Una risposta all'abbandono delle malghe venete: "Non c'è nessuna volontà di eliminare i lupi, semmai di trovare un equilibrio tra attività antropiche e fauna selvatica. Quello delle predazioni è un tema grave"

Dai grandi carnivori, passando per il latte crudo, fino alle piccole aziende a conduzione familiare: ecco il progetto "Melken 2". Oltre due milioni di euro destinati a tre grandi linee d'azione: l'innovazione tecnologica, l'ammodernamento delle malghe e la creazione di un coordinamento di tutte le malghe. Il progetto in collaborazione tra regione, università e unioni montane, prova a rispondere alle problematiche che oggi mettono a repentaglio il settore. La lente sull'Altopiano dei Sette Comuni

di cui il Comitato scientifico dell’AltraMontagna è garante.
Sull’Altopiano dei Sette Comuni, e non solo, un numero sempre più elevato di malghe di proprietà pubblica rimane sfitto. Ciò significa non solo un impoverimento in termini socio-culturali e gastronomici, ma anche e soprattutto un abbandono del territorio. Senza i malgari e l’allevamento d’altura, il bosco continua ad inghiottire i pascoli, aumenta il rischio di dissesto idrogeologico e si assiste ad una progressiva semplificazione del territorio con una forte perdita in termini di biodiversità. Le alture diventano così sempre meno abitabili e sempre meno adatte alla conduzione delle attività antropiche.
Contemporaneamente una delle cause maggiori e uno degli effetti di questa crisi sono - secondo la percezione di molti malgari altopianesi - i grandi carnivori. Grazie all’avanzamento dei boschi, il lupo ha esteso il proprio areale e proliferato in termini di popolazione, questo a sua volta ha portato ad un aumento considerevole delle predazioni del bestiame, e dunque ad un forte scoraggiamento ad intraprendere o rinnovare la stagione in malga.
A delineare questo quadro sono Diego Rigoni, presidente del consiglio comunale di Asiago, e Bruno Oro, presidente della Spettabile Reggenza dei Sette Comuni.
"Dobbiamo intervenire assolutamente", asserisce Rigoni. Ma precisa subito: "Non c’è nessuna volontà di andare a eliminare i lupi, ma semmai di trovare un equilibrio tra attività antropiche e fauna selvatica, intervenendo scientificamente con metodo e tecnologia. Quella delle predazioni è una tematica che è veramente molto importante e grave: se vogliamo mantenere la montagna e i pascoli per gli allevatori, bisogna in qualche modo dare loro una mano a prevenire gli attacchi dei lupi, che purtroppo sono veramente in aumento".
"L’anno scorso - ricorda Rigoni – sono state qualcuna in meno, 92 predazioni, ma l’anno prima ancora (2024) erano state ben 190: un numero veramente fuori da ogni logica se si pensa di portare avanti la gestione del territorio".
Per tutti questi motivi, dal 2022, erano stati stanziati i primi fondi - quelli del progetto "Melken" o "Melken 1" - che si riproponevano di realizzare recinzioni elettrificate semipermanenti per il ricovero notturno dei bovini più giovani in alcune malghe venete selezionate, e valutarne gli effetti.
Il documento di presentazione del progetto partiva da una premessa: "Il Vigente Piano d’azione nazionale per la conservazione del lupo (Genovesi 2002) individuava nei conflitti economici, vale a dire nelle predazioni da parte del lupo delle specie allevate dall’uomo, uno dei principali problemi di conservazione della specie a causa delle persecuzioni che tale impatto scatena, nonché dello sviluppo di contrasti sociali legati alle predazioni, soprattutto nei confronti del bestiame bovino al pascolo nelle malghe durante le stagioni d’alpeggio".
Sebbene il progetto Melken, tuttora attivo (fino al 2027), abbia effettivamente avuto un riscontro positivo sul numero di predazioni, questo non è bastato a rispondere alla crisi delle malghe, e necessitava dunque di implementazione. Nella crisi delle malghe, infatti, sebbene il "problema lupo" esista e abbia un peso, ad incidere sono un numero di fattori ben più ampio.
