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Attualità | 12 giugno 2025 | 20:00

"La montagna non è un museo dove entri ed esci, non è un’esperienza standardizzata né standardizzabile. La Sat ha l’esperienza per raccontarlo a chi sale: questo è il nostro compito"

Venerdì 13 giugno (ore 18:00, Cortile Urbano di via Roma, evento gratuito) al Festival de L’AltraMontagna - che si terrà a Rovereto - si discuterà della direzione intrapresa dall’offerta turistica attuale. Nuovi impianti o nuove formule? A rispondere a questa e ad altre domande interverranno l’attivista Tommaso Bonazza, Albert Ballardini di Trentino Sviluppo, il presidente della Sat Cristian Ferrari e Maurizio Rossini di Trentino Marketing

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Venerdì 13 giugno (ore 18:00, Cortile Urbano di via Roma, evento gratuito) al Festival de L’AltraMontagna – si discuterà della direzione intrapresa dall’offerta turistica attuale. Nuovi impianti o nuove formule? A rispondere a questa e ad altre domande interverranno l’attivista Tommaso Bonazza, Albert Ballardini di Trentino Sviluppo, il presidente della Sat Cristian Ferrari e Maurizio Rossini di Trentino Marketing.

 

L’appuntamento del prossimo venerdì ci ha dato occasione di fare qualche domanda a Cristian Ferrari; con il quale abbiamo parlato degli attuali nodi del settore turismo in montagna, dell’offerta turistica della Società Alpinisti Tridentini e delle linee operative che attualmente impegnano la Società.


Per maggiori informazioni sul programma e per partecipare gratuitamente: EVENTO

A che pubblico si rivolge la Sat? Quali sono le sue attività principali?

 

Storicamente la Sat si rivolge soprattutto a escursionisti, o comunque a persone che vanno in montagna soprattutto a piedi, e noi cerchiamo di permettere a loro di farlo in tranquillità, in sicurezza, su una rete sentieristica – sentieri, ferrate e quant’altro – che vien sempre mantenuta dagli stessi soci. Dove ci sono anche i rifugi cerchiamo di offrire agli avventori un’accoglienza e un’ospitalità che, anche dal punto di vista contrattuale, noi definiamo sobria. Questo è il core business della SAT, che poi in realtà è tutto volontariato. Avendo un’esperienza più che centenaria in montagna – la SAT è stata fondata 152 anni fa – abbiamo visto l’evoluzione della montagna. Quindi, spesso e volentieri ci troviamo a discutere e confrontarci anche su altri tipi di sviluppo della montagna, anche forme di frequentazione anche un po’ massiva, o intensiva. Queste possono coinvolgere impianti, piste da sci, mountain bike, percorsi differenziati e quant’altro. Anche questi aspetti naturalmente sono oggetto del nostro interesse.

 

 

In che modo la Sat può proporsi come avanguardia di un’offerta turistica più articolata e aderente al contesto?

 

Mutuando dalla nostra esperienza, cerchiamo di trasmetterla ai nostri gestori dei rifugi, che fortunatamente riescono a recepirla. Quello che crediamo sia una cosa da definire in questo momento è il senso del limite. Dal Covid in poi la frequentazione è diventata molto più intensa, molte più persone salgono in montagna. Noi cerchiamo di far capire che non è Gardaland, non basta pagare il biglietto: viene venduta come il luogo del silenzio e della quiete e poi ci si trova, in molte stagioni dell’anno, una iper-frequentazione, un ingorgo di traffico e di persone, e spesso non si riesce a vedere il “bel panorama” che si cercava. Non è un’esperienza standardizzabile e standardizzata; è importante per noi farlo capire. Soprattutto non lo sono le condizioni legate all’esperienza e alla sicurezza: può capitare che le condizioni meteo avverse non ti permettano di arrivare alla cima che cercavi, e ti tocca tornare indietro. La montagna è un posto mutevole, non sempre è come la rivista patinata la rappresenta. Credo che da parte nostra ci sia l’esperienza per raccontarlo e ricordarlo a chi oggi prova, attraverso diverse forme di turismo, a puntare molto alla quantità, per avere più persone possibili. In alcuni contesti si può: la pista da sci ad esempio è un ambiente protetto, in altri invece non è possibile gestire un così grande pubblico. Il nostro compito è un po’ questo, per fortuna però non siamo gli unici a pensarla in questo modo.

 

 

Stanno emergendo sempre più provvedimenti per arginare l’overtourism. Quali pensa si sposino con le linee della Sat?

 

Noi abbiamo in gestione 34 rifugi, ciascuno con un certo numero di camere; oltre a quelle la gente non ci sta più. Questo ci aiuta a limitare il flusso di persone che si ferma in loco. Ci sono altri hotspot - Braies, Tre Cime di Lavaredo, Cadini di Misurina… - in cui un numero sempre maggiore di persone arriva, fa la foto e torna giù. Lì ho sentito che stanno istituendo in diversi casi il numero chiuso ed è comprensibile. Noi non vogliamo e non siamo in grado, né legalmente né fisicamente, di imporre numeri chiusi alla montagna; però crediamo sia importante trasmettere che non c’è posto per tutti, non tutti possono andare. Noi non possiamo imporlo: anche la rete sentieristica che gestiamo e manutentiamo non è di nostra proprietà, noi ne siamo solo i gestori. Più che vietare o limitare l’accesso alle montagne, che è sempre molto difficile e a tratti incostituzionale, il nostro approccio punta in due direzioni: da un lato, puntiamo ad una comunicazione che incentivi la destagionalizzazione dei flussi turistici; dall’altro stiamo cercando di istituire un sistema di prenotazione che permette, a chiunque voglia avventurarsi nelle strutture della SAT o dei club alpini tedeschi, di sapere già se troverà posto o meno, e prenotarsi le proprie vacanze con sicurezza. Far funzionare questo sistema in tutto l’arco alpino per noi sarebbe già una modalità forte di gestione dei carichi antropici. Ad ottobre faremo il congresso della SAT a San Lorenzo in Banale, dove parleremo proprio del carico antropico, di come si può misurare, come si può gestire e che cosa si può fare. Insomma, per noi è un argomento all’ordine del giorno.

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