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Attualità | 25 ottobre 2025 | 13:00

La discussione sulle concessioni idroelettriche deve considerare anche i territori: il partenariato pubblico/privato come ipotesi per lo sviluppo di politiche locali

La Commissione Europea spinge l'Italia a indire gare per le concessioni idroelettriche scadute (la maggior parte entro il 2029) per rispettare la concorrenza sull'uso del bene demaniale acqua. Nonostante la legge del 2021 abbia previsto procedure competitive, il dibattito tra libero mercato e priorità alla sicurezza energetica resta acceso

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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La Commissione Europea sta spingendo l’Italia a mettere in gara le concessioni idroelettriche, rispettando i principi di libera concorrenza per i servizi di interesse economico come la gestione dell’acqua a fini energetici. Le concessioni sono atti amministrativi in cui lo Stato (o le Regioni e le Provincie autonome) affidano a soggetti privati un bene demaniale, come l’acqua stoccata nei bacini idroelettrici, per produrre energia elettrica. Introdotte con il regio decreto 11 dicembre 1933, n. 1775 ("Testo unico delle disposizioni di legge sulle acque e sugli impianti elettrici”), tutte le concessioni sono temporanee e storicamente hanno durata trentennale. Quasi tutte le grandi concessioni sono scadute o sono in scadenza, con termine ultimo al 2029. La legge sulla concorrenza del 2021 (L. n. 118/2022), che avrebbe dovuto agire sulle concessioni, ha promulgato il termine ultimo per le concessioni al 31 dicembre 2024, concedendo ai concessionari uscenti di proseguire temporaneamente con l’esercizio.

Il dibattito continua, diviso tra il libero mercato e la sicurezza energetica.

 

Perché mettere in gara le concessioni

 

Tra i vantaggi di rimettere a gara le concessioni idroelettriche, ci sono ragioni ambientali, economiche e legislative. L’apertura alla concorrenza tramite un gara pubblica permetterebbe una parità di trattamento tra i diversi operatori, requisito chiave per l’attuazione del PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza) e la competizione tra le diverse aziende potrebbe garantire offerte più vantaggiose per gli enti che erogano le concessioni (come le Regioni o lo Stato), che possano includere anche ricadute sul territorio in termini economici e occupazionali. Nuove procedure permetterebbero di inserire criteri più stringenti per la tutela ambientali, includendo l’aggiornamento dei deflussi minimi vitali a valle degli invasi.

 

Perché non mettere in gara le concessioni

 

Secondo Luca Dal Fabbro, vicepresidente di Elettricità Futura (l’associazione delle industrie per l’energia elettrica), mettere in gara le concessioni idroelettriche potrebbe avere un effetto boomerang sulla sicurezza energetica nazionale. L’idroelettrico italiano, che rappresenta la principale fonte di energia rinnovabile del paese, è una “riserva nazionale”. Secondo Del Fabbro mettere a gara le concessioni potrebbe portare ad un rischio di frammentazione del sistema, andando così a smembrare la logica attuale di gestione integrata (bacini, reti di interconnessione, personale specializzato). Gli impianti attuali, se gestiti da operatori esteri, potrebbero perdere il know-how accumulato negli anni dalle aziende italiane con un potenziale rischio occupazionale, senza considerare il rischio di cybersicurezza derivato dalla gestione di aziende estere. Infine, alcuni portatori di interesse temono che i nuovi bandi possano agevolare la “logica di cassa” con l’ottenimento del massimo canone sul breve termine senza prioritizzare l’ammodernamento degli impianti e l’integrazione dell’idroelettrico in una strategia di decarbonizzazione nazionale.

 

I PPP come possibile soluzione

 

Le gare di concessione potrebbero trovare un loro equilibrio nei partenariati pubblico/privato (PPP), che potrebbero essere inseriti come vincoli nelle gare delle concessioni. L’uso del PPP, una “modalità equilibrata” sostenuta anche da Elettricità Futura in alternativa alle gare aperte, potrebbe garantire i massicci investimenti necessari all’ammodernamento del parco idroelettrico italiano, la messa in sicurezza degli impianti e una partecipazione pubblica che possa governare i canoni di concessione. Non è di questo avviso l’Antitrust (Autorità Garante per la Concorrenza ed il Mercato) che vede nei partenariati un enorme limite alla concorrenza, in contrasto a quanto sottoscritto dal governo nel PNRR e nella legge 118 del 2022. Le gare per l’idroelettrico, secondo l’Antitrust, devono rispettare parametri competiti, equi e trasparenti mentre eventuali partenariati potrebbero scoraggiare gli investimenti nel settore e garantire agli attuali concessionari delle rendite che non sono più giustificabili, azzerando il confronto competitivo tra le varie aziende energetiche.

 

Gestire in modo pubblico una risorsa importante come quella idroelettrica dovrebbe considerare anche le dinamiche locali. Oltre all’occupazione, si dovrebbe discutere su misure compensative e su tariffe agevolate per le comunità che vivono e ospitano le grandi produzioni idroelettriche: nel corso del secolo scorso nessuna comunità è stata coinvolta nei processi decisionali e progettuali delle centrali e il rinnovo delle concessioni potrebbe essere un buon momento per parlare di benefici economici sul territorio (come l'uso gratuito dell'energia elettrica per gli enti pubblici locali). Il partenariato, se impostato in modo equo, potrebbe portare a vincolare il settore privato ad investire sul territorio e quindi aumentare il livello di servizi che sempre più scarseggia nelle aree montane e nelle aree interne.

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