"Quello delle maghe – ricorda Bruno Oro, presidente della Spettabile Reggenza – è un patrimonio che in tutto il Veneto conta 700 malghe, più di 80 nel solo Altopiano dei Sette Comuni. Il problema di fondo di tutti gli allevatori del Veneto che vanno in malga, è che le aziende agricole non sono più strutturate come una volta, quando c’era la famiglia intera e numerosa, in cui tutti lavoravano. Oggi c’è il titolare, la moglie e magari qualche figlio. Ecco che in due o tre si ritrovano a fare tutto il lavoro della gestione e servizio interno alla malga, e poi la cura dei terreni e degli animali. Una situazione di stress alla quale, se si aggiunge il problema del lupo, porta spesso le aziende a rinunciare alla stagione in malga".
Proprio alla luce di questo quadro complessivo, la Spettabile Reggenza dei Sette Comuni e altri territori montani hanno sottoscritto con la Regione il nuovo progetto "Melken 2", in collaborazione con l’Università di Padova. Un progetto – attivo da ottobre 2025 per cinque anni - che mira a sostenere l’attività dei malgari, non solo come prevenzione contro le predazioni (cui pure sono previsti fondi dedicati), ma anche sotto diversi altri aspetti.
"Le azioni sono varie", spiega Laura Veronesi, coordinatrice del progetto per la Spettabile Reggenza. "Il primo punto riguarda la fornitura diretta in comodato d'uso di strumentazioni finalizzate alla messa in sicurezza dal punto di vista igienico-sanitario di alcune malghe a proprietà pubblica. Ovvero la fornitura di strumentalizzazione ai malghesi per evitare rischi batterici come la contaminazione del latte crudo".
Seguono poi una serie di punti che vanno dall’unificazione dei dati disponibili in un unico dataset, fino all’implementazione di supporti informatici per la gestione da parte dei malghesi e il coordinamento degli enti preposti. In linea con questi obiettivi, l’intenzione è quella di mappare tutte le malghe del Veneto.
Al punto 5 è prevista – a proposito di grandi carnivori - l’individuazione di "sistemi tecnologici, informatici e gestionali" specifici ed innovativi per la prevenzione degli attacchi da grandi carnivori nei confronti degli animali allevati allo stato brado o semi-brado.
Da ultimo, si prevede la "programmazione ed attivazione di bandi per l’assegnazione di incentivi e contributi di finanziamento", al fine di sostenere interventi diretti sul territorio volti a rafforzare la capacità delle malghe, sia pubbliche che private.
In totale, il Melken 2 stanzierà 2,27 milioni di euro, dedicate a tre grandi linee d’azione: l’innovazione tecnologica, con nuovi sistemi anti-predazione; interventi concreti per l’ammodernamento delle malghe, come recinzioni, strutture, attrezzature; ed un sistema informativo e gestionale, che prevede la mappatura delle malghe, l’unificazione dei dati, e il coordinamento.
L’Unione Montana Spettabile Reggenza è stata individuata dalla regione come ente preposto alla realizzazione del catasto delle malghe, quindi il reperimento di dati e il coordinamento tra le varie Unioni Montane: "Un passaggio necessario per l'attuazione di tutte le altre azioni per la gestione e il coordinamento del progetto". I bandi verranno gestiti dalla regione per tramite di Avepa (Agenzia Veneta per i Pagamenti), mentre la fase di studio dei danni da predazione a carico delle produzioni zootecniche di montagna, si avvale della collaborazione scientifica con il Dipartimento di Agronomia, Animali, Alimenti, Risorse naturali e Ambiente dell'Università degli Studi di Padova (Dafnae).
A proposito di questa fase, spiega Rigoni, "l’dea è quella di trovare metodi diversi e innovativi. Oggi la tecnologia sta entrando a gamba tesa su tutto, quindi con l’università stiamo ragionando con metodi sperimentali che necessitano di essere messi a punto anche per il settore agro-pastorale e caseario. Questo è il percorso tracciato per poter arrivare verso una gestione corretta dei territori montani, a partire dai grandi carnivori, fino alle tecnologie per una sicura caseificazione".
Il piano Melken 2, insomma, punta a trasferire la gestione delle malghe venete, da un sistema di risoluzione dei problemi puntuale e specifico, spesso basato sul sistema della reintegrazione economica dei danni, ad uno sistemico e integrato, che metta in dialogo tra loro le centinaia di strutture diffuse nella regione e adotti un approccio mutuabile tra un contesto e l’altro.













