L'acqua scarseggia, per darla ai turisti l’unico abitante rimane a bocca asciutta: "Loro tornano a Torino il giorno dopo e io resto a secco per settimane"

Nel paesino abbandonato di Prato Gaudino, l’unico abitante stabile convive con la scarsità idrica e l’indifferenza delle istituzioni. Michael Willemsen racconta la sua quotidianità tra la vita eremitica e le contraddizioni della montagna moderna: “Oggi la priorità va al turista di passaggio, non al residente. Chi resta in quota è visto come un’anomalia”

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Michael Willemsen, unico residente di Prato Gaudino, frazione di Cervasca, in provincia di Cuneo, qualche giorno fa ci ha segnalato una situazione che mette in rilievo il delicato rapporto tra visitatori e abitanti e riguarda i problemi di approvvigionamento idrico in un paesino dotato di una sola vasca di accumulo per l'acqua.
Già sollevata tramite una lettera aperta a Cuneodice.it, l'uomo ha riportato la questione all'attenzione del nostro quotidiano, accompagnandola con una serie di riflessioni meritevoli d'attenzione.
“Prima della guerra, a Prato Gaudino vivevano fino a duecento famiglie. Arrivavano anche da altre borgate per frequentare la scuola. Poi, con l’industrializzazione, tutti sono scesi in pianura per lavorare. Ora ci sono solo due o tre case vacanza frequentate saltuariamente. Ma la notte qui non resta a dormire nessuno. Sono l’unico residente stabile”, racconta Michael Willemsen.
Il paesino, situato a circa 1000 metri di altitudine, è dotato di una cisterna d’acqua di dimensioni ridotte, appena sufficiente al fabbisogno idrico di una persona che vi abita tutto l’anno. Durante l’estate, capita però che gruppi di persone o escursionisti salgano a Prato Gaudino, dove è presente un rifugio che per queste occasioni viene aperto dal Comune. In questi casi, basta una notte di permanenza dei vari gruppi per esaurire la riserva d’acqua del paese. Così, il suo unico abitante si trova senz’acqua per lunghi periodi.
“La sorgente che serviva il borgo si è seccata. Ora l’acqua arriva da una sorgente più in basso, viene pompata fino a una vasca e da lì scende per gravità fino a casa mia. Ma la vasca è una sola. Quando il rifugio viene usato da gruppi – magari per corsi estivi – mi ritrovo senz’acqua”.
“C'è stato un gruppo di donne torinesi che hanno fatto un seminario di yoga per un weekend nel rifugio: tra il bagno e le docce, mi hanno svuotato l'acqua. Il giorno dopo, loro, tutti contenti, sono tornati a Torino e io sono rimasto senza acqua per settimane. Non è possibile dare la priorità a chi sale per motivi ludici e lasciare a secco un residente: purtroppo oggi la priorità va al turista di passaggio, non al residente. Chi resta in quota è visto come un’anomalia”.
Questo è il quadro che Michael ci racconta, denunciando l’indifferenza cronica riservatagli dalle istituzioni nonostante i benefici della sua presenza per la cura e la valorizzazione dei luoghi, altrimenti in stato di totale abbandono.
“Le ragioni dell’abbandono sono diverse - spiega - ma a me interessa soprattutto capire perché le persone non tornano. Anche chi vive oggi in città, spesso in gabbie di cemento, magari da raffreddare con l’aria condizionata d’estate, non considera la possibilità di tornare qui, in questi luoghi meravigliosi”.
Secondo Michael, il motivo per cui le borgate montane restano spopolate una conseguenza logica della società di consumo e di benessere. Vivere in quota richiede uno spirito diverso rispetto al ‘tutto ora e subito’. Richiede di coltivare un gusto per la sobrietà e la fatica, qualità che oggi sembrano sempre più rare.
“Per me l’abbandono delle montagne, e soprattutto il perdurare di questa situazione è il sintomo di una crisi spirituale. Non solo una questione economica. Quando le persone dicono: ‘Tornerei in montagna se ci fossero più servizi, banche, scuole, infrastrutture …’, in realtà cercano un pretesto per restare a valle. Si scambia la causa con l’effetto, come mettere il carro davanti ai buoi. Se cerchi qui lo stesso comfort che trovi in città, stai solo proiettando sulla montagna i valori normativi della città. La bellezza delle terre alte è che ti offrono invece la possibilità di riscoprire il piacere di togliere, non di aggiungere”.
A Prato Gaudino, a mancare sono diverse cose: l’acqua potabile, una connessione stabile, una connessione internet efficiente. Ma proprio da queste assenze, secondo Michael, nasce un altro modo di vivere.
“Non sto a lamentarmi e parlare sempre di diritti di questo o l’altro, perché paradossalmente mi piace farmi mancare le cose - dice -. Per avere acqua potabile devo camminare venti minuti fino a una sorgente, con lo zaino pieno di bottiglie. Ma questo non lo vivo come un problema: anzi, è un’occasione di gratitudine, impari a dare valore all’acqua stessa. Ma sono anche un residente che paga le bollette per un’acqua che poi viene consumata da villeggianti di passaggio. È questa mancanza di rispetto e di legalità che ho deciso di portare alla luce”.
“Sono andato dal sindaco quattro anni fa. È al corrente di tutto. Ma non ha fatto nulla. Forse sperano che me ne vada, così si risolve il problema. Ma non ne ho alcuna intenzione”.
Eppure, è proprio grazie alla sua presenza e alla sua attività culturale che Prato Gaudino ha ritrovato una certa visibilità. “Quando sono arrivato, il borgo non appariva nemmeno su Google. Gli anziani mi ripetevano: ‘cosa viene a fare qui? non c’è niente, solo rovine’. Io invece ho riposto: ‘No, è tutto bellissimo, voglio vivere qui perché il posto è magico’. E con il tempo, anche il loro sguardo è mutato sui luoghi, su quei ruderi che avevano visti mille volte”. Oggi, chi viene a visitare il borgo lo fa anche per merito suo. Persone da Torino, da Cuneo, da altre parti d’Italia riscoprono un luogo dimenticato.
Eppure, dal punto di vista amministrativo, le cose non sono cambiate: Cervasca ha scelto anni fa di uscire dalla Comunità Montana, e così Prato Gaudino non compare nemmeno nei censimenti dei borghi alpini dell’Uncem. “È assurdo. Siamo in piena montagna, ma non risulta nemmeno come ‘borgo montano’. I paesi vicini invece possono accedere a fondi, bandi, progetti. Qui no. È stata una scelta politica incomprensibile. Così siamo spariti anche dalle mappe dei borghi abbandonati e viene del tutto dimenticato”.
Per Michael, però, la vera ricchezza della montagna è proprio nello sguardo. Nella capacità di dare significato ai luoghi, alle cose, specialmente quando sembrano vuoti o dimenticati. Con il progetto Storie da Prato Gaudino, Michael racconta su Instagram la vita nel bosco e tra le case abbandonate con immagini e riflessioni, svegliando dal letargo un luogo che sembrava destinato a una lenta morte.
“Per me la montagna è muta, indifferente, o comunque taciturna, e non comunica granché se non la fai parlare. Le immagini da sole non bastano: una bella foto di una vetta o un paesaggio alpino, se non è accompagnata da parole che ne decifrano un possibile significato, si riduce a una cartolina turistica. Le parole orientano le percezioni, la sensibilità, e danno una voce a ciò che altrimenti smette di parlare al cuore”.
Foto in apertura dalla pagina Instagram storiedapragudin













