Presunto sabotaggio pista da bob: creando falsi nemici, alcuni politici (tra cui il ministro Salvini) alimentano lo spopolamento della montagna

L'editoriale / Per giustificare iniziative di vaga utilità sociale (realizzate e mantenute con fondi pubblici), non è raro che i promotori colgano ogni occasione per vestire i panni della vittima, trasformando ipotesi appena accennate in certezze assolute; facendo di un presunto incidente un sicuro comportamento criminale. Il pretesto ideale per spargere ettolitri di veleno addosso a chi ha provato a fare luce sulle incoerenze del progetto, evidenziando le reali esigenze del territorio

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
La strategia collaudata da una certa politica è semplice, efficace e, allo stesso tempo, socialmente pericolosa.
Nella notte tra il 20 e il 21 febbraio, un tubo per la refrigerazione (circa 12 metri di lunghezza per 789 chili) dell'ormai mitologica pista da bob di Cortina, è stato trovato sulla strada del cantiere.
Nel giro di poche ore, quando l'episodio era ancora impregnato di incertezza, ha preso forma l'ipotesi del "sabotaggio", cavalcata prontamente e con grandissima convinzione dai sostenitori della discussa infrastruttura, per evidenziare un presunto clima di violenza e di forte ostilità nei confronti del cantiere.
Emblematiche in tal caso le parole spese dal ministro delle infrastrutture Matteo Salvini:
“Quanto accaduto è un gesto vile e irresponsabile. Chi vuole sabotare le Olimpiadi colpisce non solo l’impegno di tanti lavoratori, ma anche il Paese davanti a tutto il mondo. Non ci faremo intimidire. All’odio e al livore dei signori del 'No' rispondiamo con l’Italia dei 'Sì': avanti con le opere, senza sosta e senza paura!”.
Ha inoltre aggiunto: “Come per i delinquenti che assaltano il cantiere dell’Alta Velocità Torino-Lione, anche a Cortina sappiano che non la avranno vinta. Lo Stato non si fa intimidire”.
A nemmeno due mesi da quella notte - riporta il FattoQuotidiano - la procura di Belluno ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta: le indagini hanno infatti convinto la procura che si sia trattato di un fatto accidentale, non di un sabotaggio intenzionale (ne abbiamo parlato QUI).
Allora ecco, in tutta la sua evidenza, la strategia sopracitata: per giustificare iniziative di vaga utilità sociale (realizzate e mantenute con fondi pubblici), non è raro che i promotori colgano ogni occasione per vestire i panni della vittima, trasformando ipotesi appena accennate in certezze assolute; facendo di un presunto incidente un sicuro comportamento criminale.
Il pretesto ideale per spargere ettolitri di veleno addosso a chi ha provato a fare luce sulle incoerenze del progetto, evidenziando le reali esigenze del territorio.
Tale meccanismo risulta quindi pericoloso a livello comunitario perché, creando falsi nemici, provoca attriti sociali; diffonde il morbo della discordia tra persone che hanno gli stessi bisogni.
Lo spopolamento, in montagna, è anche il risultato di queste strategie politiche.













