Se le rinnovabili diventano il "nemico": tutti contrari all'impianto eolico sul monte Craguenza (e le pale da 200 metri chiamate "eco-mostri")

Il progetto, denominato Pulfar e avanzato dalla Ponente Green Power, prevede l'installazione di 4 pale eoliche alte 200 metri sul crinale del Craguenza – in Friuli Venezia Giulia – andando a interessare i comuni di Pulfero, Torreano, Cividale del Friuli, Moimacco e San Pietro al Natisone. Da destra a sinistra, dalle amministrazione comunali ai cittadini, dal territorio si è alzato un coro di voci contrarie: tra Nimby e crisi climatica, un'occasione per riflettere sul ruolo delle rinnovabili

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Partiamo da alcuni dati: la società milanese Ponente Green Power srl ha presentato un progetto – denominato Pulfar – per la realizzazione di un impianto eolico sul versante del monte Craguenza, in Friuli Venezia Giulia, dove andrebbero installati 4 aerogeneratori da 200 metri di altezza (e fino a 160 di diametro per quanto riguarda le pale) con una potenza di 28,8 MW. Un investimento da ben 65 milioni di euro e che garantirebbe un ristoro (del 2-3% del valore della produzione) al Comune di Pulfero contribuendo, secondo i proponenti, al raggiungimento degli obiettivi energetici e climatici regionali.
E arriviamo quindi ai problemi: dalla politica alle amministrazione comunali fino alla popolazione, dalle associazioni ambientaliste fino agli allevatori e coltivatori della zona, tutti nella zona sembrano essere contrari. Un coro di 'no' al progetto – per il quale la Regione Friuli Venezia Giulia ha predisposto la Valutazione di impatto ambientale – che spinge a riflettere: cosa fare quando le rinnovabili diventano il “nemico”?
È indubbio infatti che aerogeneratori di questa mole finirebbero per avere un impatto negativo forte sul paesaggio del Craguenza, dove passa tra l'altro il Cammino Celeste. L'opposizione all'impianto sfiora però il paradosso nelle parole proprio del sindaco di Pulfero, Camillo Melissa, che su Repubblica ha definito le pale eoliche degli “eco-mostri”. Uno sforzo insomma che di sua natura cerca di dare una risposta alla sfida energetica, una delle priorità a livello europeo parlando di transizione green, ma che a livello territoriale viene inevitabilmente interpretato innanzitutto come un danno ambientale e paesaggistico inaccettabile.
Un messaggio che quotidianamente ribadiscono i responsabili del Comitato proteggiamo il Craguenza, nato proprio per chiedere lo stop al progetto anche tramite una petizione pubblica, condividendo sui social le immagini del territorio nel quale sorgerebbe l'impianto. Contro, come riporta la Rai regionale, si sono espressi anche i rappresentanti politici provinciali e regionali, di praticamente tutti gli schieramenti. Chiaramente, con argomentazioni molto diverse.
Così per Europa Verde non ci sarebbe bisogno di “mega impianti” – una posizione che la stessa Regione sembra condividere: l'assessore all'ambiente Fabio Scoccimarro ha infatti sottolineato come non si punti all'installazione di grandi pale eoliche, ma piuttosto di mini e micro-impianti – mentre per Forza Italia “le valli del Natisone non sono una terra da sacrificare sull'altare dell'ipocrisia green”.
Sulla base di queste premesse – e in attesa delle valutazioni tecniche del caso – sono diverse le valutazioni da fare e che, in epoca di transizione energetica e crisi climatica, vanno ben al di là del singolo progetto. Innanzitutto, va sottolineato che aumentare la produzione rinnovabile è un obiettivo centrale tanto dal punto di vista ambientale quanto strategico per il Paese – e per l'intera Europa –, e per aumentare la produzione rinnovabile sono giocoforza necessari impianti di produzione di energie rinnovabili. Per quanto riguarda in particolare l'eolico, le pale non possono poi essere installate ovunque, c'è bisogno di una ventosità adeguata – presente in zona secondo il progettista – e l'impatto a livello ambientale è inevitabile. Qui s'inserisce il filone di critiche Nimby (dall'inglese “not in my backyard”) alle comunità contrarie alla realizzazione di opere pubbliche a impatto rilevante nel loro “giardino di casa”. Un atteggiamento che, comprensibilmente, molto spesso si osserva in situazioni simili.
D'altra parte, come riporta il Comitato proteggiamo il Craguenza, nella petizione inviata alle autorità friulane, progettualità di questo tipo non possono essere “calate dall'alto”: è necessario coinvolgere preliminarmente chi il territorio lo vive, gli enti locali, la popolazione, le amministrazioni. Un atteggiamento in qualche modo “impositivo” rischia infatti di riflettersi negativamente sui giusti sforzi e investimenti che dovranno essere messi a terra nei prossimi anni per ridurre la dipendenza dell'Italia in particolare dal gas nella produzione di energia elettrica.
Al netto dei rischi presentati dalle comunità interessate – oltre alla questione paesaggistica e turistica si fa riferimento ai danni che l'impianto causerebbe al passaggio dell'avifauna, ai rischi per il sistema carsico e le acque dell'area e ancora alla possibile distruzione di habitat e biodiversità – la sfida in generale è proprio evitare che le rinnovabili diventino un “nemico”, spingendo piuttosto a un dialogo aperto con i territori che preveda anche la possibilità di compromessi meno impattanti - come tra l'altro sembra suggerire la posizione della Regione Friuli Venezia Giulia.













