"Una botta d’orgoglio per i territori dell’Appennino, ne avevamo bisogno poiché i nostri cittadini non avevano una grande considerazione del territorio". La riserva MaB Unesco compie 10 anni

Nel 2015 l’Unesco si mosse per riconoscerne l'importanza e l'unicità ambientale. A dieci anni di distanza, il bilancio è più che mai necessario: cosa è cambiato? Come si è evoluto il rapporto tra cittadini, imprese, amministrazioni e natura? E soprattutto: quali sfide attendono questo pezzo di spina dorsale dell’Italia nei prossimi dieci anni, tra crisi climatica, spopolamento e nuove forme di turismo? Ne abbiamo parlato con Fausto Giovanelli, presidente del Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Era il 2015 quando l’Appennino Tosco-Emiliano veniva riconosciuto dall’Unesco come riserva di Biosfera ed entrava a far parte del programma Man and the Biosphere. Un riconoscimento che non riguarda solo la bellezza del paesaggio, ma la capacità di un territorio di coniugare tutela ambientale, sviluppo sostenibile e partecipazione delle comunità locali.
A dieci anni di distanza, il bilancio è più che mai necessario: cosa è cambiato? Come si è evoluto il rapporto tra cittadini, imprese, amministrazioni e natura? E soprattutto: quali sfide attendono questo pezzo di spina dorsale dell’Italia nei prossimi dieci anni, tra crisi climatica, spopolamento e nuove forme di turismo?
Ne abbiamo parlato con Fausto Giovanelli, presidente del Parco nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, per tracciare un bilancio tecnico e strategico di questo primo decennio e delineare le prospettive future.

Presidente Giovanelli, sono passati 10 anni dal riconoscimento Unesco. Con quale bilancio?
Il riconoscimento Unesco è stato davvero una botta d’orgoglio per i territori dell’Appennino, ne avevamo bisogno poiché i nostri cittadini non avevano una grande considerazione del territorio.
Attraverso questo riconoscimento hanno sicuramente cominciato a vedere di più la bellezza, le qualità, l’equilibrio uomo e natura, i paesaggi e anche tanti altri aspetti culturali e umani che sempre sono stati presenti, ma considerati come qualcosa da tenere per sé.
Quindi il risultato più rilevante è un dato culturale, immateriale, ma importantissimo perché stimolare le risorse umane, la loro motivazione, appartenenza e conoscenza del territorio è certamente il più grande investimento anche dal punto di vista economico.
Si può dire che in 10 anni il riconoscimento Unesco ha anche preso la concretezza di tante iniziative a partire dalle assemblee annuali e da decine di altre iniziative specifiche. Non si è fermata all’etichetta “Mab Unesco in Appennino”, anche se è di grande prestigio.
In che modo la riserva ha inciso concretamente sul territorio? Ci sono esempi virtuosi nati in seguito a questo riconoscimento?
Concretezza per Unesco sono educazione, scienza e cultura, peraltro ormai riconosciute come le più importanti risorse per un territorio. In seguito al riconoscimento sono arrivati anche dei finanziamenti rilevanti come “Unesco per il clima” che accende 83 progetti sul territorio per la sostenibilità dei boschi, l'efficienza energetica degli edifici e la mobilità sostenibile o 40 progetti su “Unesco per la scuola” che sostengono le attività di altrettante scuole primarie. La concretezza sta anche nel fatto di aprire delle barriere, dei confini, di mettere in relazione tra loro Parchi e Macroaree, di mettere in relazione crinali e zone di collina e anche di città. Tutto questo è qualcosa di assolutamente concreto che poi ha avuto una ricaduta e un formale riconoscimento nei programmi delle Green Community che sono fiorite su tre dei quattro territori dell’area.
Le comunità locali si sentono parte integrante di questo progetto?
