Sulle Apuane c'è un lutto che non può passare inosservato: ci ha lasciati l'ultima montanara di Campo all'Orzo

Novantadue anni vissuti quasi sempre in alto, a Campo all’Orzo (Camaiore), hanno lasciato nella comunità un segno indelebile se, a una settimana dalla scomparsa, il suo ricordo continua a generare fotografie, parole e testimonianze che scorrono senza sosta sui social

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Eppure Eva, come la prima donna cacciata dal paradiso terrestre, non cercava attenzione. Per molti frequentatori della montagna era diventata con naturalezza un punto fermo, una presenza discreta, quasi un presidio morale delle altere Apuane.
Campallorzo – come lo pronunciano i locali, con l’enfasi inconfondibile del dialetto – a quasi mille metri di altitudine era tutto il suo mondo.
Poche ma essenziali cose per sentirsi appagata: un gregge da accudire, una radio per compagnia, il lavoro quotidiano a scandire le stagioni dell’anno e della vita. Non aveva bisogno di altro, diceva.
Per anni, Eva Domenici è stata l’ultima residente di questo luogo fiabesco, un tempo animato da coltivazioni di cereali e pascoli. Una presenza solitaria solo in apparenza però: chi saliva fin lassù trovava infatti una donna che non aveva mai rinnegato le proprie origini, che parlava volentieri, che conservava un modo di stare al mondo privo di ipocrisie.

Ma attenzione a darle dell’eremita o a dipingerla come un personaggio da cartolina. Eva era semplicemente una pastora che aveva scelto di restare quando tutti se ne erano andati in cerca di fortuna nelle più comode attività di città.
Il suo modo di abitare la montagna era semplice e radicale allo stesso tempo: niente televisione, niente gas, solo l’allaccio alla corrente e un telefono.
Negli ultimi anni, quando la salute aveva iniziato a vacillare, si era trasferita a Brenti, nella casa della cognata e del nipote.
Quel che è certo è che Eva Domenici non ha lasciato grandi eredità materiali. Ma la sua vita, senza volerlo, è diventata un simbolo silenzioso di quello che antropologicamente si definisce restanza: la scelta silenziosa, cioè, di rimanere in un luogo anche quando tutto intorno si svuota, di continuare a viverlo senza tradirlo e senza recidere il naturale cordone ombelicale.
Il suo lascito immateriale e più importante è tutto qui: nella coerenza dei gesti quotidiani, nella fedeltà a una valle che non ha mai abbandonato, nella semplicità intesa come la forma più alta e pura di libertà.













