Contenuto sponsorizzato
Alpinismo | 12 marzo 2026 | 12:00

"Perché? Mi son chiesto appena mi sono fratturato la gamba sciando. Quelle ore furono un sogno. Mentre mi trasportavano a valle, stentavo a frenare l'esuberanza". La linea d'ombra di Ettore Castiglioni

"Quando gli amici mi vennero incontro con faccia mesta a farmi le condoglianze, ridevo che loro pigliassero tanto sul serio questo accidente così qualunque". Oggi, 12 marzo, anniversario della morte di Castiglioni, riprendiamo su L'Altramontagna un passaggio particolarmente significativo dei suoi diari. Una sorta di linea d'ombra, di presa di coscienza; un improvviso sprazzo di consapevolezza che ha attraversato l'autore in seguito a un incidente sugli sci

scritto da Redazione
Festival AltraMontagna

Per circa quarant’anni i diari di Ettore Castiglioni sono rimasti ignoti al pubblico. Vennero editati nel 1993, raccogliendo dal vastissimo materiale manoscritto i passaggi più significativi, con le avventure vissute sulle Alpi, in Patagonia, o durante i mesi bui dell’autunno 1943, quando l’autore si spese per condurre in salvo oltre il confine elvetico centinaia di profughi in fuga dalla guerra e dalle leggi razziali. La voce del grande alpinista ed esploratore milanese poté così rivivere in un volume, e il pubblico l’accolse riconoscendone la compostezza, il valore morale e la forza evocativa.

Un testo intimo e al contempo trascinante, avvincente, quasi Castiglioni pensasse a un futuro lettore.

L’edizione Hoepli, da cui abbiamo attinto il brano che segue, è arricchita dall’introduzione di Paolo Cognetti e dal racconto degli ultimi giorni di Castiglioni scritto dal curatore dei diari, Marco Albino Ferrari.

Oggi, 12 marzo, anniversario della morte di Castiglioni, riprendiamo su L’Altramontagna un passaggio particolarmente significativo (quello che ha dato il titolo alla raccolta). Una sorta di linea d’ombra, di presa di coscienza; un improvviso sprazzo di consapevolezza che ha attraversato l’autore in seguito a un incidente sugli sci.


Il giorno delle Mésules

 

Tregnago. Perché? Mi son chiesto appena mi son reso conto di essermi fratturato una gamba. Perché? È vero? Mi pareva che fosse uno di quei brutti sogni da cui ci si sveglia con la gioia di poter constatare che non è vero. L'avventura era tutta come qualche cosa di irreale, come di sogno: non soffrivo fisicamente o non mi accorgevo di soffrire: non sapevo pigliarla come una disgrazia: ero così felice nell'immensità di quel candore di nevi e nell'azzurro del cielo. L'accidente per se stesso mi pareva un fatterello insignificante, che per me in quel momento aveva il solo valore di darmi un godimento infinito, un'estasi di elevazione mistica o sovrumana. Sulla cima delle Mésules, ho trascorso due ore sublimi: sono volate come in un sogno, ma forse ancor oggi non so rendermi conto della vera realtà. Da alcuni giorni vagavo da solo per monti e per valichi, nell'ebbrezza di un sole fulgido e di un orizzonte sconfinato e limpidissimo.

