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Sport | 26 dicembre 2025 | 13:00

"Il maestro si sacrifica e fa vincere lo sconosciuto di belle speranze". L'incredibile storia del Giro d'Italia 1940, che finì il giorno prima dell'inizio della guerra

Un notevole brano tratto da "Coppi e il diavolo" di Gianni Brera, uno dei più grandi narratori sportivi del ‘900. Il libro è il romanzo della vita di Fausto Coppi: più che il corridore, l’uomo, la sua esistenza pubblica e privata, la grande rivalità con Bartali, il suo discusso amore extraconiugale

La rivalità ciclistica tra Coppi e Bartali è storia nota, leggenda sportiva, parte integrante della nostra cultura popolare. In pochi sanno però che quando Coppi iniziò a gareggiare tra i professionisti lo fece nella Legnano, squadra capitanata proprio da Gino Bartali, il suo futuro amico-rivale.

 

Fausto Coppi da Castellania (colline tortonesi), il Campionissimo del domani, corre il suo primo Giro d’Italia nel 1940, a soli vent'anni, partendo come gregario di Gino Bartali, la superstar che di Giri d’Italia ne aveva già vinti due. Ma Bartali cade, perde tempo in classifica. Poi, sulle pendici dell’Abetone, accade qualcosa di apparentemente incredibile: Fausto si invola in salita, mentre Gino è in crisi. Così la squadra, diretta dal pioniere del ciclismo Eberardo Pavesi, decide di cambiare strategia e puntare tutto sul giovane per la conquista della vittoria finale. Fausto arriva a Milano in maglia rosa il 9 giugno 1940. Il giorno dopo, il destino dell’Italia cambierà per sempre.

 

A scrivere di questa storia sono stati in tanti, ma particolarmente degne di nota sono alcune pagine contenute in "Coppi e il diavolo" di Gianni Brera, uno dei più grandi narratori sportivi del ‘900. Il libro è il romanzo della vita di Fausto Coppi: più che il corridore l’uomo, la sua esistenza pubblica e privata, la grande rivalità con Bartali, il suo discusso amore extraconiugale.

 

Nelle righe che seguono, attraverso la spumeggiante "poesia in prosa" che caratterizza la penna di Brera, si legge di Appennini e Alpi, del debutto al Giro dei passi dolomitici, dell'inizio di un mito. di personaggi quasi mitologici, di antica miseria. Di un’Italia non ancora pienamente consapevole dell’arrivo imminente del dramma di un’altra guerra.

Fausto avverte la voce matta che dice di andare. Viene su dal didentro, misteriosissima voce. L’ha sempre sentita nei momenti difficili. Prende a salire sgrugnando, nel torrido solleone. Via via acchiappa tutti. E infine si trova solo a condurre. Sissignori: questo è il Giro d’Italia e Coppi Fausto da Castellania lo precede tutto solo verso la vetta dell’Abetone: capace pure di vincere, se il capitano vorrà.

 

Ora Pavesi, furbo, gli manda dietro Luigi Corsi in moto: "Digli che vada, almen lu!".

E al Gino: "Dai, muoviti, pelandra, che il Giro è ancora tuo!".

 

Il Gino ha arrovesciato i labbroni e si è messo a sculettare come avesse una biscia fra pelle e maglia. Non andrebbe a tirarlo con la fune. Sul Norge, funeree occhiate. Finché il Gino capisce e amaramente dice: "Andate a vedere che cosa succede più su".

 

Subito il Norge, come liberato, scaracchia via polvere e fumo: e ben presto il "re della montagna" appare lontano e insignificante al pari d’un procaccia senza fretta. Pavesi scuote il capo: "Non va proprio". E all’autista: "Su, su, lumaga, sbrigati un po'".

 

È ancora solo Fausto: gli canta dentro la voce misteriosa, le gambe sono falconi miracolosi, il fiato è libero e lungo... Vero che ha gli occhi un po’ incrociatelli, ma Pavesi non sa. "Compensa, compensa la pedalata!" gli grida per farsi sentire vicino. "Allez, Tegole, che sei un piccolo Dio".

 

Arriva tutto solo a Modena e la gente si guarda stupita. "Bravo" gli dice Bartali con voce sorda (sono tutti imbarazzati con lui: è avvenuto qualcosa di troppo grosso sull’Abetone, che è sempre stata la sua montagna). E Pavesi: "Bravo, bravissimo: però non dimenticare che Bartali è il tuo capitano".

 

Per la prima volta il Giro si arrischia a valicare le Dolomiti. I Bianchi minacciano. Pavesi ha molta paura. Deve tener vivo Bartali. Se quello va a casa, il povero Coppicello se lo sbranano. Se invece rimane, marcano ancora lui e perdono in compagnia. Durante la notte, Fausto si sveglia in preda agli incubi. "Oh, Dio, Signor" si lamenta Pavesi, che ha mezzo secolo di esempi sulle spalle, "questo qui l’è come il Baslot Rossignoli, che non reggeva all’emozione della maglia rosa". Il massaggiatore Villa, vecchio esperto, si tiene mezzo pollo di riserva per la notte. Come Fausto si sveglia e sbarra gli occhi, lui gli mette il mezzo pollo sotto il nasone e gli incubi svaniscono. L’antica fame gli fa rollare le mascelle come fossero magli. "L’ha vist l’incubo?", ridacchia Villa. E Pavesi scuote il capo perplesso.

 

Sulle Dolomiti, nuovissimo test, un vero e proprio piano di battaglia studiato da Pavesi: il Gino vince le tappe e il Gran Premio della montagna (perché il più forte è lui); il Fausto salva il primato e Legnano piglia tutto. Deve attaccare Bartali e aspettare Coppi, aiutandolo a salire. Parte Bartali, e poi subito Coppi. "L’aquila e l’aquilotto" si appresta a scrivere Roghi con l’enfasi di un Achillini, "sui gioghi dolomitici cari a Re Laurin". Ma poi Bartali fora e Coppi vorrebbe andarsene. Allora Pavesi: "Ti, ohei, margniffon, guai a te se non ti fermi subito".

Bartali non viene a sapere nulla, di quel goffo tentativo di ribellione, e il domani dà battaglia solo all’ultimo per vincere la tappa in salita. Fausto arriva cotto ma salva la maglia. Se Pavesi non avesse intuito gli umori del pivello, sarebbe tutto finito. Bartali aveva un ritardo di mezz’ora, e i "Bianchi" fremevano… a pochi secondi.

 

Il maestro si sacrifica per i suoi colori - si legge su tutti i giornali - e fa vincere lo sconosciuto di belle speranze. Ma Emilio Colombo, ringhioso mentore del ciclismo, scrive sul Guerino che Bartali ha dato scandalo strattonando su Coppi al Passo Rolle. In tal modo sminuiva ancora più l’esito del Giro. Gli umori dell’uomo sono spesso imperscrutabili, ma Colombo è bipede elementare: per lui il sole "traligna" sempre fra gli alberi.

 

Milano, tappa dell’apoteosi (come ha esagerato Desgrange trent’anni fa). Fausto in maglia rosa deve cambiare una gomma a cinquecento metri dall’Arena. Così arriva solo, e sembra un calcolo. Applausi per tutti. Perplessità negli scribi. La tiratura non è bassa per il solo fatto che uno sconosciuto ha vinto il Giro (e suo padre è svenuto, povero omaccio, per l’emozione che l’ha preso a vederlo).

 

È il 9 giugno 1940: il domani l’Uomo della Provvidenza si affaccia al balcone e ringhia che è la guerra.

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La montagna nei libri

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".

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