La parabola di Crans-Montana ci accompagna nello sviluppo turistico alpino: dai prati ai primi alberghi-sanatori di lusso, fino a un enorme agglomerato di condomini

Come noto, la località svizzera di Crans Montana è stata il teatro della tragedia della notte di Capodanno che, a causa di un incendio evitabile in un locale, ha provocato la morte di decine di giovani durante una festa. Crans-Montana è stata anche al centro degli studi del sociologo Andrea Membretti. Ripercorriamo le sue osservazioni per conoscere meglio il contesto sociale di questa località alpina

Arrivo a Crans-Montana in un pomeriggio di inizio settembre: lo studio di neanche 30 m2, che ho affittato per il mio soggiorno di ricerca, si trova nella zona est di questa cittadina, che conta circa diecimila residenti ufficiali, a fronte di oltre tre milioni di presenze turistiche all’anno e di un numero incalcolabile (nel vero senso della parola, perché non sono disponibili dati in merito all’utilizzo delle "abitazioni secondarie") di proprietari di seconde case, che trascorrono periodi più o meno lunghi sull’Haut Plateau.
La città si estende su tutto l’altopiano, sfruttandone per esteso la dimensione planiziale, costellata da alcuni piccoli laghi. Dimensione che ha consentito la costruzione di decine e decine di grandi edifici, in media a cinque o sei piani, le cui architetture – tutte diverse a seconda dell’epoca di edificazione – sono però accomunate da un’idea (certo vaga e con ampio margine di interpretazione), da una sorta di archetipo socialmente inventato, ovvero quello dello chalet. Tetti a doppia falda spiovente, balconi di legno, gerani alle finestre, rivestimenti esterni di larice o di abete sono gli elementi caratterizzanti di grandi condomini, realizzati – perlopiù in cemento armato e mattoni forati – tra gli anni Sessanta del secolo scorso e i primi due decenni dell’attuale.
Lungo le vie, incontro negozi che vendono grandi marchi della moda e del lusso ma anche baretti e supermercati, tra cui il famoso Migros, dai prezzi quasi abbordabili anche per noi italiani. E poi, come scoprirò durante il mio soggiorno, molti servizi: culturali, sanitari, per il benessere personale, per lo sport. E scuole (private ma anche pubbliche), centri linguistici, biblioteche, circoli e spazi di incontro. Quello che ci si aspetta di trovare in una città, insomma, molto meno in un centro turistico.
Nei giorni seguenti - mentre la stagione turistica estiva volge al termine - il mio lavoro di ricerca è in primo luogo dedicato a chiarirmi le idee sulla storia del posto: com’è nato questo enorme paesone, tutto fatto di grandi palazzi, costruito su di un balcone naturale che si affaccia sulla valle del Rodano?

I primi colloqui con alcuni esperti locali e lo studio dei documenti che trovo in rete mi portano a fare un salto indietro nella storia, alle origini del successo di questa località alpina, là dove si sono poste le basi per un’urbanizzazione imponente e una trasformazione radicale di quello che era, sino a un secolo fa, un territorio agricolo di montagna.
L’altopiano di Crans-Montana è stato infatti dedicato all’alpeggio e al pascolo sino alla fine dell’Ottocento, senza insediamenti stabili nelle sue zone sommitali e con alcuni villaggi di contadini alle sue pendici. Come racconta la storica locale Sylvie Doriot Garofalo, profonda conoscitrice del luogo, la sua trasformazione in senso turistico e residenziale inizia nel 1893, con l’inaugurazione del primo albergo sull’altopiano: l’Hôtel du Parc, realizzato da un imprenditore di Sierre (la cittadina di fondovalle, lungo il Rodano), Michel Zufferey. Siamo nell’epoca dei sanatori per curare la tisi e le malattie respiratorie (quelli narrati nella famosa opera di Thomas Mann, La montagna incantata), delle lunghe vacanze in montagna per motivi di salute, dei soggiorni che l’alta borghesia e l’aristocrazia europee trascorrono sulle Alpi, alla ricerca di benessere fisico ma anche di relazioni sociali, di vita mondana, pur in un regime di separatezza.
In questo contesto socioculturale, l’Hôtel du Parc inizia a ospitare il dottor Théodore Stephani, un medico di Ginevra che porta con sé i propri pazienti facendoli soggiornare nell’albergo come parte di una terapia climatica che si basa sull’ambiente montano, sui diversi laghi che influenzano con le loro acque il microclima locale, sull’ottima esposizione al sole dell’altopiano, sulla qualità dell’aria. Sarà proprio Stephani a diventare quindi uno dei principali promotori della crescita turistica del luogo, fondando nel 1905 la Società di Sviluppo Montana, di cui sarà presidente sino alla Seconda guerra mondiale. L’attrattività delle cure offerte, il clima internazionale che si respirava in queste prime strutture ricettive e le doti di marketing territoriale di Stephani (primo "agente di sviluppo" locale, in grado di connettere dimensione sanitaria e ambientale), renderanno in un paio di decenni già molto famosa quella che, negli anni Venti del Novecento, sarà definita la "perla delle Alpi" – una località poi decantata, tra gli altri, dalla scrittrice neozelandese Katherine Mansfield, che, venuta per curarsi, qui scriverà la raccolta di racconti The Montana Stories.

