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Attualità | 25 febbraio 2026 | 18:00

"Un bivacco non nasce per essere cercato, ma per essere trovato quando serve. Se diventa una meta, rischia di perdere la sua funzione originaria"

Secondo il vicepresidente del Cai Giacomo Benedetti, il bivacco non può essere considerato un oggetto neutro, ma rappresenta una precisa presa di posizione culturale: "Racconta un’idea di montagna e, insieme, un’idea di come una comunità decide di stare in montagna". Un convegno organizzato dalla Sezione di Bolzaneto del Club Alpino Italiano ha rappresentato un momento di analisi sulla storia di questa specifica tipologia architettonica e sul destino delle strutture d'alta quota

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I bivacchi delle Alpi 1925–2025 - Storia, progetti, usi, futuro è il titolo del convegno che si è svolto lo scorso 17 febbraio a Genova, organizzato dalla Sezione di Bolzaneto del Club Alpino Italiano.

 

A cento anni dall'installazione dei primi bivacchi alpini, l'evento - che ha riunito esperti come Luca Gibello, Andrea Cassi, Roberto Dini e Carlo Barbolini - ha rappresentato un momento di analisi sulla storia di questa specifica tipologia architettonica e sul destino delle strutture d'alta quota. 

 

Il convegno ha offerto un momento di riflessione condivisa su tema di attualità che interroga in profondità il rapporto che unisce la montagna ai suoi frequentatori. È in tale contesto che si inserisce l’intervento conclusivo, a cura di Giacomo Benedetti, vicepresidente generale del Cai con delega ai rifugi e ai bivacchi alpini.

 

Le sue parole, che delineano la posizione ufficiale dell'associazione rispetto a un tema di grande attualità e offrono interessanti spunti di riflessione, sono state pubblicate sul sito di Cai Scuola e riprese da diverse rappresentanze locali del Club Alpino, come ad esempio il Cai Veneto. 

 

Secondo Benedetti, il bivacco non può essere considerato un oggetto neutro ma rappresenta una precisa presa di posizione culturale: "Racconta un’idea di montagna e, insieme, un’idea di come una comunità decide di stare in montagna. Nel Cai non costruiamo bivacchi solo per ripararci dal freddo, ma per ricordarci chi siamo". 

 

 

"Il bivacco come misura, non come attrazione"

"Il bivacco nasce per rispondere a una condizione limite. Nasce dove non è possibile, e spesso non è nemmeno desiderabile, costruire altro. Non nasce per essere cercato, ma per essere trovato quando serve. Questa distinzione, che può sembrare sottile, è in realtà decisiva", sottolinea il vicepresidente.

 

In un’epoca in cui la frequentazione delle alte quote ha continuato a subire trasformazioni repentine, l'immaginario collettivo rischia di perdere aderenza con una reale comprensione dell'ambiente montano e delle strutture presenti.

 

"Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda del modo di guardare alla montagna - prosegue Benedetti -. Sempre più spesso ogni luogo viene letto come una possibile meta, ogni struttura come un’attrazione, ogni presenza umana come un servizio da offrire e da consumare. Il bivacco si colloca volutamente fuori da questa logica. È una struttura che non promette esperienze, non garantisce comfort, non offre scorciatoie. Offre solo ciò che è strettamente necessario: un riparo, una possibilità, una seconda chance in caso di difficoltà. In questo senso il bivacco non facilita la montagna, ma la rende più leggibile. Ricorda, con la sua stessa essenzialità, che l’alta quota resta un ambiente severo, dove la responsabilità individuale non può essere delegata a una struttura".

 

 

"Bivacco e rifugio sono due risposte diverse a esigenze diverse; parlano linguaggi differenti"

Uno dei punti cardine della riflessione emersa a Genova riguarda la necessità di chiarire la distinzione tra bivacchi e rifugi, che rispondono a esigenze differenti: se il rifugio è un presidio territoriale strutturato e gestito, il bivacco deve rimanere una struttura minima dedicata all'uso alpinistico e alla sosta forzata. Quando si richiede a un bivacco un incremento di comfort o di posti letto, si rischia di snaturarne la funzione originaria e, contemporaneamente, di indebolire il ruolo del rifugio. Mantenere questa separazione netta è una scelta di responsabilità che investe anche l'ambito progettuale, dove la ricerca dell'effetto speciale o dell'icona architettonica dovrebbe cedere il passo alla sobrietà e alla facilità di manutenzione.

 

"Come vicepresidente generale del Cai sento molto forte la necessità di chiarire un equivoco che negli ultimi anni emerge con una certa frequenza. Bivacco e rifugio non sono due gradini della stessa scala. Non rappresentano una progressione, né una gerarchia. Sono due risposte diverse a due esigenze diverse, che parlano linguaggi differenti", specifica Benedetti. 

 

"Il rifugio è un presidio territoriale stabile. È una infrastruttura civile della montagna, inserita in una rete, affidata a una gestione, capace di svolgere funzioni molteplici: accoglienza, sicurezza, informazione, cultura, educazione ambientale. Il bivacco, invece, è una struttura minima, non gestita, spesso collocata in luoghi estremi, dove ogni scelta progettuale ha conseguenze immediate. È pensato per l’uso alpinistico, per la sosta forzata, per l’emergenza. Nulla di più, ma anche nulla di meno".

