinismo in discesa. L’invito del responsabile tecnico dell’Associazione finalizzata al monitoraggio e alla prevenzione di incidenti su neve, Igor Chiambretti, è quello di prestare maggiore attenzione alla preparazione e ad un’attenta valutazione del rischio

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Agli uffici valanghe sono noti quasi 500 incidenti nella stagione 2024-2025, che sull'arco alpino hanno causati 61 morti. La media annuale nel periodo 1991-2020 è di 96 morti in valanga, mentre negli ultimi anni è scesa a 76. Gli incidenti avvenuti in maggio hanno causato molti decessi per un totale, di tutta la stagione, di 21 in Svizzera e Francia, di 11 in Italia e 8 in Austria”.

 

Dalla recente pubblicazione di una serie di riepiloghi di Aineva sui dati regionali della stagione invernale 2024/2025, a emergere è il quadro complessivo degli incidenti che si sono verificati nell’arco alpino. Stando ai grafici, la situazione sembra mostrare un andamento positivo, con un calo dei decessi e degli incidenti di portata più grave.

 

Tuttavia, per avere un’interpretazione più accurata dei dati e dei grafici formulati dall’Associazione, abbiamo interpellato il responsabile tecnico di Aineva, Igor Chiambretti.

 

Di fronte a questi numeri, appare legittimo chiedersi come essi si rapportino a un numero di frequentatori sempre maggiore, che si approccia a nuovi sport e svaghi nelle montagne innevate.

Negli ultimi 10-15 anni abbiamo osservato un aumento di certe tipologie di incidenti legati alla maggiore frequentazione della montagna e al cambiamento delle categorie di utenti. Sono cambiati sia i comportamenti, sia le attività praticate: oggi si vedono freerider e scialpinisti che si muovono in contesti complessi, e lo scialpinismo è aumentato molto”.

 

Per questo motivo - potremmo ipotizzare guardando ai grafici - il numero di incidenti nello scialpinismo è in aumento rispetto alla media del periodo 2010-2024. “Tuttavia - puntualizza Chiambretti - per verificare variazioni significative nei trend serve tempo: come per la climatologia, che richiede almeno 30 anni di osservazioni, anche per i dati sugli incidenti serve osservare almeno 10-15 anni”.

Ad ogni modo, secondo Chiambretti le ragioni principali di questo primo accenno di tendenza sembrerebbero essere correlate tra loro. “Oggi molte persone si avvicinano allo scialpinismo provenendo da discipline diverse, come la corsa in montagna. Questo porta a una minore sensibilità verso l’ambiente dell’alta montagna e a processi decisionali che spesso sottovalutano i rischi. La sicurezza in montagna non esiste: si può solo gestire il rischio. E se i frequentatori scelgono gli itinerari basandosi sui social o su piattaforme digitali, si crea sovraffollamento in certi luoghi. Questo porta a condizioni di rischio maggiore, perché più persone si espongono in contemporanea sullo stesso versante senza coordinarsi tra gruppi. Un altro aspetto evidente è che le attrezzature moderne permettono anche a sciatori di media esperienza di affrontare terreni estremamente ripidi. Su questi pendii, le valanghe sono più facili da staccare e, se si cade, le conseguenze sono spesso gravi per la presenza di rocce, falesie e altri ostacoli”.

 

Verrebbe da pensare, con l’aumento esponenziale del numero di persone che frequentano la montagna, che anche il numero di incidenti sia cresciuto in modo evidente. In realtà, ciò non è avvenuto, o almeno non nella misura che ci si aspetterebbe. Perché?

 “A livello internazionale - non solo in Italia - si osserva come le politiche di prevenzione e informazione, unite a una maggiore diffusione dell’uso di dispositivi di protezione individuale come Artva, pala e sonda, abbiano avuto un effetto concreto. Anche se il numero totale di incidenti è cresciuto proporzionalmente, gli incidenti con esiti mortali sono rimasti sostanzialmente costanti. In Italia, parliamo in media di 18-20 vittime all’anno. Questo dato dimostra che, nonostante le criticità culturali e comportamentali, la prevenzione funziona. Lo confermano anche le statistiche provenienti da altri Paesi alpini come Svizzera, Francia, Austria e persino il Nord America, dove si osservano tendenze simili”.

 

Dunque il grado di pericolo dovrebbe essere diminuito negli anni?

“No, attenzione: è importante distinguere tra pericolo e rischio. Il pericolo è la probabilità che un evento valanghivo si verifichi indipendentemente dalla presenza umana, mentre il rischio è legato alla nostra esposizione consapevole a quel pericolo. La maggior parte degli incidenti avviene con grado di pericolo 2 o 3, perché sono le giornate statisticamente più frequenti”.

 

“Un altro cambiamento è che oggi molti praticano scialpinismo già alle prime nevicate, inseguendo la cosiddetta powder. Ma la vera polvere è rara sulle Alpi meridionali: spesso si scia su lastroni soffici da vento, che possono sembrare innocui ma sono meccanicamente instabili. Questo porta a incidenti dovuti alla frenesia, alla ricerca del pendio perfetto, alla poca attenzione verso gli altri, alla mancanza di cultura dell’autoprotezione”.

Secondo Chiambretti, questo è un problema fortemente culturale, “ed è un approccio che viene veicolato anche da un certo tipo di marketing: le immagini promozionali, rispetto a com’era un tempo, oggi mostrano sempre sciatori in fuoripista, mai in pista; perché sono più attraenti. Ma si nasconde l’altra faccia della medaglia: gli incidenti”.

 

Ecco, allora, che “lo stesso accade nei comprensori sciistici, dove l’80% degli utenti non resiste alla tentazione di uscire dalla pista battuta. Ma quei pendii non sono messi in sicurezza: ci sono stati incidenti mortali a pochi metri dalla pista, per valanghe piccole ma letali. E in alcuni casi le vittime erano minorenni, che dopo una lezione con il maestro ripercorrevano da soli quei tratti. Anche questo è un problema culturale”.

 

“Va detto - tranquillizza Chiambretti - che la probabilità di staccare una valanga è bassa (circa il 2%). Ma se si ripetono comportamenti a rischio, prima o poi l’incidente arriva. Il 90-95% degli incidenti sono provocati dalle persone stesse: non è la montagna ad essere assassina, siamo noi a premere il grilletto. La libertà che le montagne sanno regalare deve essere consapevole: bisogna assumersi la responsabilità dei propri errori”.

 

Insomma, le informazioni ci sono: bollettini valanghe, bollettini meteo, app, siti. Ma c’è un dato che avrebbe ragione di allarmarci: “Alcuni studi hanno dimostrato che il tempo medio di lettura di un bollettino è di 8 secondi, si memorizzano a malapena i colori sulla mappa”.

Anche per quanto riguarda l’informazione, non bisognerebbe cadere - come spesso accade - nell’errore di dire ‘nonostante fosse un esperto alpinista…’, ma contestualizzare la situazione: “chi viene definito ‘esperto’ può commettere errori: l’esperienza tecnica non equivale a consapevolezza dei rischi valanghivi”.

 

 

Foto in apertura dalla pagina Facebook AINEVA

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