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Alpinismo | 08 dicembre 2025 | 06:00

"Hai sempre condannato chi si droga e non ti rendi conto che anche tu sei un drogato, perché la roccia è la tua droga". Rileggere Giampiero Motti per affrancarsi dai tentacoli dell'alpinismo

Ritornare sulle riflessioni di Motti, a oltre cinquant'anni di distanza, invita a riflettere chi ha l'indole di immergersi in una sola attività, fino a offrirle una dimensione totalizzante. Riproponiamo alcuni passaggi del suo celebre articolo "I Falliti"

scritto da Pietro Lacasella
Festival AltraMontagna

Mi è di recente capitato di conoscere un ragazzo che ha deciso di lasciare la fidanzata per "dedicarsi interamente alla montagna". Scalava anche lei, ma a un certo punto ha sentito l’esigenza di trascorrere parte del tempo libero anche lontano dalle pareti. Lui non era della stessa idea, e così ha scelto di chiudere: "La montagna, anzi, l’alpinismo prima di tutto".

 

Con grande probabilità la differente opinione sul tempo libero è stata solo una delle infinite dinamiche che portano una relazione a esaurirsi e, anche se così non fosse, se effettivamente quel ragazzo ha deciso di concentrare tutte le sue attenzioni all’alpinismo, si tratta comunque di una scelta che entra a pieno diritto nella cornice delle libertà individuali.

 

Ciononostante, le sue parole mi hanno spinto a rileggere un articolo di Giampiero Motti, pubblicato nel 1972 sulla rivista del Cai, ma ancora molto attuale nei contenuti. Intitolato I Falliti, il testo indaga la capacità dell’alpinismo di assumere forme tentacolari, pervasive, soffocando così il carattere plurale della vita.

 

Ritornare sulle riflessioni di Motti, a oltre cinquant’anni di distanza, invita a riflettere chi ha l’indole di immergersi in una sola attività, fino a offrirle una dimensione totalizzante. Così ho selezionato alcuni passaggi dell’articolo.

 

 

I Falliti di Giampiero Motti

 

"Sovente ho sentito dire frasi come queste: 'Per me la montagna è tutto', 'Ho dato tutto me steso all’alpinismo', 'Se non dovessi più arrampicare sarei un fallito'. Sul momento non ho fatto molto caso a simili affermazioni perché anch’io ho rischiato molto da vicino di divenire un fallito, in seguito a circostanze che avrò modo di chiarire in seguito, mi sono lasciato tentare dall’antico detto 'Eritis sicut dii'".

 

 

"Sì, anch’io avrei dovuto dedicare tutto me steso all’alpinismo tralasciando gli altri interessi. Dimenticare l’amore per il bello, per la musica e la poesia, l’amore per l’arte in senso lato, l’affermazione di se stessi nella vita di ogni giorno, le amicizie profonde estranee all’ambiente alpinistico, con cui condurre discussioni interminabili su tutto e su tutti.
L’importante è allenarsi, sempre e di continuo, non perdere una giornata, avere il culto del proprio fisico e della propria forma, soffrire se non si riesce a mantenere questo splendido stato di cose. E se sopraggiunge una malattia o anche solo un malessere leggero, allora è la crisi, la nevrosi. Perché ciò che conta è arrampicare sempre al limite delle possibilità, ciò che vale è la difficoltà pura, il tecnicismo, la ricerca esasperata del 'sempre più difficile'. Trascinato da questo deliro, non ti accorgi che i tuoi occhi non vedono più, non percepisci più il mutare delle stagioni, che non senti più le cose come un tempo. Sei null’altro che un professionista; per te l’alpinismo è un lavoro. E così non ti accorgi che a uno a uno stai perdendo tutti gli amici, quelli che ti conoscono bene a fondo, che a volte hanno cercato di farti capire che stai sbagliando, e forse anche tu lo hai capito e lo sai bene, ma consciamente o inconsciamente ti rifiuti di accettare il peso di una realtà faticosa".

 

"Andavo ad arrampicare tutti giorni o quasi, preoccupatissimo di ogni leggero calo di forma. Ma non mi accorsi nemmeno che stava divenendo primavera, non vidi neanche che qualcosa di diverso succedeva nella terra e nel cielo e chi ben mi conosce sa che ciò equivale a una grave malattia. Arrampicare, arrampicare sempre e null’altro che arrampicare, chiudermi sempre di più in me steso, leggere quasi con frenesia tutto ciò che riguarda l’alpinismo e dimenticare, triste realtà, le letture che sempre hanno saputo dirmi qualcosa di vero e che con l’alpinismo non hanno nulla da spartire. Ma qualcosa comincia a non funzionare: ritornando a casa la sera mi sento svuotato e deluso, mi sento soprattutto inutile a me steso e agli altri, mi sembra anzi, e ne ho la netta sensazione, che il mio intimo si stia ribellando a poco a poco a questo stato di cose, che il mio cervello non tolleri questo modo di vivere. Ed eco che giunge la crisi, terribile e cupa".

