"L'influencer a cui è andata bene la prima gita rischia di essere disastroso: se altri ragazzi lo seguissero, potrebbero non essere altrettanto fortunati". Franco Nicolini sui rischi di raccontare un alpinismo 'adrenalinico'

Guida alpina di professione e istruttore di soccorso alpino, viene chiamato in causa come uno degli atleti più completi del presente alpinistico. Tra le sue imprese si ricordano soprattutto il record di concatenamento di tutti i quattromila delle Alpi (poi superato da Jornet) e l’ascesa dell’ottomila Cho Oyu in sole 13 ore, nonché l’apertura di numerosissime vie d’arrampicata. Ma cosa lo muove ad affrontare le vette? È davvero soltanto il brivido di una sfida con la morte?

In questo editoriale ci chiedevamo: “Come raccontare l’alpinismo?”. La domanda, ci sembra, è quantomai urgente perché stimola la riflessione.
A renderla tale è la consapevolezza che, specie con i nuovi mezzi di comunicazione, una piccola sfumatura narrativa all’interno di un racconto può bastare a suscitare un desiderio nell’ascoltatore, e a favorire in questo modo l’applicazione di un determinato comportamento. Questo effetto andrebbe poi moltiplicato per tutto il potenziale divulgativo del narratore.
Il rischio è un aspetto innegabile e difficilmente scindibile dalla pratica alpinistica. Ma è soltanto una delle molteplici facce di quest’attività; quando allora si sceglie di fare perno su di esso nel racconto di una certa esperienza, occorre essere consapevoli della forzatura che operiamo e delle conseguenze che può avere sul nostro pubblico.
Nell’editoriale, per rispondere alla domanda da cui siam partiti, ci proponevamo di ascoltare le voci di esperti alpinisti, giornalisti e divulgatori italiani.
Oggi, per inaugurare questa rubrica, abbiamo coinvolto Franco Nicolini. L’alpinista trentino, guida alpina di professione e istruttore di soccorso alpino, viene chiamato in causa come uno degli atleti più completi del presente alpinistico. Il suo curriculum spazia in tutti i campi: oltre a una carriera ventennale come agonista nello scialpinismo, Nicolini è uno specialista in concatenamenti, tra i quali quello di tutti gli 82 quattromila delle Alpi in 60 giorni (record battuto soltanto da Kilian Jornet), skyrunner d’eccezione ed arrampicatore, con all’attivo circa 850 ascensioni su roccia e ghiaccio. Ha aperto vie nella Valle del Sarca, sulle scogliere del Garda e del Gruppo di Brenta. Nel mondo, ha ripetuto vie ed effettuato concatenamenti dall’Alto Atlante, in Marocco, alla Patagonia, fino al Kun Lun Shan, in Cina. Memorabile la salita e discesa in sole 13 ore del Cho Oyu, 8200 metri.
La comunicazione attorno la pratica alpinistica passa sempre più spesso attraverso l’esaltazione del rischio e della componente adrenalinica. Non credi che possa essere pericoloso per chi si affaccia a questo ambiente?
Io sono convinto che nella vita di una persona ci siano pochissimi momenti in cui raggiungi una maturità tecnica, fisica e psichica tale per cui tu spingi ad affrontare sfide che in altri momenti non faresti mai. Prendo l’esempio di scalare slegati: se sei consapevole che puoi morire, lo fai soltanto in pochissimi momenti. Il resto è follia. La montagna è un ambiente che ci invita a prendere consapevolezza dell'esperienza che abbiamo e di quello che abbiamo fatto fino ad allora. Purtroppo al giorno d'oggi i social non aiutano in questo senso. L’influencer, che ha fatto la prima gita col sole, gli è andato tutto bene e lo racconta, potrebbe essere disastroso, perché se altri ragazzi lo seguono i giorni dopo, ma si trovano impreparati o in condizioni meteo avverse, rischiano di farsi molto male e mettere in pericolo anche altri. Secondo me è questo che sta succedendo adesso in montagna: si vuole arrivare all'obiettivo in poco tempo. E invece ogni cosa ha bisogno dei suoi tempi, serve scegliere i compagni giusti, andare per i gradini. L'adrenalina che cerco è soltanto il risultato di un viaggio in cui sono partito consapevole di potercela fare, consapevole delle mie forze, ed ho raggiunto un obiettivo; il resto è soltanto eccitazione fine a sé stessa.
Come alpinista, è l’adrenalina la scintilla che ti spinge ad affrontare le vette? Cosa cerchi lassù?
Personalmente, io credo di cercare il mio limite. Vado a correre, mi alleno, arrampico, così da raggiungere un certo grado di preparazione fisica e tecnica; poi devo preparare la testa, quindi frequento la montagna. Una volta che mi sento pronto, mi pongo un obiettivo all’altezza del mio livello. Quando ho fatto il concatenamento dei quattromila, mi ero detto di scalare 82 quattromila in 82 giorni, poi sono stato felice di riuscirci in 60. Ma questo era soltanto per darmi una stima, il vero obiettivo che mi ponevo era arrivare alla fine. Il punto è che la sfida deve rivolgersi a sé stessi, non a battere dei record. Soltanto così si può trovare una reale e duratura soddisfazione. Non ho mai pensato di dimostrare al mondo che io sono il più bravo; io vengo dalle gare, e so bene che una volta che hai vinto una gara, di per sé ne rimane poco: l’hanno dopo la vincerà qualcun altro. Il bello semmai è arrivare a dire: “oggi ho superato me stesso, ho vinto le mie paure, ho affrontato le mie incertezze”. Questo è quello che cerco quando mi spingo in questo genere di attività in montagna.
Come alimentare un’affluenza più consapevole da parte dei giovani e del pubblico che si affaccia all’alpinismo?
Secondo me è importante non imporre subito degli obiettivi ai giovani. Stiamo un po' sbagliando tutti in questo senso, nello sport, nelle federazioni, dal calcio allo sci. Ci sono ragazzini di dieci-dodici anni, che fanno a gara a chi arriva prima allo Stelvio, o al Senales. Così si allenano tra i pali, e non vedono altro per tanti anni: l'obiettivo è quello di fargli vincere la gara. Ma forse bisogna fare un passettino indietro, no? Facciamoli divertire prima, lasciamo che consolidino la loro passione. Per l'alpinismo classico è esattamente lo stesso discorso. Facciamogli vedere una bella alba piuttosto: certo per arrivarci si cammina, si fa fatica, ma anche questa potrebbe essere bella se proposta in una maniera adeguata. Già porre l'obiettivo a ragazzi così giovani di una salita difficile, secondo me non è la cosa migliore. Il divertimento e l'acquisizione della passione devono essere messi davanti. Anche nella narrazione: forse andrebbero chiamati anche i vecchi a raccontare le loro storie, far vedere le loro salite, offrire un contesto. Forse è un po’ retrogrado come approccio, però secondo me potrebbe essere la strada giusta per un ragazzo si avvicina a questo tipo di attività.

Riportando su un organo di informazione un’attività potenzialmente pericolosa come l’alpinismo, è facile trovarsi a camminare in bilico tra le esigenze dettate dalla cronaca (e quindi, ad esempio, la necessità dare voce a una notizia) e la responsabilità di non trasformare il rischio e l'adrenalina nel perno attrattivo dell’attività alpinistica. Dando vita alla rubrica "Come raccontare l’alpinismo?" abbiamo la speranza di individuare, assieme ad alpinisti/giornalisti/divulgatori, un metro narrativo puntuale ed equilibrato per raccontare questa attività.















