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Attualità | 08 settembre 2025 | 12:00

Un progetto che riguarda l’intero Paese: formare nuovi pastori e allevatori favorendo il ricambio generazionale

La Scuola di perfezionamento per la pastorizia di Calascio nasce per affrontare in modo concreto le grandi sfide che oggi interessano il mondo dell’allevamento ovino. Attraverso masterclass tematiche e interventi di esperti, l’obiettivo è fornire strumenti pratici e conoscenze aggiornate a chi già lavora in questo settore e a chi desidera intraprenderlo, coniugando tradizione e ricerca, sostenibilità e sviluppo locale. I contributi che seguono offrono uno sguardo diretto sui temi cardine affrontati nel percorso formativo, tracciando una visione della pastorizia come presidio culturale, sociale ed economico delle terre alte

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Una settimana al via per la Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva di Calascio, presentata lo scorso luglio; un percorso formativo innovativo che mira a formare i pastori del futuro, restituendo centralità a un mestiere indispensabile e restituendo fiducia alle terre alte dell’Appennino.

 

“Non è solo un modo per parlare di pascoli”, ha sottolineato il vicepresidente di Slow Food Italia, Federico Varazi. “Significa affrontare temi cruciali come il lavoro, lo sviluppo locale, l’ambiente, il turismo, il clima e la giustizia sociale. Non solo il futuro di questa regione dell’Appennino, ma un progetto che riguarda l’intero Paese: formare nuovi pastori e allevatori favorendo il ricambio generazionale, trasmettere saperi caseari acquisiti in anni, valorizzando mestieri spesso trascurati ma fondamentali per la tutela del paesaggio e per il mantenimento degli equilibri ecosistemici”.

 

Il percorso prevede otto masterclass, che combinano lezioni frontali ed esperienze dirette sul campo. I primi corsi in programma per il 2025 affrontano aspetti centrali del mestiere e delle filiere connesse: Gestione sanitaria e benessere animale nell’allevamento ovino (14–20 settembre); Innovazione tecnologica e gestione aziendale (14–20 settembre); Conflittualità zootecnica: i predatori selvatici (5–11 ottobre); Produzioni e marketing di carne e lana (5–11 ottobre).

 

Per approfondire gli approcci di queste prime lezioni in programma, abbiamo voluto rivolgere una domanda a ciascun docente su un aspetto emblematico dei rispettivi corsi.

Benessere animale: In quali modi la pastorizia può adattarsi alle nuove esigenze di tutela dell’individualità animale da situazioni di sofferenza o stress?

 

Giorgio Vignola, professore associato di Zootecnia Speciale nella Facoltà di Medicina veterinaria dell’Università di Teramo 

La pastorizia tradizionale si trova oggi davanti alla sfida di coniugare sostenibilità economica, ambientale e sociale con una crescente attenzione verso la salute e il benessere animale, intesi non solo come assenza di malattia, ma anche come tutela dell’individualità dell’animale e prevenzione di sofferenza e stress. Con il modello concettuale dei Five Domains of Animal Welfare, sviluppato da David Mellor e collaboratori, e dalla ricerca a livello internazionale e nazionale, è stato proposto un approccio molto più strutturato e completo per tutelare l’individualità degli animali. Il modello comprende cinque domini: nutrizione, ambiente, salute, comportamento e stato mentale dell'animale, di cui i primi quattro influenzano direttamente il quinto (lo stato mentale). Integrare i Five Domains nella pastorizia, come approccio moderno al benessere animale, significa elevare il paradigma da una mera assenza di sofferenza a una promozione attiva del benessere emotivo e dell’individualità animale. Gli strumenti digitali e i nuovi approcci, di cui si parlerà nella Scuola per Pastori di Calascio (dai sensori wearable al tracciamento e all'attenzione alla salute), l'arricchimento comportamentale e l’attenzione proattiva alla mente dell’animale diventano così parte integrante della vita pastorale, per una rinascita del modello pastorale nel nuovo millennio.

