"Non vorrei che la cultura dell’emergenza avesse preso il posto della cultura della manutenzione". Un interessante punto di vista dopo le ennesime alluvioni in Toscana

Una riflessione sulla necessità di conoscenza e di manutenzione delle opere di sistemazione idraulico-forestale nel contesto della crisi climatica. "Dall’unità d’Italia al 1952 (l’anno della legge sulla montagna) furono realizzate migliaia di queste opere dalle Alpi alla Sicilia", spiega Mauro Agnoletti, ma "nessuno sa più dove siano e in che in che stato di manutenzione si trovino"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
“La pianura si difende da monte”.
Questo vecchio detto, per troppo tempo dimenticato, ritorna oggi di grande attualità.
Se ne parlava molto tra la fine dell’800 e i primi decenni del ‘900, quando i versanti montani, denudati dalla superficie forestale, sovrasfruttati per il pascolo e l’agricoltura e mal gestiti, rappresentavano un grande rischio per il dissesto idrogeologico, mettendo in pericolo anche i paesi e le città del fondovalle.
Oggi la superficie forestale è raddoppiata, mentre è generalmente diminuita la pressione antropica sulle colline e sulle montagne. Ma la crisi climatica e l’abbandono diffuso delle attività di cura e manutenzione del territorio ci mettono di fronte a nuovi interrogativi.
Ad essere convinto che, oggi come allora, “La pianura si difende da monte”, è certamente Mauro Agnoletti, docente di Storia del paesaggio e Pianificazione forestale all'Università di Firenze e titolare della Cattedra UNESCO sul paesaggio rurale.
Sulle sue pagine social, all’indomani dell’ennesimo evento alluvionale che ha colpito la Toscana (il sesto in soli 18 mesi, provocato da piogge eccezionali e probabilmente amplificato dalla crisi climatica), Angoletti ha ribadito un concetto che ripete da anni, spesso inascoltato. Crediamo che rappresenti una riflessione utile per contestualizzare meglio ciò che sta accadendo in Appennino, magari suscitando un dibattito costruttivo.
“Sebbene eventi come l’alluvione del Polesine del 1951 (100 morti e 180.000 sfollati), e quella di Firenze del 1966 furono più gravi, questi episodi si ripetono e si ripeteranno con maggiore frequenza”, spiega l’esperto, “allagamenti ed esondazioni in pianura non sono causati dalla emersione di acqua dal terreno, ma dal rapido arrivo di notevoli volumi d’acqua che provengono dai bacini montani. Le casse di espansione, cioè aree dove fare esondare il fiume come quelle realizzate nel Valdarno, sono necessarie per evitare il ripetersi di un’alluvione in una grande città come Firenze, ma incidono sugli effetti e non sulle cause”.
“Sul clima potremo forse fare poco”, prosegue Agnoletti, ma sull'adattamento si potrebbe agire eccome.
“Già la legge sul vincolo idrogeologico del 1923 e quella sulla “bonifica integrale” del 1933 (era un tema di politica nazionale in quel tempo) specificavano la necessità di restaurare i boschi degradati (oggi diremmo abbandonati), correggere i torrenti montani (fare sbarramenti per ridurre la velocità delle acque), rinsaldare le pendici e realizzare sistemazioni idraulico-agrarie (come terrazzamenti in pietra o in erba), nella convinzione che pianura e montagna fossero inscindibilmente legate”.
Agnoletti ricorda poi che dall’unità d’Italia al 1952 (l’anno della legge sulla montagna) furono realizzate migliaia di queste opere dalle Alpi alla Sicilia, ma ora: “Nessuno sa più dove siano e in che in che stato di manutenzione si trovino”.
“Da un nostro studio sulla trasformazione del paesaggio rurale intorno a Firenze dall’800 ad oggi”, continua l’esperto, “si rileva che sulle colline intorno a Firenze vi sono circa 290 km di terrazzamenti. Se questi venissero abbandonati, ciò che seguirebbe al loro degrado sarebbe grave in circostanze come le attuali”. “Ma colleghi esperti ed amministratori”, sottolinea amaramente, “hanno spiegato che non ci sono risorse per verificare lo stato delle opere realizzate in montagna e le sistemazioni collinari”.
“Non vorremo che la cultura dell’emergenza avesse preso il posto della cultura della manutenzione, forse meno remunerativa, in termini economici e politici, ma non meno necessaria”, chiosa Agnoletti.
A fianco delle sempre più necessarie opere “a valle”, oggi al centro di un ampio dibattito, è triste constatare un generale silenzio attorno alla necessità di tornare ad analizzare e progettare opere di sistemazione idraulico-forestale “a monte”. Un tema, questo, che al contrario meriterebbe di tornare presto al centro di una seria discussione sulla gestione dei territori collinari e montani in un’ottica di adattamento alla crisi climatica.
Le foto in copertina (sistemazioni in pietra in Mugello ai primi del '900 e paesaggio toscano) sono tratte dal post del Prof. Agnoletti.













