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Attualità | 13 gennaio 2026 | 12:00

"È sempre peggio: noi fondisti rischiamo infortuni seri se finiamo con gli sci dentro le orme". Quando non viene rispettato il divieto di circolare sulle piste: da Campomulo a Festiona

"Non abbiamo più la forza né la volontà di aprire la stagione", comunicano i gestori. Queste storie raccontano un disagio diffuso. La gestione degli impianti si regge su basi fragilissime (la neve naturale che arriva a spot), sulla dedizione di poche persone, su economie minute e su una convivenza non sempre semplice tra chi la montagna la abita con rispetto e chi la attraversa senza consapevolezza, senza discernimento, talvolta senza nemmeno immaginare le conseguenze delle proprie azioni

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.

Solo pochi giorni fa, dall’Appennino modenese era arrivato un appello accorato. A Piandelagotti, il gestore del Centro Fondo Boscoreale denunciava l’uso improprio delle piste da parte di alcuni frequentatori della montagna.

 

Impronte e solchi rendono insicuri i tracciati, vanificano ore di lavoro notturno dei battipista e mettono a rischio gli sciatori: una denuncia che abbiamo raccolto e raccontato in un articolo dedicato, perché sintomatica di una situazione difficile e troppo spesso sottovalutata.

 

Eppure, probabilmente, non avevamo ancora colto la portata reale del fenomeno. Tant’è che nei giorni successivi, sulle nostre pagine social, sono arrivate nuove e circostanziate segnalazioni.

 

Dal Centro Fondo Campomulo, sull’Altopiano dei Sette Comuni, un nostro lettore ci scrive: "Succede ogni volta, ed è diventato sempre peggio negli ultimi anni, nonostante sia scritto chiaramente che è vietato passeggiare sulle piste. Noi fondisti rischiamo infortuni seri se finiamo con gli sci dentro le orme, perché gli attacchi non prevedono il sgancio della scarpa".

 

Ma ciò che è accaduto a Festiona, piccola frazione di Demonte in Valle Stura, sede del più importante comprensorio di sci nordico del Cuneese, ha davvero dell’incredibile, portando la questione a un livello di inciviltà ancora più grave.

 

Qui la riapertura delle piste avrebbe dovuto essere una piccola festa: un ritorno atteso da quasi tre anni, dopo stagioni segnate dalla mancanza di neve e da un lavoro di manutenzione portato avanti con ostinazione da un gruppo di volontari. Invece, nella notte del 7 gennaio, qualcuno ha pensato bene di danneggiare il tracciato in più punti, rimuovendo la neve e posizionando tronchi d’albero per impedirne l’accesso.

 

In un lungo e drammatico post social lo staff di Festiona non nasconde, oltre all’amarezza e all’incredulità per un gesto vile e sconsiderato, un’altra ferita, forse quella che brucia di più: la sensazione di solitudine. "In questi mesi abbiamo aperto tavoli di confronto tra le parti, ma oggi dobbiamo dire con schiettezza di esserci sentiti lasciati soli. Non possiamo più sopportare tutto questo".

 

"Non abbiamo più la forza né la volontà di aprire la stagione", concludono i gestori di Festiona. "Vedremo in futuro se ci saranno le condizioni per poter riaprire. Grazie di cuore a tutti voi che ci avete sempre sostenuto, incoraggiato e creduto in noi".

 

Piandelagotti, Campomulo, Festiona… c’è un sottile filo rosso che lega queste località? A ben vedere sì: terre alte di confine, dove i centri fondo sopravvivono anche grazie al volontariato, a risorse minime e a un equilibrio sempre più fragile tra i diversi usi della montagna. 

 

Queste storie raccontano un disagio diffuso. La gestione degli impianti si regge su basi fragilissime (la neve naturale che arriva a spot), sulla dedizione di poche persone, su economie minute e su una convivenza non sempre semplice tra chi la montagna la abita con rispetto e chi la attraversa senza consapevolezza, senza discernimento, talvolta senza nemmeno immaginare le conseguenze delle proprie azioni.

 

Forse può far sorridere, ma dietro una pista da fondo non ci sono solo chilometri battuti, c’è un modo di vivere la montagna che a suo modo resiste. E c’è una montagna che, sempre più spesso, esige una sola cosa: rispetto.

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