Innovazione tecnologica: Qual è l’attuale stato di avanzamento tecnologico delle aziende che si occupano dell’allevamento ovino? Quali sono gli orizzonti futuri?

 

Carolina Pugliese, professore associato di Zootecnia Speciale al Dipartimento di Scienze e Tecnologie Agrarie, Alimentari, Ambientali e Forestali dell’Università di Firenze

L’allevamento ovino, pur rappresentando una componente fondamentale del paesaggio rurale e della cultura pastorale, è oggi uno dei comparti zootecnici meno sviluppati dal punto di vista tecnologico. A differenza di altre filiere, come quella bovina o suina, dove l’innovazione digitale ha già rivoluzionato i modelli produttivi, per la filiera ovina mancano ancora strumenti specifici realmente pensati e sviluppati per le sue esigenze. La ricerca scientifica, in questo ambito, procede con lentezza: molte tecnologie che altrove sono consolidate, come la gestione informatizzata, i sistemi di monitoraggio o l’automazione, trovano applicazione solo parziale e spesso adattata, senza tenere conto delle peculiarità del settore. Questa situazione non deve però essere letta come un limite insormontabile, ma come una grande opportunità. Le potenzialità di innovazione sono enormi e potrebbero incidere non solo sulla produttività e sulla sostenibilità economica delle aziende, ma anche sul loro ruolo ambientale e sociale. La pastorizia, infatti, non è soltanto produzione di latte, carne o lana: è presidio del territorio, cura del paesaggio e difesa della biodiversità. I greggi contribuiscono a mantenere puliti i pascoli, a ridurre il rischio di incendi e a preservare ecosistemi unici, soprattutto nelle aree marginali e montane. Inoltre, l’allevamento ovino svolge una funzione sociale essenziale: mantiene vive comunità rurali che altrimenti rischierebbero lo spopolamento, custodisce tradizioni e saperi antichi e rafforza l’identità di interi territori. L’innovazione, se ben indirizzata, potrebbe diventare lo strumento per sostenere questo ruolo, offrendo agli allevatori strumenti più semplici e accessibili, capaci di migliorare le condizioni di lavoro, attrarre nuove generazioni e garantire un futuro competitivo al settore. Gli orizzonti futuri, dunque, non sono soltanto tecnologici ma anche culturali e sociali: valorizzare l’ovinicoltura significa investire in un modello di allevamento che unisce produzione, tutela dell’ambiente e coesione delle comunità locali.

Predatori: In che modo viene affrontato il tema della conflittualità zootecnica? Quali responsabilità ha l'allevatore?

 

Duccio Berzi, dottore forestale specializzato in gestione e conservazione della fauna selvatica, fondatore di "Canislupus Italia" onlus

In un contesto in cui si assiste ad una crescita della presenza di molte specie di animali selvatici, compresi predatori protetti, è imprescindibile che il mondo zootecnico, in particolare gli allevatori ovicaprini che pascolano in contesti montani, ma anche coloro che pascolano in aree dove fino a poco tempo fa di fondovalle o dove sembrava impossibile che queste specie, in particolare i lupi, fossero in grado di insediarsi, siano consapevoli dei rischi connessi alla predazione. Attraverso la masterclass cercheremo di trasmettere le competenze per determinare il tipo di predatore responsabile dell’attacco, valutare la strategia e la soluzione tecnica che meglio si adatta meglio al singolo contesto, analizzarne la sostenibilità economica e gestionale e infine far conoscere le soluzioni innovative che sono disponibili o in fase di sperimentazione, in vari contesti zootecnici italiani. Alla luce delle esperienze di altri paesi come Francia e Svizzera è evidente come le recenti modifiche del quadro normativo europeo, che prevedono l’abbassamento del grado di protezione del lupo e che sono in attesa di essere recepite a livello nazionale, non devono far pensare che la prevenzione non sarà più necessaria in un futuro in cui gli abbattimenti entreranno in vigore, ma che invece resterà un pilastro imprescindibile per la conduzione dell’attività zootecnica.

