Piatti di foglie di palma, impastatrice attiva quando c'è il sole, si raggiunge solo a piedi. Chi arriva al rifugio Pellarini "deve godere della montagna rispettandola"

"Chi viene qui - racconta Da Rin a L'AltraMontagna - lo fa per per rispettare il meraviglioso ambiente che ci circonda, per farsi accogliere con affetto e un sorriso, per gustare le pietanze delle terre alte. Chi viene qui fa faticando, perché il rifugio è raggiungibile solamente a piedi, compiendo un dislivello di 350 metri, che richiede 40-50 minuti di cammino. Non c'è altro modo di raggiungere il rifugio"

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Proprio non gli piace che la sua struttura venga definita "rifugio di una volta". Il motivo è semplice: "La parola 'rifugio' dice tutto. O, almeno, dovrebbe essere così. Per me ha un solo significato: chi viene qui sa cosa trova".
Dal 2017 Giorgio Da Rin, bellunese di Pieve di Cadore, gestisce il Rifugio Luigi Pellarini, una piccola "gemma" che sorge sulle Alpi Giulie, a quota 1.499 metri, dando un occhio alla valle e l'altro all'imponente gruppo dello Jof Fuart, che lo sovrasta assieme al Grande Nabois.
Nel 2024 il "Pellarini" ha compiuto 100 anni, è stato ristrutturato a metà anni Novanta, ma lo spirito del gestore e del suo staff sono quelli di... un secolo fa. Il "mantra" che accompagna, da sempre, Da Rin e i suoi collaboratori, è il totale rispetto della natura: l'energia viene fornita da pannelli solari e il generatore viene attivato solamente in "casi estremi", la plastica è bandita praticamente del tutto, non esiste la lavastoviglie, perché i piatti sono fatti da foglie di palma secche e pressate a 120°, che poi vengono bruciati per produrre calore. Il menù? Scordatevi i piatti gourmet, le pietanze "stellate" e i cibi che non hanno nulla a che vedere con la montagna.
"Chi viene qui - racconta Da Rin a L'AltraMontagna - lo fa per godere della montagna, per rispettare il meraviglioso ambiente che ci circonda, per farsi accogliere con affetto e un sorriso, per gustare le pietanze delle terre alte. Chi viene qui fa faticando, perché il rifugio è raggiungibile solamente a piedi, compiendo un dislivello di 350 metri, che richiede 40 - 50 minuti di cammino. Non c'è altro modo di raggiungere il rifugio".
Scusi, ma come fate a portare in quota il cibo e tutto quanto serve per l'attività?
"Siamo serviti anche da una vecchissima teleferica, che può trasportare sino a 2 quintali. Ma, ovviamente, viene utilizzata solo per trasferire merci e oggetti. A me piace avere sempre i prodotti freschi da servire e, allora, scendo a valle quattro-cinque volte a settimana per fare gli acquisti necessari. Una faticaccia? Ma ormai sono abituato e poi è il bello della montagna".
Ci racconti di quella che è la sua filosofia: i piatti fatti con foglie di palma che, una volta utilizzati, vengono bruciati, non ha lavastoviglie e impasta solamente quando... c'è il sole.
"Per noi è tutto normale, non ci vedo nulla di strano a fare di tutto per rispettare la natura e l'ambiente che ci circonda. All'inizio utilizzavamo i piatti in ceramica che venivano lavati con l'acqua della sorgente, sprecandone però troppa e utilizzando detersivi che inquinano. Abbiamo trovato questi piatti, assolutamente particolari, che vengono fatti con le foglie di palma secche. Una volta cadute vengono raccolte e pressate a 120 gradi: essendo bio, dopo l'utilizzo, ho l'autorizzazione a smaltirle bruciandole nella stufa e generando così calore. Ci affidiamo all'energia del pannelli fotovoltaici e cerchiamo di ottimizzare i tempi quando c'è il sole. Il generatore fa rumore, puzza e dà fastidio: lo usiamo il meno possibile, perché chi viene qui vuole stare in pace, assaporare l'aria e i profumi, godere della tranquillità. Quindi l'impastatrice la facciamo funzionare quando i pannelli viaggiano a pieno ritmo".
Se un cliente volesse ordinare, che so, una Coca cola? O una birra scura?
"Non ce l'abbiamo. E chiamiamoli ospiti, perché chi viene al "Pellarini" è, prima di tutto, un ospite, un amico, una persona gradita. L'acqua è quella della sorgente, servita in brocche di vetro o nelle borracce che ognuno porta con sé. Abbiamo un'ottima birra in bottiglia, ovviamente vuoto a rendere, da mezzo litro. Non esistono la birra piccola e media: c'è quella. E, devo dire, che è molto buona perché è la stessa che bevo io e me la sono scelta bene".
La cucina?
"Niente piatti gourmet, niente di "stellato". Per carità non c'è niente di male, ma la nostra filosofia è tutt'altra. Pasta al ragù e gnocchi, tutto fatto in casa ovviamente, polenta, salsiccia, selvaggina. Tutti i piatti della montagna, insomma. Chi viene qui sa cosa trova e come siamo noi e, dunque, mi è capitato raramente di ricevere richieste che non potessi soddisfare".
Potrebbe fare tanti soldi in più.
"Ma non m'interessa. Abbiamo ciò che è sufficiente per vivere felicemente. Non vogliamo la "folla", ma le persone giuste, che apprezzino quello che trovano".
Nel rifugio si può anche dormire?
"Certo, abbiamo 45 posti letto, con due bagni per le donne e due bagni per gli uomini. L'acqua calda viene garantita da un boiler elettrico".
Il 12 e 13 aprile libererete il rifugio dalla neve: c'è stato un "boom" d'iscrizioni dopo l'appello che ha lanciato via social.
"Ah, una cosa mai vista. Incredibile, è stata una meravigliosa sorpresa: siamo già "sold out" e, come ho detto, a chi ci darà una mano garantiamo vitto e alloggio. Insomma, lo spirito sarà il "nostro" anche in questo caso, quello di montagna".
Rifarebbe tutto ciò che ha fatto dal 2017 ad oggi? È contento così?
"Assolutamente. E sì, sono molto contento".