"Quando chiediamo a un bivacco di fare ciò che dovrebbe fare un rifugio – più posti, più comfort, più dotazioni – lo stiamo snaturando. E allo stesso tempo stiamo indebolendo il senso stesso del rifugio, che rischia di perdere la sua funzione di presidio strutturato. Tenere distinta questa differenza non è un esercizio teorico: è una scelta di responsabilità".

 

"Progettare bivacchi: una responsabilità, non un esercizio di stile"

Mantenere questa separazione netta tra bivacchi e rifugi è una scelta di responsabilità che investe anche l'ambito progettuale, dove la ricerca dell'effetto speciale o dell'icona architettonica dovrebbe cedere il passo alla sobrietà e alla facilità di manutenzione.

 

Fa notare infatti Benedetti: "Negli ultimi decenni abbiamo visto nascere bivacchi molto diversi tra loro. Alcuni hanno funzionato bene nel tempo, integrandosi nel contesto e svolgendo la loro funzione senza creare problemi. Altri, invece, hanno mostrato rapidamente i loro limiti. Strutture sovradimensionate, costi elevatissimi, soluzioni tecnologiche complesse, difficoltà di manutenzione, aspettative sbagliate da parte degli utenti: sono tutte criticità che abbiamo imparato a conoscere anche attraverso l’esperienza diretta".

Il vicepresidente del Club Alpino Italiano ha poi aggiunto alla riflessione alcune considerazioni legate al progetto "Bivacco Cai", che ha portato alla definizione di un prototipo di riferimento a partire da alcuni principi cardine ("sobrietà progettuale, essenzialità funzionale, controllo dei costi, facilità di manutenzione, rispetto profondo del contesto ambientale e paesaggistico anche grazie all’utilizzo di materiali riciclati e riciclabili"). 

 

"Ogni bivacco è una decisione che impegna una comunità per decenni. Non è solo un progetto architettonico o ingegneristico: è una scelta culturale, economica e ambientale che produce effetti nel tempo. La domanda che, come Cai, abbiamo imparato a porci è volutamente semplice, quasi brutale: questa struttura reggerà davvero lassù, negli anni, senza trasformarsi in un problema per chi verrà dopo?". 

 

"Il 'bivacco Cai' - spiega Benedetti - non cerca l’effetto speciale. Non ambisce a diventare un’icona architettonica. Non vuole competere con il paesaggio, né imporsi su di esso. Accetta consapevolmente di essere discreto, quasi silenzioso. Perché il suo compito non è raccontare la montagna, ma esserci quando serve, senza pretendere nulla in cambio. In questo senso, la sobrietà non è una rinuncia, ma una scelta culturale e politica molto precisa".

 

Difendere il senso del limite

Guardando alle prospettive attuali e future, il bivacco sembra assumere un ruolo emblematico. 

 

"Il bivacco sarà sempre più chiamato a confrontarsi con cambiamenti profondi. Il clima è più instabile, gli eventi estremi sono più frequenti, la montagna è frequentata da un numero crescente di persone, con livelli di preparazione molto diversi. In questo scenario, il bivacco potrebbe apparire come una risposta rassicurante. Ma è proprio qui che occorre vigilare.

 

Se il bivacco diventa una meta, se viene percepito come un luogo da raggiungere più che come una risorsa da utilizzare in caso di necessità, rischia di perdere la sua funzione originaria.

Il bivacco deve continuare a trasmettere un messaggio chiaro e onesto: qui non tutto è garantito, ma tutto è affidato alla tua responsabilità".

La parte conclusiva dell'intervento di Benedetti ha rimarcato il concetto di responsabilità, estendendolo a tutto il Club che rappresenta da vicipresidente: "Nel Cai non tutto è garantito, ma tutto è affidato alla nostra responsabilità. Responsabilità verso la montagna, innanzitutto. Una montagna che non ci appartiene, che non è un fondale, che non è un parco giochi. Una montagna che ci precede e che ci sopravviverà.

Responsabilità verso le persone che la frequentano oggi. Quelle esperte, certo, ma anche quelle che si avvicinano per la prima volta, che cercano nel Cai non un servizio, ma un orientamento, un esempio, una misura.

 

E responsabilità, soprattutto, verso chi verrà dopo di noi. Perché ogni bivacco che costruiamo, ogni rifugio che ristrutturiamo, ogni sentiero che tracciamo o manteniamo, è un messaggio lasciato nel tempo". 

 

In una grande famiglia come quella del Cai ci si confronta, si discute e ci "si può sbagliare, ma non ci si sottrae alla responsabilità delle proprie scelte. E si prova, insieme, a correggere la rotta", evidenzia Benedetti.

 

"Il bivacco, più di ogni altra struttura, rende visibile tutto questo. È essenziale, sobrio, privo di mediazioni. Non promette nulla, ma chiede molto. Chiede rispetto, consapevolezza, preparazione. Difendere il senso del bivacco significa difendere il senso del limite. E difendere il limite, oggi, è forse uno degli atti più controcorrente e necessari che possiamo compiere.

 

Se il Club Alpino Italiano ha ancora un ruolo nel presente e nel futuro, non è perché costruisce più strutture degli altri, o perché è più visibile, ma perché continua a custodire questa idea di montagna: una montagna che non si consuma, ma si attraversa; che non si semplifica, ma si comprende", ha concluso Benedetti, rimarcando l'importanza di assumersi tale compito a livello condiviso. 

 

Il testo integrale dell'intervento è sul sito caiscuola.cai.it

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