 

"Ogni volta che vado ad arrampicare è un tormento, non sono più io, non ho più equilibrio, le mani mi tremano, non ho più coordinazione nei movimenti, ma soprattutto non 'vedo' più nulla. E questo, chi lo ha provato lo sa, è veramente terribile. Tutto ti passa davanti e tu te ne stai indifferente, passivo, non vedi e non senti, ma invece, e ciò ti distrugge, vorresti sentire e vedere come e più di prima perché il passato rivive cristallino e limpido e si oppone con forza al buio in cui sei precipitato. E allora ti dici finito, ti senti esaurito, svuotato: hai chiuso.
Ma cosa hai chiuso? Ma non ti accorgi, non ti rendi conto che ti sei creato l’infelicità con le tue stesse mani, che hai tradito la tua essenza, che presuntuosamente ti sei isolato inseguendo fantasie morbose e cercando sensazioni sempre più esasperate? Hai sempre condannato chi si droga e non ti rendi conto che anche tu sei un drogato, perché la roccia è la tua droga".

 

"Ti sei ridotto veramente male, eppure un giorno non eri così, eri molto diverso. Andavi ad arrampicare quando lo desideravi, quando dentro di te sentivi il sangue fremere e friggere, quando avevi desiderio di sole e di vento, di cielo e di libertà. Eri allegro e spensierato, avevi un sacco di amici e di amiche e soffrivi da morie quando le sensazioni che provavi erano solo tutte per te e non vi era nessuno con cui spartirle. Così cercavi con la fotografia di rendere anche gli altri partecipi della tua gioia, oppure li trascinavi in lunghe e interminabili gite o li legavi a una corda e li portavi ad arrampicare sui sassi perché volevi che anche loro provassero le stese gioie e le stese sensazioni. E se tu eri solo a provarle, ne soffrivi, anche fisicamente, ti sembrava di sentire qualcosa dentro che cresceva a dismisura e sembrava voler scoppiare.
Ma soprattutto eri sereno, sereno nel tuoi pensieri e nel tuoi gesti, sempre superbo e ambizioso come sei, ma ognuno ha difetti più o meno grandi".

 

"Oggi se perdo una domenica intristisco, divento irascibile, nervoso, se ogni volta che arrampico non vado a fare una via estrema, non mi sento soddisfatto. Eppure non mi sembra di essere più in forma di allora. Non si può andare avanti così.
In primavera ho occasione di leggere un libro che reputo uno dei più intelligenti e interessanti della letteratura alpina. Si tratta di Les royaumes du monde di Jean Morin, un romanzo apparso in Francia negli anni Cinquanta. Vi si narra la storia di un uomo che quasi inconsapevolmente viene assorbito e trascinato dalla passione delirante per l’alpinismo: un uomo però dubbioso e sensibile, tormentato sempre dal sospetto di avere sbagliato, ma nello stesso tempo magneticamente attratto dall’azione anche esasperata. Gli è compagno un altro uomo che invece vede solo l’alpinismo e che cerca di convincere l’amico a dare definitivamente tutto il meglio di se stesso ala causa. Così il nostro a poco a poco si isola sempre di più, l’alpinismo diviene una triste droga, quasi un’espiazione da subire in silenzio. A uno a uno perde gli amici, la ragazza, e si ritrova di fronte al suo fallimento in un’età in cui il bilancio di se stesi è ancora più duro. Ormai l’uomo ha capito ed è cosciente del suo errore: la conferma, triste e dolorosa, gli viene dalla tragica morte dell’amico sula parete nord del Bans, attaccata in pessime condizioni di tempo. Solo, di notte, in un rifugio, Jean si trova di fronte al nulla a cui è approdato, comprende di aver rinunciato a molto, a troppo pour une lutte sans issue".

 

"Incontrerò una sera d’inverno Guido Rossa, il quale fissandomi a lungo, con quei suoi occhi che ti scavano e ti bruciano l’anima, con quella sua voce calma e posata, mi dirà delle cose che avranno un valore definitivo. Mi dirà che l’errore più grande è quello di vedere nella vita solo l’alpinismo, che bisogna invece nutrie altri interessi, molto più nobili e positivi, utili non solo a noi stesi ma anche agli altri uomini. Non rinunciare alla montagna. E perché? No. Ma andare in montagna per divertirsi, per cercare l’avventura e per stare in allegria assieme agli amici".

 

"(…) rivedo tanti volti, tanti nomi, per i quali oggi non posso provare che una profonda tristezza. Perché ho conosciuto molti ragazzi e molti uomini che avevano trovato nell’alpinismo il compenso al loro fallimento nella vita di ogni giorno. Uomini che si erano dati e che si danno caparbiamente ala montagna con l’illusione di trovare un’affermazione che li ripaghi di tutte le frustrazioni, le delusioni e le amarezze della vita. Alcuni si illudono di essere qualcuno, credono di essere importanti, solo perché nell’alpinismo hanno raggiunto i vertici. Ma se tu trasporti gli stesi individui in un altro ambiente, se li inserisci in un differente contesto sociale allora li vedi incapaci di sostenere un dialogo qualsiasi, spauriti e intimiditi, incapaci di intrecciare relazioni umane. Ed eccoli allora portare a giustificazione del loro fallimento l’incomprensione altrui, la banalità e il qualunquismo della gente, la superiorità di chi pratica l’alpinismo, la diversa sensibilità di chi ama la montagna. In realtà vi sono uomini sensibili e amanti della natura anche al di fuori del territorio alpinistico, vi sono uomini che cercano e trovano altrove l’avventura e che sanno comprendere; ma, purtroppo, nell’alpinismo troppi sono i falliti e troppi condizionati.

Non sempre, per fortuna, é così. Sovente ho incontrato ragazzi sereni ed equilibrati, ma molto più sovente l’uomo alpinista mi ha profondamente deluso per la sua ristretta visione delle cose, per la sua voluta ignoranza e per il disprezzo dei comuni mortali".

la rubrica
La montagna nei libri

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".

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