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Attualità | 18 febbraio 2026 | 06:00

Una nuova centralina idroelettrica ai piedi della diga del Vajont fa discutere: i costi, le compensazioni e gli effetti sulla memoria collettiva

L'impianto, costituito da due turbine Pelton per una potenza nominale di 1,8 MW, punta a sfruttare le acque del "lago residuo C", creatosi dopo la frana. L'investimento garantirebbe una produzione di 13.300 MWh annui mentre non sono ancora chiare le ricadute economiche sui territori in termini di concessioni. La Provincia di Belluno esprime un dissenso radicale, evidenziando come la ferita storica e il rispetto del disastro rendano estremamente complessa l'accettazione di una nuova infrastruttura idroelettrica nel bacino del Vajont

Questo articolo si rispecchia nei nove punti del Manifesto,
di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Festival AltraMontagna

Il progetto di una nuova centralina idroelettrica ai piedi della diga del Vajont torna a far discutere le comunità colpite dalla tragedia del 1963. La prima istanza di progetto, presentata nel 1996 in Regione Friuli Venezia Giulia, ha trovato continuità nella ditta Welly RED Srl di Sacile (PN). Come si legge dal progetto, l’impianto "intende sfruttare le portate fluenti attraverso la galleria di scarico del "lago residuo C", bacino naturale formatosi in seguito alla frana del monte Toc avvenuta il 9 ottobre 1963".

 

Il progetto

Le portate verranno captate poco prima dello sbocco della galleria di bypass esistente, convogliate verso la centrale di produzione tramite una condotta forzata e infine rilasciate nuovamente nel tratto d'alveo del torrente Vajont che scorre a valle della diga sino alla confluenza nel fiume Piave. Il salto lordo (o geodetico), pari a 123,35 metri, sarà sfruttato da 2 turbine Pelton gemelle ad asse verticale che saranno installate in una centrale idroelettrica posta alla base della forra del torrente Vajont, appena a valle dello sbarramento della diga. Una caratteristica fondamentale e distintiva di questo progetto è che tutte le opere principali saranno realizzate interamente in caverna, scavate nel versante roccioso, rendendole di fatto invisibili dall'esterno una volta ultimati i lavori. L'opera di presa sarà ricavata direttamente all'interno della galleria di sorpasso, a circa 40 metri dal suo sbocco, dove tre paratoie regoleranno l'ingresso dell'acqua in un sistema di dissabbiatore e vasca di carico, anch'essi situati in sotterraneo. Da qui, l'acqua verrà convogliata verso la centrale di produzione attraverso una condotta forzata in acciaio realizzato con la tecnica del raise boring per ridurre al minimo gli scavi superficiali. La centrale stessa sarà ospitata in un camerone in roccia di circa 27 per 14 metri. Al termine della produzione di energia, l'acqua verrà restituita al torrente tramite un canale di scarico sotterraneo di 55 metri che sfocia direttamente in un laghetto ai piedi della diga, evitando così qualsiasi sottensione dell'alveo naturale.

Spaccato della forra del Vajont con le opere previste in caverna

Dal punto di vista amministrativo e dei vincoli, l'area è soggetta a numerose tutele: ricade nel vincolo idrogeologico e paesaggistico, ed è classificata con una pericolosità geologica per frana molto elevata (P4), fattore che ha spinto i progettisti a localizzare le strutture interamente in caverna per garantirne la sicurezza e la compatibilità normativa. Sebbene l'intervento si trovi esternamente ai confini del Parco Naturale delle Dolomiti Friulane e della rete Natura 2000 (SIC/ZPS), la vicinanza a tali aree (circa 50 metri per il Parco e 1,2 km per il SIC) ha imposto un'estrema cautela nella progettazione. Le opere ricadono negli "Ambiti della Memoria" legati alla tragedia del Vajont (Zona F), rendendo indispensabile un inserimento che non deturpi i luoghi del disastro.

Vista dall'alto del progetto della nuova centrale del Vajont

Concessioni, rientri e ricadute

Nel piano economico finanziario è possibile trovare i costi della centralina, i rientri per la vendita dell’energia e i costi di concessione.