Dal punto di vista urbanistico, uno dei primi nuclei insediativi si sviluppa attorno alla stazione di arrivo della funicolare – realizzata anch’essa ai primi del Novecento –, che consente ancora oggi un veloce collegamento tra la sottostante cittadina di Sierre e l’altopiano. Qui viene costruito un primo sanatorio, il Beuregard, che, in seguito alla Seconda guerra mondiale, sarà rilevato dal Cantone di Berna, diventando ad oggi la sede di una delle più note cliniche oncologiche mondiali: la Clinique Bernoise.
Lo sviluppo di Crans-Montana subirà un’accelerazione e un’intensificazione proprio a partire dagli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, quando la diffusione del turismo di massa alpino e dello sci investirà anche questo territorio. La fama ormai acquisita dal luogo, le caratteristiche di esclusività che era andato assumendo grazie alla sua prima frequentazione alto borghese e aristocratica, la mitologia della bon aire des Alpes come elemento di cura delle patologie respiratorie, unitamente alle strategie di sviluppo messe in atto dalle realtà imprenditoriali e politiche coinvolte in questi processi, faranno sì che l’espansione enorme della stazione turistica nel corso dei decenni successivi si rivolga anzitutto a un target sociale alto e medio-alto, in termini di disponibilità economiche e di life-style.

Proprio queste strategie di sfruttamento estrattivo e patrimonializzazione del territorio si concentreranno sulla realizzazione di seconde case (piuttosto che di alberghi, come in origine), che saranno acquistate quindi dal ceto benestante urbano, proveniente anzitutto dalle grandi città della Svizzera e della Francia, ma anche da Milano e dal nord Italia. Il modello costruttivo – a tutto vantaggio delle imprese locali e quindi, poi, di investitori extra locali – sarà allora, sino ad oggi, quello legato alla realizzazione di grandi condomini-chalet, residenze sparse nel verde, ciascuna con decine di appartamenti di varie metrature finalizzati, appunto, ad accogliere un turismo legato anzitutto allo sci e attratto dall’immaginario locale, storicamente costruito e poi sapientemente alimentato dai promotori del territorio stesso.
Al motto di "Crans-Montana. Absolutely!" (lo slogan promozionale che oggi si trova ovunque nel comprensorio e nelle sue strategie di comunicazione), nel 2017 i Comuni che condividevano l’altopiano – Chermignon, Mollens, Montana e Randogne – si fondono in un’unica entità amministrativa: il resort alpino diventa così una grande conurbazione a 1.500 metri di quota, una delle più estese delle Alpi, su di una superficie complessiva di circa 60 chilometri quadrati.

Il tuffo che ho fatto nella storia locale, durante i primi giorni di quei tre mesi che passerò sull’Haut Plateau, si è rivelato affascinante: tanti sono i rimandi alle atmosfere belle époque e agli ambienti aristocratici dei primi del Novecento su cui fantasticavo scendendo in auto dal passo del Sempione pochi giorni prima, mentre venivo qui nel Vallese dalla vicina Milano. Eppure, nel contempo, nulla sembra restare oggi di quel mondo a Crans-Montana, se non l’aura, appunto, il racconto, il mito fondativo. E la funicolare, naturalmente, che continua la sua spola dal fondovalle, anche se completamente rimodernata. Nei fatti, da pochi alberghi-sanatori di lusso si è passati in alcuni decenni a un enorme agglomerato di condomini, rendendo in un certo modo di massa quel turismo che era nato come estremamente elitario.
Da qui, allora, partirò per raccontare chi vive Crans-Montana oggi: dalla relativa massificazione, comunque rivolta a una classe sociale molto benestante, di un turismo che via via si va facendo una forma di abitare residenziale, di vita - stabile o multilocale - centrata su questo luogo. Mi rendo conto, allo stesso tempo, che la mia indagine deve partire dal nesso tra salute – intesa in senso ampio e contemporaneo, e quindi come qualità della vita, ambiente naturale, clima, benessere psicologico – e contesto locale, in un periodo storico in cui proprio le conseguenze di macro fenomeni come le pandemie e i cambiamenti climatici vanno a risignificare la montagna, conferendole ancora una volta un alone salvifico: uno spazio in alto, sopra i mali del mondo.
Un mondo a parte.
Questo testo è un estratto del libro Diventare montanari, il terzo volume della collana L’Altramontagna nata in collaborazione con People


Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".