Le comunità locali non direi si sentano parte integrante del progetto. Sono state diverse volte coinvolte e sono coinvolte sulle singole azioni, sulle azioni che le riguardano. Nel suo insieme il progetto Mab Unesco è abbastanza difficile da accogliere in comunità frantumate come sono da noi. Certo, si sono tenute le assemblee annuali e territoriali e quindi a livello delle grandi unità provinciali e territoriali (come Garfagnana, Lunigiana, appennino reggiano, parmense e anche modenese). In queste occasioni possiamo dire ci sia stata partecipazione, con il coinvolgimento di centinaia di persone, ma non mi sentirei onestamente di dire che le comunità locali - in sostanza quelle che fanno le “sagre” - siano consapevoli e partecipi delle destinazioni Unesco. Lo sono stati, invece, i consigli comunali e le amministrazioni comunali, le grandi associazioni e le scuole.
Cittadini, imprese, amministrazioni: come è stato il dialogo con gli attori del territorio?
Le amministrazioni sono state spesso e formalmente coinvolte. Le imprese lo sono state sui progetti operativi e sul programma “iCARE Appennino”, cioè un riconoscimento a progetti e azioni virtuose effettivamente capaci di prendersi cura di persone e territorio. Le imprese hanno gradito, talvolta hanno anche collaborato attivamente a progetti sia di rilievo culturale e scientifico sia a visioni più larghe. Pensiamo all’assemblea di Confindustria Reggio Emilia tenuta a Castelnovo Monti per la prima volta e agli accordi fatti con altre associazioni territoriali sul tema della gestione sostenibile delle foreste e sui Crediti di Sostenibilità. Non dimentichiamo a questo proposito la collaborazione con decine di usi civici di crinale e oggi anche con l'Istituto diocesano per le proprietà ecclesiali sui boschi.
Unesco pone una forte enfasi sulla tutela ambientale. Quali passi avanti sono stati fatti in termini di conservazione della biodiversità e del paesaggio?
Unesco non detta norme vincolanti sul territorio, ma se è vero che la prima tutela di un bene naturale è il riconoscimento del suo valore, allora sì, la consapevolezza e la conoscenza del valore della natura ne hanno beneficiato. Per parlare di azioni specifiche bisogna ragionare magari dei progetti svolti dal parco nazionale e dai parchi regionali su boschi, acque, impollinatori, imprese agricole impegnate a sviluppare capacità dei suoli di trattenere anidride carbonica, progetti Life e altri di sviluppo rurale che hanno messo in qualche caso l'accento molto diretto sulla biodiversità. Pensiamo alla conservazione del Gambero di fiume e in qualche caso anche alla ricerca e alla considerazione sugli insetti.
Turismo e agricoltura rimangono comunque due pilastri della vita nell’Appennino. Cosa è cambiato, in questi anni, nella percezione del territorio da parte di turisti e residenti?
Riguardo al turismo, la sola parola Unesco ha rappresentato un valore in più, poi si possono citare la Certificazione europea del turismo sostenibile (Cets) per molte imprese e molti operatori dei due versanti, la nascita di associazioni e singoli professionisti, spesso giovani nella funzione di guida ambientale, di guida escursionistica, di guida del parco. In generale si è compreso che è proprio la qualità ambientale il capitale fisso del turismo in Appennino. Poi il modo come questo si è manifestato e ha dato davvero sviluppo è piuttosto diverso tra la Lunigiana, l'Appennino Reggiano, il Parmense o la Garfagnana dove ci sono comunque segni fortemente positivi. Per l'agricoltura invece le cose sono un po' diverse. L'agricoltura resta fondamentale per il reddito, il paesaggio e la stessa identità dei territori di collina e di montagna, perché non diventino un territorio di abbandono. Sono le filiere agricole che mantengono coltivazione, fanno paesaggio, producono reddito e danno anche identità. Il Parmigiano Reggiano è più solido che mai, ma al tempo stesso dentro un grande cambiamento. I vini sul versante toscano, ma non solo, stanno crescendo in qualità e diffusione, hanno una loro dinamica, un loro mercato. E così per ogni prodotto, i mieli, gli insaccati, il prosciutto. La governance di queste filiere agroalimentari non è mai esclusiva delle forze locali. C'è una grande importanza del mercato, ma c'è anche una nuova micro-agricoltura, un'agricoltura che fa certamente i conti anche con l'ambiente, a volte proprio con la passione dell'ambiente, come avviene per tutti i presidi Slow Food e come avviene per tanti nuovi micro-produttori. C'è un ritorno anche di giovani nell'agricoltura e in particolare nelle attività agricole fortemente vicine all'ambiente.
