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Attualità | 11 febbraio 2026 | 13:00

Un inverno spaccato in due: da gennaio sono già caduti 420 millimetri di pioggia ai 1355 metri di quota della stazione meteo di Rovere (AQ). Un valore impressionante, se si considera l'altitudine

L'inverno che sta per concludersi sull'Appennino centrale si rivela uno dei più anomali degli ultimi anni, caratterizzato da un netto contrasto altitudinale che sta ridisegnando il volto della stagione fredda sulle nostre montagne: accumuli nevosi eccezionali sopra i 2000 metri, piogge copiose a quote inferiori

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

L'inverno che sta per concludersi sull'Appennino centrale si rivela uno dei più anomali degli ultimi anni, caratterizzato da un netto contrasto altitudinale che sta ridisegnando il volto della stagione fredda sulle nostre montagne.

 

Mentre le cime oltre i 2000 metri registrano accumuli nevosi eccezionali - tra i più generosi degli ultimi anni - le quote medie e medio-basse vivono una realtà completamente diversa.

 

I dati parlano chiaro: alla stazione meteo di Rovere (AQ), situata a 1355 metri di quota, da gennaio sono già caduti ben 420 millimetri di pioggia. Un valore impressionante, se si considera che a queste altitudini, in pieno inverno, le precipitazioni dovrebbero manifestarsi prevalentemente sotto forma di neve.

 

La quota neve si è attestata con preoccupante costanza attorno ai 1800-2000 metri, con solo sporadiche discese verso quote inferiori. Il risultato è un inverno spaccato in due: sopra i duemila metri, condizioni da favola per gli scialpinisti e per chi può raggiungere le quote più elevate; sotto questa soglia, un susseguirsi di piogge che hanno letteralmente "mangiato" la stagione sciistica tradizionale che è proseguita a singhiozzo. 

 

Un inverno europeo particolare

Il contesto climatico europeo di questa stagione presenta caratteristiche peculiari. Il freddo russo, che negli anni scorsi sembrava aver perso la strada verso occidente, è tornato a farsi sentire sull'Europa orientale, con alcune propaggini che hanno raggiunto anche i settori centrali e occidentali del continente. L'Italia, tuttavia, è rimasta sostanzialmente ai margini di questi flussi freddi continentali.

 

Non si sono registrate vere e proprie ondate di gelo, ma solo qualche veloce e localizzato "sbuffo" freddo, capace di portare temporanei cali termici senza però mai incidere in modo significativo sulle dinamiche stagionali.

 

Da gennaio, invece, si è spalancata la porta atlantica: perturbazioni cariche di umidità hanno investito ripetutamente l'Appennino, scaricando quantitativi pluviometrici eccezionali.

 

Con la conclusione della stagione meteorologica invernale fissata al 1° marzo, è ormai certo che questo inverno si chiuderà con un pesante surplus sia termico che pluviometrico.

 

Le temperature medie risulteranno significativamente sopra la norma, confermando un trend che ormai caratterizza gli ultimi anni.

 

Prospettive per i prossimi giorni

Le previsioni non lasciano intravedere cambiamenti sostanziali. Il pattern meteorologico che ha caratterizzato le ultime settimane è destinato a persistere: ancora correnti atlantiche, quota neve elevata e piogge abbondanti alle medie quote. Per chi frequenta l'Appennino a quote moderate, le opportunità di godere di un paesaggio innevato rimarranno limitate.

 

Questo inverno a due velocità lascia l'amaro in bocca agli appassionati degli sport invernali tradizionali, ma rappresenta anche un chiaro segnale di come il clima stia modificando la fruibilità della montagna appenninica. Un inverno che, apparentemente migliore rispetto agli scorsi anni per gli accumuli in alta quota, rivela in realtà la fragilità di un sistema montano sempre più condizionato dal riscaldamento globale e dall'innalzamento delle temperature.

 

 

Immagine di apertura: una webcam del Monte Amiata al disotto dei 1600 mslm, mostra l'assenza quasi totale di neve che rispecchia l'andamento generale di questo inverno 

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