Saliamo in montagna con attrezzatura in Goretex e carbonio, ma ci spaventano le evoluzioni architettoniche dei rifugi. L'avanguardistica Monte Rosa Hütte: esperimento straordinario, tuttavia difficile da replicare

Nel versante svizzero del Monte Rosa, tra i ghiacciai del Grenz e del Gorner, riflette immobile la luce dei suoi 2883 metri di altitudine. L'innovativa struttura è un rifugio capace di ospitare fino a 120 persone, quasi autosufficiente a livello energetico e super efficiente nell'uso delle risorse. Rispetto all'immagine "da cartolina" dei rifugi di alta montagna, tuttavia, l'aspetto di questa struttura riesce in qualche modo a scandalizzarci. Perché ci disturba tanto? Cosa può dirci rispetto al nostro modo di vedere la montagna?

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Inaugurata il 25 settembre 2009, la “nuova” Monte Rosa Hütte si presenta oggi come un poliedro irregolare e riflettente di alluminio, posizionato a 2883 metri di altitudine. Parte del territorio di Zermatt, in Canton Vallese, la struttura emerge nel mezzo di un anfiteatro glaciale, tra il Grenzgletscher e il Gornergletscher, e nelle sue pareti si riflettono, a seconda dell’angolazione, ora il versante Nord del Lyskamm, ora, più da lontano, il Cervino. Proprio da quest’ultima vetta, la struttura mutua le sue forme.
L'esistenza di questo rifugio, però, ha radici più lunghe e incarna una storia edilizia in continua evoluzione.
Di poco più giovane delle “vicine italiane”, Capanna Gnifetti (1876) e Capanna Regina Margherita (1893), la svizzera Monte Rosa Hütte fu costruita interamente in legno tra il 1894 e il 1895. Allora prendeva nome dalla famiglia Bésemps, che ne aveva finanziato la costruzione, e, in assenza dell’odierno afflusso turistico, l’edificio aveva lo scopo di supportare le numerose spedizioni alpinistiche che tentavano di scalare il Monte Rosa.