Tra crisi climatica, spopolamento e fragilità delle aree interne, quali ritiene siano oggi le sfide principali per la Riserva?
Crisi climatica, spopolamento storico e fragilità delle aree interne sono le nostre sfide e stanno tutte in relazione tra di loro, non soltanto positiva. Per esempio, la crisi climatica pare poter essere anche l'occasione per un neopopolamento e anche per un apprezzamento di diverse caratteristiche dei territori alti della Riserva, a cominciare dalla residenza, dalle temperature ottimali in tutte le stagioni, ma anche dalla qualità dell'aria, dell'acqua e dei paesaggi e quindi anche della qualità di vita. Abbiamo nuovi dati che dicono che c'è chi si allontana dai nostri territori, ma anche chi, non solo stranieri, viene per insediarsi. Si parla di migrazioni verticali, non è ancora senso comune, ma i numeri sono chiari, i nostri spazi verdi sono qualcosa di importante per un'idea di sostenibilità che non è fatta solo di modelli energetici, economici, ma anche di modelli di vita, di consumo, di progetti di vita, di residenza. Ci sono giovani famiglie con bambini, certo rimane essenziale la dotazione di servizi, in assenza di quello tutto diventa quasi impossibile o minimale. Il compito della Riserva della Biosfera è quello di mettere in evidenza la grande qualità del capitale naturale, e farla incontrare in un dialogo, in una conoscenza ravvicinata e feconda col capitale umano. In alcune parti si tratta proprio di dare anima al territorio, anche di ricollocarlo rispetto all'opinione pubblica delle città, in una considerazione più elevata di quella che c'è stata negli anni dello sviluppo industriale, in cui hanno prevalso sentimenti di svuotamento e svilimento.

Cosa immagina per i prossimi dieci anni?
Dieci anni sono lunghi e la nostra epoca, anche in questo momento, è profondamente incerta, segnata da guerre, sconvolgimenti e tensioni commerciali che non ci aspettavamo. Tuttavia, rimane il fatto che l'umanità e il pianeta in questo secolo hanno bisogno di cercare equilibri e sostenibilità e da questo punto di vista la Riserva non è solo un contenitore ma è un motore culturale ed è un fattore che insieme ad altri può aiutare il dialogo che è assolutamente necessario anche tra opinioni, posizioni, culture, persino etnie molto diverse. C'è molto bisogno di dialogare fra visioni diverse e parziali perché è solo in quel modo che si può portare avanti una società così dinamica e così complessa ma anche così frantumata e ferita come quella in cui viviamo.
Se potesse rivolgersi direttamente ai giovani dell’Appennino e a chi vive questi territori e ai decisori politici che messaggio vorrebbe dare?
Lo farei con un doveroso messaggio di fiducia. Questi territori qualcuno li dipinge come luoghi di abbandono o addirittura a rischio di sopravvivenza, in verità ci sono moltissimi segni di vitalità. C'è una millenaria civiltà, ci sono alti e bassi nella storia dell'Appennino, ma diciamo che i terreni sono fertili, i boschi sono floridi, il suolo soffre il cambiamento climatico, ma è un suolo che produce anche delle grandi possibilità di coltivazione e insediamento, tutto dipende da noi. In questa parte del mondo, tra la via Emilia e il Mar Ligure, ci sono occasioni non solo per vivere bene, per riuscire bene, per passare bene il tempo libero, per attrarre turismo, ma anche per vivere e per fare impresa, per creare professioni, per sviluppare intelligenza e per sviluppare anche cura del territorio. Basta volerle queste cose. Volerle sul serio.