Marketing e lavorazioni: Qual è lo stato del mercato della lana? Quanto può essere sostenibile e redditizio?

 

Chiara Spigarelli, agronoma, fondatrice della Startup Agrivello, docente della masterclass Produzioni e marketing di carne e lana

L’Italia vanta una straordinaria tradizione nel settore laniero e nella trasformazione della lana, basti pensare a prestigiosi distretti tessili come Biella e ciò che rappresentava il territorio biellese nel secolo scorso. Ad oggi l’Italia è un importatore di lana estera pur mantenendo un importante punto di riferimento internazionale nel settore della produzione di filati e tessuti. La principale causa del mancato recupero di materia prima è l’origine della lana. Pur essendo una fibra naturale utilizzata in tutto il mondo, in Italia come in Europa, rappresenta ad oggi più un rifiuto che una risorsa. Ogni anno gli allevatori di ovini devono occuparsi della tosatura delle pecore, senza avere una chiara e certa destinazione della lana tosata, chiamata “Lana Sucida”. Le principali razze allevate in Italia non sono sempre adatte a produrre filato di qualità e con il passare degli anni il settore è andato in crisi, con una conseguente frammentazione della filiera locale in cambio di lana estera qualitativamente superiore. In totale, il patrimonio ovino produttore di lana fine si attesta su circa 62.000 capi (BDN, 2025). Non esistono dati ufficiali sulla produzione di lana, poiché la tosa è organizzata privatamente dagli allevatori e mancano centri nazionali di stoccaggio e cernita. Tuttavia, stimando una produzione media di 2,5 kg per capo, l’Italia potrebbe teoricamente produrre tra 150.000 e 200.000 kg di lana fine. Nel 2023, il settore della filatura italiana (che comprende la produzione di filati lanieri, cotonieri e linieri) ha registrato un fatturato di 3,1 miliardi di euro, con una flessione del 4,2% rispetto all’anno precedente (Pitti Immagine, 2024). Le esportazioni di filati di lana hanno raggiunto i 902 milioni di euro, mentre le importazioni di lana grezza e filati si sono attestate a 1,007 miliardi di euro, generando un saldo commerciale negativo di circa 104 milioni di euro. L’Italia continua quindi a mantenere una posizione di rilievo nella trasformazione della lana principalmente per il settore della moda e dei complementi d’arredo. L’impegno istituzionale e tecnico dovrebbe essere quindi finalizzato alla ricostruzione della filiera produttiva e alla ricompattezza di un settore che avrebbe gran potenziale ma che viene poco valorizzato.

 

 

La scuola è frutto della collaborazione tra Slow Food Italia e D.R.E.Am. Italia, nell’ambito del progetto pilota di rigenerazione culturale, sociale ed economica “Rocca Calascio – Luce d’Abruzzo”. Il progetto, promosso dal Comune di Calascio, è stato selezionato dalla Regione Abruzzo nell’ambito delle misure del PNRR (LINEA A, M1.C3 – Investimento 2.1 – “Attrattività dei borghi”), gestite dal Ministero della Cultura e finanziate dall’Unione europea NextGenerationEU.

 

L'iscrizione è aperta ad aspiranti pastori, ma anche a chi già opera nel settore e desidera aggiornarsi, oltre che a professionisti agricoli e ambientali (agronomi, forestali, veterinari), a studenti universitari e a giovani laureati interessati a intraprendere un percorso in un ambito strategico per il futuro delle aree rurali. Oltre alla formazione, l’obiettivo è creare una rete di competenze e collaborazioni capace di dare nuove prospettive occupazionali e sociali.

 

 

Immagini dalla pagina Facebook Slow Food Italia

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