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Attualità | 30 ottobre 2025 | 18:00

Trump annuncia la ripresa dei test nucleari: cosa insegnano i ghiacciai su questo sconsiderato annuncio?

Mentre il presidente americano Trump annuncia la possibile ripresa dei test nucleari, i ghiacciai del pianeta custodiscono ancora l’eredità radioattiva di quelli conclusi negli anni ’60. Sessant’anni dopo, le tracce più evidenti di quelle esplosioni sconsiderate si trovano proprio sulla superficie dei ghiacciai, dalle Alpi alla Groenlandia. Nemmeno il luogo più remoto è davvero incontaminato o slegato da ciò che accade nel resto del pianeta. Evidentemente, non abbiamo ancora imparato la lezione

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
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Camminavo lentamente sulla superficie di uno dei più remoti ghiacciai artici. Eravamo a poche centinaia di chilometri dal Polo Nord, lontani migliaia di chilometri dal primo insediamento umano. Intorno a noi una distesa biancastra senza fine; in lontananza, l’oceano Artico, una striscia di ghiaccio marino e qualche iceberg. Ai confini del mondo, dove in apparenza la traccia delle nostre attività è invisibile. Forse quello è stato l’unico luogo che ho avuto la fortuna di visitare in cui qualunque cosa capitasse sotto agli occhi o alle punte dei ramponi fosse natura pura.

 

Era davvero così? Eravamo lassù per raccogliere i maleodoranti sedimenti che si formano sulla superficie dei ghiacciai: una poltiglia nerastra, ricca di sostanza organica e frammenti minerali. Il suo nome è crioconite e ha origine greca. Fu un esploratore artico finlandese a coniare il termine, che significa letteralmente “polvere del ghiaccio”. Si forma perché sulla superficie dei ghiacciai, dove d’estate è presente acqua liquida, prosperano molti micro-organismi — alghe perlopiù — che, proliferando, interagiscono con le piccole particelle minerali portate dal vento. Piano piano microbi e polveri si aggregano e danno vita alla crioconite.

 


Un deposito di crioconite. Si tratta del sedimento bruno accumulato sul fondo della coppetta approfondita nel ghiaccio.

 

Quello che volevamo appurare era se anche nella crioconite campionata da ghiacciai così remoti fossero presenti tracce di inquinamento atmosferico. Negli anni precedenti avevamo scoperto che questo materiale ha un’incredibile capacità di accumulare e concentrare molte classi di inquinanti: metalli pesanti, pesticidi, frammenti plastici, sostanze organiche e, soprattutto, radioattività. Nella crioconite prelevata dai ghiacciai alpini avevamo osservato livelli di radioattività molto superiori al fondo naturale che sarebbe tipico trovare in una vallata alpina. Solo i campioni provenienti da siti direttamente contaminati, come i dintorni di Chernobyl, mostravano concentrazioni più elevate. La cosa ci sorprese.

 

Capimmo poi che la chiave per comprendere tale anomalia fosse lo stretto rapporto tra la crioconite e l’acqua di fusione che scorre sulla superficie dei ghiacciai. Nelle profondità gelate dei ghiacciai sono custoditi gli strati di ghiaccio che si formarono a seguito delle nevicate della primavera del 1986. Quelle nevicate contenevano deboli livelli di radioattività prodotti dal disastro di Chernobyl. Da allora i ghiacciai custodiscono questa eredità. Non solo: un po’ più in profondità si trovano gli strati risalenti agli anni ’50 e ’60, quando era prassi testare gli ordigni nucleari in atmosfera, diffondendo in tutto il globo un’invisibile e pervasiva coltre radioattiva. Qui si possono trovare alcuni dati sui lavori che abbiamo condotto sulle Alpi.

 

Ogni estate una parte di quegli strati fonde, liberando nell’ambiente deboli quantità di radioattività. La crioconite è il primo substrato con cui entra in contatto l’acqua di fusione carica di tutto ciò che era contenuto nel ghiaccio. L'interazione avviene ancor prima di lasciare il ghiacciaio poiché la crioconite si trova sulla sua superficie. Inoltre, essendo la crioconite ricca di sostanza organica e particelle minerali fini, entrambe fortemente affini ai radionuclidi, essa si comporta come una spugna, capace di accumulare anno dopo anno le deboli tracce radioattive presenti nell’acqua di fusione. Dopo anni di interazione si possono raggiungere concentrazioni elevate, anche migliaia di Bq per chilogrammo di materiale: valori che non troviamo in nessun altro ambiente naturale.

 

Eravamo andati in Groenlandia per verificare se la crioconite si comportasse in modo simile anche in contesti remoti, dove la contaminazione radioattiva doveva essere teoricamente molto più bassa. E sì, anche lassù la crioconite mostrò valori anomali. I campioni che portammo a casa segnarono per molti radionuclidi (cesio-137, plutonio, americio, per citarne alcuni) i record di concentrazione per l’intera regione artica (questo l’articolo scientifico completo).

 

La contaminazione radioattiva prodotta dai test nucleari degli anni ’50 e ’60 fu a tutti gli effetti globale, raggiungendo persino le regioni più prossime al Polo Nord. I complessi processi che avvengono sulla superficie dei ghiacciai ne determinarono poi la concentrazione proprio in questi ambienti che, intuitivamente e forse ingenuamente, consideriamo puliti, pristini, intoccati dalle nostre perturbazioni. Non è così. Se esiste una forma di contaminazione atmosferica che lascia tracce ovunque sul pianeta, questa è proprio quella radioattiva.

 

Sicuramente, quando i capi di stato degli eserciti più potenti del pianeta decisero di testare gli ordigni nucleari in atmosfera, nessuno poté immaginare che le tracce più evidenti di quella sciagurata decisione sarebbero state rinvenute, decenni dopo, sulla superficie dei ghiacciai della Terra: dalle Alpi alla Groenlandia, fino alle Ande. Oggi però lo sappiamo. Conosciamo i disastri provocati dai test nucleari negli atolli del Pacifico, nella remota Novaja Zemlja, nelle desolate lande kazake. Eppure, proprio oggi, il presidente americano Trump ha annunciato che presto gli Stati Uniti potrebbero riprendere i test nucleari.

 

Non appena ho sentito parlare di nuovi test, non ho potuto non pensare a quelle particelle scure sulla superficie dei ghiacciai e alla loro eredità radioattiva. È un fatto: nel 2025 esistono ancora stati (non parlo volutamente di nazioni) pronti a riprendere i test degli ordigni nucleari. È qualcosa che, da essere umano e da scienziato, fatico ad accettare. Le armi nucleari sono le armi disumane per eccellenza: distruggono, uccidono, provocano lenta sofferenza e rendono inabitabile un territorio per un tempo indefinito. Ogni arma è odiosa perché creata per ledere vite umane, ma le armi atomiche raggiungono un altro livello di orrore: non ledono vite umane, ledono l’umanità e il pianeta intero.

 

Credevo che come specie avessimo assimilato queste verità e ci fossimo lasciati alle spalle quelle pagine oscure, molti decenni fa. Evidentemente non è così. Nemmeno la contaminazione radioattiva dei più remoti ghiacciai del pianeta è riuscita a farci cambiare idea. Concludo con una citazione dal mondo della fantascienza, di cui -ahimè- non sono riuscito a individuare l'autore:

 

Quando gli alieni scoprirono che facevamo esplodere ordigni nucleari nella nostra stessa atmosfera, arrivarono alla conclusione che non ci fosse vita intelligente sulla Terra”.
 

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