Fu la prima donna a mettere piede sulla vetta del Monte Bianco: la curiosa storia di Marie Paradis

A raccontare la singolare impresa, avvenuta il 14 luglio 1808, fu anche il celebre scrittore Alexandre Dumas. L'avventura fu resa estenuante dal freddo, dal mal di montagna e dalla mancanza di preparazione della giovane cameriera che venne "trascinata" in cima dai compagni di spedizione, dimostrando certamente più resistenza che abilità alpinistica, ma diventando comunque una figura iconica nella storia dell'esplorazione alpina

Quella del 14 luglio è una data particolare per la storia dell'alpinismo, almeno per quel che riguarda alcune delle vette più note delle Alpi occidentali.
Quel giorno, nel 1865, si compì la prima ascesa del Cervino (ne parliamo in QUESTO ARTICOLO); e parecchi anni prima, nel 1808, si scrisse un'altra pagina curiosa. Questa volta la protagonista è una donna, Marie Paradis, da quel giorno nota con l'appellativo di Marie du Mont Blanc, Maria del Monte Bianco.
Jacques Balmat e Michel Paccard furono i primi a scalare il massiccio nel 1786. Ventidue anni dopo, la giovane Marie divenne la prima donna a raggiungere la cima del Monte Bianco, al seguito di una spedizione condotta proprio da Balmat.
Nonostante la sua presenza in vetta rappresenti a tutti gli effetti un evento storico, alcuni ritengono che il "vero" primato spetti a Henriette d’Angeville, che la seguì anni dopo, con maggiore preparazione (ma questa è un'altra storia, di cui parleremo più avanti).
La sofferta impresa di Marie Paradis fu descritta anche da Alexandre Dumas, che la intervistò e parlò di lei in un'opera, a tratti romanzata, dedicata ai suoi viaggi sulle Alpi. Anche d'Angeville la citò nei diari relativi alla propria scalata sul Bianco.
L'avventura di Marie fu resa estenuante dal freddo, dal mal di montagna e dalla mancanza di preparazione della giovane cameriera che fu "tirata, trascinata e portata" in cima alla montagna più alta d'Europa dai compagni, dimostrando certamente più resistenza che abilità tecnica, ma rimanendo comunque una figura iconica nella storia dell'esplorazione alpina.
A raccontare la sua storia singolare è Paolo Salvini, che nel libro "Donne e alpinismo nel Victorian Age" dedica il primo capitolo proprio a Marie Paradis, intitolandolo "Un'insolita meteora".
Siamo nel 1808 e una ragazza di appena vent'anni, Marie Paradis, compie l'impresa delle imprese: il 14 luglio di quell'anno raggiunge o, meglio dire, viene trascinata in vetta al Monte Bianco.
L'ascensione fu qualcosa di incredibile per l'epoca e per una donna, stiamo parlando di duecento anni fa, ed è bene ricordare che da solo vent'anni, nel 1786, la cima più alta dell'Europa era stata conquistata da una spedizione maschile.
Ma l'eccezionalità sta ancora di più nel fatto che questa ragazza non era né un'alpinista, né una donna della borghesia o dell'aristocrazia. Marie Paradis, nata probabilmente a Chamonix o nel vicino paese di Saint-Gervais-les-Bains, dove una targa ne rivendica i natali, era una semplice cameriera senza alcuna esperienza di alpinismo.
Suggestiva la storia di questa iniziativa che portò la Paradis in vetta; infatti ella aveva degli amici tra le guide alpine e portatori del posto, i quali la convinsero a salire con un gruppo di scalatori guidati da Jacques Balmat, autore nel 1786 della prima scalata alla vetta del Monte Bianco. Quale sia stata la vera motivazione per cui il gruppo delle guida abbia incitato la Paradis a salire con loro in vetta nessuno lo sa, probabilmente Balmat e soci sapevano che, se la ragazza avesse raggiunto l'obiettivo, loro stessi avrebbero ottenuto della pubblicità, in quanto la notizia avrebbe fatto il giro del mondo. La Paradis, si dice, non fu per nulla entusiasta di tale proposta, ma il suo atteggiamento cambiò quando i suoi amici le prospettarono che la notorietà dell'impresa le avrebbe procurato il sicuro aumento della clientela e dei guadagni. L'idea sicuramente fece breccia nella mente di Marie che accettò l'assurda sfida.
La salita della Paradis fu un vero calvario, come lei stessa racconta: "Arrivati al Grand Plateau non riuscivo a continuare. Ansimavo come le pollastrelle quando hanno troppo caldo e mi buttai sulla neve. Le guide mi presero per tutte e due le braccia e mi tirarono su, ma giunti alle Rochers Rouges mi fu impossibile andare avanti e dissi: lasciatemi in un crepaccio, e andate dove volete".
La storia ci riporta che la povera ragazza non abituata alle ascensioni e a quelle altitudini, pur se trascinata e portata in spalla dagli altri membri della spedizione, raggiunse la cima. Dal diario di Mademoiselle Henriette d'Angeville, si evince che la ragazza aveva "la vista annebbiata e non riusciva né a respirare, né a parlare".
La carriera della Paradis finì qui, anche se, come le stesse guide le avevano prospettato, seppe sfruttare molto bene questa irragionevole fatica; infatti, pochi anni dopo aprì, nella Forêt des Pelerins, un caffè-latteria dove accoglieva gli escursionisti che ritornavano dal Monte Bianco.
Mrs. Aubrey Le Blond racconta, nel suo libro "True Tales of Mountain Adventure: for non-climbers Young and Old", proprio come Marie Paradis sfruttò questa sua fama, "Maria aveva trent'anni e guadagnò una bella fortuna con i suoi risultati. Da quel momento i turisti di ritorno dal Monte Bianco notavano con sorpresa, mentre attraversavano la pineta, un banchetto all'ombra di un enorme albero. Panna, frutta, ecc. erano esposte con gusto sul panno bianco. Una contadina dall'aspetto ordinato li esortava ad assaggiare. "È Maria del Monte Bianco!" gridavano le guide, e i viaggiatori si fermavano per ascoltare il racconto della sua salita e per rinfrescarsi".
Nella sua sincerità, non ebbe vergogna a dichiarare: "Grazie alla curiosità del pubblico, ne ho ricavato un ottimo guadagno, ed è proprio questo a cui pensavo durante la mia ascensione".
Nonostante la sua carriera mai nata come alpinista, fu soprannominata Marie du Mont Blanc e a lei sono state dedicate vie e edifici, come una palestra a Parigi.
Marie resterà per l'epoca un caso isolato e legato alla bizzarra coincidenza degli eventi, sicuramente esce da qualsiasi istanza del mondo femminile che avesse come fine quello di riscattare la figura della donna. Non è sollecitata dai salotti borghesi dell'epoca, è semplicemente una meteora che coglie l'attimo fuggente, ma che, nello stesso tempo, ci fa anche riflettere a quale forza interiore potesse attingere la donna in questo periodo.
Donne e alpinismo nel Victorian Age
Paolo Salvini
Dbs editore


Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".















