Perché un vegano in montagna fa più fatica? "Evitare i prodotti di derivazione animale in quota non è un capriccio urbano, ma un atto coerente"

Qualche giorno fa un lettore ha voluto testimoniare la sua esperienza vegana nelle strutture situate in montagna: "Non lamentiamoci, si sopravvive. Ma non ti nutri veramente"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
"Perché un vegano in montagna fa più fatica?". Così s'intitola una lettera inviata al giornale da un lettore, Riccardo Astolfi, e finalizzata a testimoniare la sua esperienza vegana nelle strutture situate in quota. Riportiamo le sue riflessioni qui di seguito.
Perché un vegano in montagna fa più fatica?
Qualche settimana fa ho percorso i 130 km della Via degli Dei, da Bologna a Firenze. Pieno Appennino, e l’Appennino, per me, è fatto di pasta e legumi, verdure crude e cotte, in stagione castagne e funghi. La prima sera ho mangiato al circolo una pizza surgelata al pomodoro e un pacchetto di patatine. Poi ho sorriso, “tanto domani saliamo a Madonna dei Fornelli e lì di sicuro in hotel ci sarà un sacco di scelta”. Sbagliavo.
Qualche settimana dopo, sull’Alta Via del Granito nel Lagorai, la lavagna appena fuori raccontava di piatti molto invitanti, tutti con burro, speck o stufati vari.
Avevo i miei panini con l’hummus, per fortuna.
Il giorno dopo, mentre il rifugista mi guardava con lo stesso sguardo con cui guardi le cavallette nell’angolo del soffitto (gentile ma pronto al mocio), ho capito che essere vegano in montagna non è difficile solo per il corpo, ma anche per l’anima.
C’è la montagna come icona della purezza, del silenzio, del cielo che ti fruga lo sterno e del sudore che ti insegna cosa vale e cosa no.
E poi c’è la montagna come fetta di speck ad alta quota, come polenta concia con burro e stufato colante sui piatti d’alluminio, come birra e grappino che si bevono all’arrivo per ricompensare la fatica. Io lo capisco. Lo capisco davvero. È il rituale che paghiamo da sempre.
Ma se mi chiedi “cosa c’è da mangiare per un vegano in rifugio?”, la risposta è: qualcosa c’è, ma non tutto. C’è, ma non te lo fanno sentire “giusto”, c’è, ma ti senti sempre come quello che “ha le intolleranze” o che è sfigato o che un po’ rompe - poverino -, c’è, ma poi ti guardano come se stessi rubando la festa agli altri.
Diciamo la verità: oggi, onestamente, nei rifugi si trova quasi sempre un piatto veg. Una pasta in bianco dai non si nega a nessuno. Il minestrone alla sera? Quasi sempre. Polenta con funghi? Se sei fortunato non ci buttano dentro il burro di default, potrebbe esserci. Verdura? "Mmm". Legumi? "Mmm". Colazione? Pane, marmellata, caffè. Fine.
Non lamentiamoci, si sopravvive. Ma non ti nutri veramente. Non ti senti accolto. Può un rifugio dirsi “rifugio” se non rifugia anche il tuo sguardo sul mondo?
Durante le camminate, il tuo corpo chiede energia pulita: proteine, grassi buoni, carboidrati complessi, minerali, idratazione. Il minestrone tiepido risponde "meh". Il pane secco con la marmellata industriale risponde forse. La polenta unta risponde "brrrr". Ma la cura, l’accoglienza vera, quella risposta non arriva quasi mai.
Se sei fortunato ti imbatti in rifugi come Orestes Hütte (Valle d’Aosta), 2600 metri, tutto vegano. E scopri che si può fare. Si mangia bene.
La montagna non scappa perché non hai usato burro, non è meno bella; il panorama non si offende se nel piatto c’è una crema di legumi e ortaggi locali invece che un pezzo di carne da chissà dove.
Stessa cosa al Vajolet (Dolomiti) con menù veg dedicati, colazioni vegetali, piatti che non ti fanno sentire “diverso”, ma ti nutrono con gusto.
Stessa cosa in Austria (Franz-Fischer-Hütte), in Baviera (Hündeleskopfhütte), in Svizzera in alcune capanne alpine che timidamente iniziano a offrire opzioni veg.
E sapete perché funziona?
Perché essere vegani in quota non è un capriccio urbano. È un atto coerente. Come si può frequentare un territorio fragile come quello montano mentre lo si inonda di CO2, trasportando carne, latticini e surgelati con l’elicottero?