L’impianto, con potenza nominale pari a 1,85MW, produrrebbe all’anno 13.300 MWh di energia elettrica pulita, con un costo iniziale di circa 12 milioni di euro (di cui 8,5 milioni per l’impianto idroelettrico e il restante diviso tra spese e IVA). Questa energia risulterebbe incentivata dal GSE tramite il "ritiro dedicato" (la stessa tipologia di incentivazione che ricevono gli impianti fotovoltaici domestici) per una somma pari a 0,125 €/kWh che, per un ciclo vita di 25 anni, produrrebbe all’azienda un introito di circa 1,662 milioni di euro all’anno. I canoni di concessione, vera questione politica ed eventuali uniche ricadute sul territorio, si attestano sui 100.000 euro all’anno (circa il 6% della vendita dell’energia, una percentuale relativamente alta rispetto ad altri impianti ad energia rinnovabile di taglia media) ma la documentazione a disposizione non specifica come, e dove, verranno redistribuiti.

Oltre alla vendita dell’energia, la centrale contribuirà ad una riduzione della CO2 emessa che sarà incentivabile tramite un sistema di vendita di emissioni mancate. Il calcolo di questi introiti, che si basa sulla CO2 evitata rispetto al kWh prodotto, risulta alquanto ottimistico: nel calcolo sono stati considerate solo le emissioni da fonti fossili, pari a 670 g/kWh, mentre il mix energetico italiano si attesta sui 350 gCO2/kWh. L’utilizzo di questo valore aumenta le entrate economiche per la cattura e lo stoccaggio anche se una centrale idroelettrica non cattura CO2 dall’atmosfera ma ne evita la immissione in modo indiretto.

 

Compensazioni e confronti

Il progetto definitivo della centrale nella valle del Vajont comprende un capitolo dedicato alle compensazioni progettuali territoriali. Oltre alla quota di concessioni viste sopra, il progetto prevede la realizzazione, da parte del proponente, di un progetto museale che andrebbe a collegare le realtà esistenti per una fruizione turistica e commemorativa del sito. Il progetto compensativo prevede un’area infopoint, dotata di parcheggi e nuova viabilità, un percorso pedonale dedicato porterebbe alla diga e una cabinovia panoramica collegherebbe il centro di Casso con il sistema museale.

Il confronto del progetto idroelettrico con la proposta fatta nello studio di fattibilità dell’invaso del Vanoi sorge spontaneo, vista anche la vicinanza geografica dei due progetti. La centrale del Vanoi, opera secondaria rispetto allo stoccaggio d’acqua per fini irrigui, prevedeva l’installazione di 2,4MW di potenza per una produzione di circa 14.300 MWh, un valore leggermente maggiore rispetto alla centrale del Vajont. Nel caso del Vanoi le ricadute sul territorio prevedevano l’inserimento della centrale in una CER locale (per un massimo di 1MW), che avrebbe portato sul territorio gli incentivi dell’energia condivisa dalla Comunità Energetica. Un’azione che, se inserita nelle fasi successive del progetto del Vajont, migliorerebbe le ricadute territoriali.

La proposta di polo museale e il collegamento con Casso

Oltre i tecnicismi

La discussione sul costruire una centrale idroelettrica sotto la diga del Vajont non rimane solamente una questione tecnico-economica. Le ferite del 1963, che sanguinano ancora dalla perdita di 1917 vite umane, sono l’argomento principale su cui instaurare qualsiasi confronto con la popolazione. Le opinioni politiche restano divise, con la chiusura netta da parte del presidente della provincia di Belluno, Roberto Padrin che tuona "Vajont, luogo sacro. La centralina non si farà", mentre sembra ci sia un’apertura da parte del sindaco di Erto-Casso. Le dimensioni modeste dell’impianto idroelettrico e le sue ricadute sul territorio non riescono a controbilanciare la proposta di una centrale idroelettrica in uno dei luoghi simbolo dell'estrattivismo idroelettrico del secolo scorso. I prossimi mesi saranno cruciali per capire se la regione Friuli Venezia Giulia è intenzionata a portare avanti un progetto che solleva un forte dissenso e forti dubbi.

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