Proprietà del comitato centrale del Club Alpino Svizzero (CAS), aveva in origine una capienza di 25 cuccette. Nel 1929 la proprietà passò alla sezione Monte Rosa del Cas e, in quest’occasione, prese il nome di Monte Rosa Hütte, ‘Capanna Monte Rosa’.
Di quel primo avamposto non è rimasto che la proprietà: dopo una ricostruzione completa, nel 1939-40, e una serie di ampliamenti più consistenti tra gli anni Settanta e Ottanta, l’edificio originale è stato completamente demolito in seguito alla costruzione di un edificio completamente nuovo, un centinaio di metri più in quota.
Nel 2003, il Politecnico Federale di Zurigo (ETH), per festeggiare i 150 anni dalla sua nascita, propose infatti al Club Alpino Svizzero di realizzare un rifugio sostenibile nel comprensorio del Monte Rosa. Il risultato di questa proposta fu proprio la “nuova” Monte Rosa Hütte: un’opera estremamente avveniristica, capace di minimizzare l’impatto estetico e ambientale sul paesaggio, costituita da una struttura portante in legno a cinque piani, con capienza di 120 posti letto.
A coordinare il progetto fu Andrea Deplazes, docente e partner dello studio di architettura Bearth & Deplazes (che curò la progettazione e realizzazione della struttura), attraverso un laboratorio di progettazione pluriennale con gli studenti. Questo programma sperimentale mirava alla realizzazione di un rifugio d’alta montagna autosufficiente e sostenibile, per il quale furono coinvolti specialisti dei settori più diversi.
L’attenzione all’utilizzo delle risorse ebbe il suo ruolo anche in fase realizzativa: optarono, per esempio, per l’utilizzo di piccoli componenti prefabbricati in legno per pareti e solai, perché più leggeri e facilmente trasportabili dagli elicotteri.
L’edificio è dotato di un impianto a pannelli fotovoltaici nella facciata sud; il quale, per avere un apporto costante, è fornito di accumulatori che garantiscono la distribuzione omogenea della corrente anche nelle giornate di maltempo. Grazie al forte rendimento solare di quelle altitudini, dovuto alla nitidezza dell’aria e alla riflessione ambientale, l’impianto rende la struttura quasi interamente autosufficiente in termini energetici, fino a raggiungere il 90% del fabbisogno.
La fusione della neve e dei ghiacci provvede ad assicurare l'approvvigionamento idrico. Attraverso un sistema di accumulo, l’acqua viene immagazzinata in vasche sotterranee, e, una volta raccolta, viene microfiltrata per alimentare i bagni e la cucina. Da qui, le acque reflue recuperabili sono utilizzate inoltre per gli scarichi dei bagni.
La contraddizione tra uno spazio esterno spigoloso e traslucido, quasi disumanizzante, e gli interni minimali in legno chiaro, rifiniti soltanto da lavorazioni superficiali, accentua il senso di protezione del “rifugio” dall’ostile ambiente glaciale. Non solo, nell’intenzione dei progettisti, si opera così una mediazione tra il gusto rustico del pubblico alpinistico e l’intenzione sperimentale e immaginifica dietro il progetto.
Al piano terra, la cucina e gli spazi comuni rimangono aperti sul paesaggio tramite una lunga fascia di vetrate che prosegue lungo la scalinata verso i piani superiori, dove si trovano dormitori e servizi, i quali invece sono dotati soltanto di piccole aperture. La struttura si sviluppa su cinque piani organizzati in dieci fette, per formare 50 unità funzionali.
Il tutto è regolato da un sistema centralizzato, che raccoglie i dati meteo-climatici e i parametri dell’edificio (energia, acqua, temperatura ecc.). Mettendo questi due aspetti in relazione all’affluenza prevista, il sistema domotico può regolare l’efficienza complessiva, riducendo al minimo gli sprechi.
Per quanto avvenieristica, l’opera negli anni ha presentato ugualmente delle problematiche, anche in relazione all’elevato afflusso turistico. Le dotazioni tecnologiche comportano una notevole complessità di gestione, che non sempre si sposa con la flessibilità ed adattabilità che richiedono le alte quote. Inoltre, la progettazione e costruzione dell’edificio ha richiesto una spesa a dir poco ingente, pari a 5,7 milioni di franchi svizzeri (circa 4,6 milioni di euro).
Questi fattori rischiano di condannare l’edificio al suo valore sperimentale: senz’altro straordinario, ma - forse - incapace di offrire un modello utilizzabile per il futuro panorama architettonico dell’alta montagna.

Aldilà dell’aspetto tecnico-architettonico, però, questo insolito rifugio, con le sue forme aliene e i suoi riflessi metallici, riesce comunque ad interrogare il nostro tempo e sfidarne le consuetudini, perlomeno dal punto di vista culturale. Proprio in virtù di questo carattere provocatorio, avevamo usato la sua immagine come copertina per un articolo di qualche settimana fa, nel quale ci chiedevamo che cosa è veramente considerabile “autentico” in montagna (qui).
Monte Rosa Hütte è una “capanna” che va contro ogni nostra immagine di capanna, eppure risponde decisamente meglio agli interrogativi contemporanei in termini di sostenibilità ed impatto ambientale. Noi oggi saliamo in montagna con le scarpe in Goretex e l’attrezzatura in carbonio: perché allora ci aspettiamo che la struttura dei rifugi rimanga sostanzialmente inalterata?
Forse, l’istantaneità del nostro tempo, che ormai ha in larga parte superato la nostra capacità di comprensione, ci ha vincolati a una fruizione museale del mondo. Come se tutto ciò di cui abbiamo esperienza divenisse, nell’istante stesso, una reliquia, qualcosa di eternamente congelato in un tempo finito, qualcosa da fotografare e conservare. L’inafferrabilità del presente ci porta a rinchiuderci nell’immobilità di un passato che spesso è impreciso e stereotipico. Allora, se l’oggetto del nostro interesse non risponde alle nostre aspettative e decide di mutare anch’esso, noi ci sentiamo derubati: spogliati dell’elemento in cui pretendevamo di definirci.
Ciò che probabilmente spaventa è guardarsi allo specchio senza riuscire a razionalizzare le nostre stesse forme, trasformati in un poligono dai riflessi confusi, un dado tetraedrico, immagini viventi di un mondo che sfugge alla nostra comprensione.