Mi fermavo in alto, sulla Cima Bocche, sulla Marmolada, per attendere il tramonto che s'infiammava di una stupenda sinfonia di luci e di colorazioni: e poi mi lanciavo a valle, con le ultime luci, ebbro dello spettacolo vissuto. E i miei sci mi portavano veloci, si lasciavano guidare con insolita facilità, a larghe curve, a piccoli cristiania, aderendo alle modulazioni del terreno, con un ritmo di danza agile e leggera, quasi sfiorando le morbide chine, che appena serbavano il segno sottile e preciso del mio passaggio. Mi sembrava di aver improvvisamente imparato a sciare, che per la prima volta io sapessi godere dell'eleganza di questa danza di gioia. Era l'ultima gita: salii al Sella con un ritmo cadenzato e veloce, che in breve mi faceva conquistar l'altezza: nella fulgida mattinata di sole, la neve brillava in miriadi di cristalli e le mie crode ridevano e cantavano rossigne, già nette nella loro verticalità e calde di sole: lo spigolo della Torre de Proces si ergeva giallo e affilato, con uno slancio architettonico e audace, ma armonico. Mi guardavo d'attorno e continuamente esclamavo: "che bello!". Quasi non potevo contenere la mia gioia. Le lunghe comitive svoltavano verso il Boè: file di puntini neri, minuscoli, che si snodavano a serpentine nel candido vallone. Ma io ero solo e la Natura cantava tutta per me. Ecco, dalla vetta delle Mésules essa si dispiega con tutta la sua infinita ricchezza. Il vasto altipiano immacolato nel suo candore, sostenuto da alte mura, solcato da profondi e selvaggi valloni, ha perduto la sua cruda durezza: la neve ammorbidisce la severità del paesaggio, crea uno sfolgorio di riflessi, di controluci e di penombre, quasi un magico gioco di incanto. E lontano, monti e catene, si succedono a perdita d'occhio, quasi svaporando soffusi in un ondeggiare di veli azzurrini. Ed io, solo sulla vetta, dominavo tanta infinita bellezza, che avevo conquistato col mio passo che non conosceva ostacolo. Non un ostacolo mi ha fermato: sul piano, mentre vagavo quasi senza sapere verso dove, ho inciampato, mi sono abbattuto, senza potermi rialzare. In un istante tutto era cambiato: non ero più il dominatore ritto sulla vetta a spaziare sull'immenso orizzonte che si stendeva ai suoi piedi: ora ero io stesso parte di questo incanto sublime: sdraiato sul lento declivio, impotente, mi sentivo quasi incorporato e partecipe del grande mistero, che a me si rivelava, a me che avevo saputo rendermene degno, non solo con l'ascesa trionfale delle ore precedenti, ma soprattutto col sacrificio di me stesso, con l'annullamento di tutta la mia potenza di dominio. La mia potenza terrena fisica e morale, s'era trasumanata in partecipazione e comprensione dell'eterno. Il signore austriaco accorso a soccorrermi, si allontana rapido in cerca di aiuto: un minuscolo cosino che scivola via sulla pista sottile ch'io avevo tracciato, e scompare. L'immensità bianca si ricompone nel suo silenzio uniforme. Io sono gettato a terra, supino, impotente, annullato. La Natura dopo il piccolo dramma svoltosi in quel suo lembo estremo, riprende incontrastata il suo dominio, il canto del suo silenzio, la vita delle sue rocce e delle sue nevi inanimate. Estasi. Mi sentivo ormai spoglio della mia personalità umana, chiamato partecipe di una visione superiore. Pareva che quelle nevi che brillavano di mille luci cristalline e soffuse, danzassero soffici e leggere, glorificando lo splendore del sole, fonte suprema di ogni vita. Come aveva potuto uno spettacolo che è di tutti i giorni, aver assunto a un tratto per me quel valore supremo? "Souvenez-vous... de le commencement du monde – Ces choses n'attendaient qu'un peu d'amour" (Samivel). La comprensione è amore, e l'amore è sacrificio e annullamento di se stesso. La massima aspirazione dell'uomo è nell'ascesa, nella conquista, nel dominio: tanto più l'ascesa è alta, tanto più la conquista è spoglia da oggettività materiale: l'alpinismo è puro ideale. Quando l'uomo arriva a saper lottare e a dedicare tutto se stesso a un puro ideale, potrà essere eroe. Ma anche l'eroe che abbia tutto conquistato, ancor non può svellersi dal suo terreno di conquista, dopo aver tutto dominato, deve dominare anche se stesso: e dominarsi fino all'annientamento. Non essere più nulla di tutto quello che si è stati: gettarsi a terra soli, supini, impotenti. Allora ci si accorge che tutto quel dominio non era che un'illusione, che aveva soltanto servito all'ascesa; che l'infinito è ben più vasto di quanto si possa stringere nel proprio piccolo pugno; che la Natura, che abbiam creduto di poter assoggettare, ci sommerge indifferente, come una pagliuzza sull'onda dell'oceano. Solo così, in uno stato di annientamento totale, abbandonati inerti nell'immensità del creato, solo così possiamo vivere di illusioni, ed elevarci almeno un istante verso una sfera più alta, senza orizzonti, in una visione mistica di eterna luce e felicità. Due ore rimasi in cima alle Mésules in attesa dei soccorsi: così mi dissero: per me fu un sogno, un'estasi, il cui ricordo è solo una vivissima luce, come la suprema visione dantesca: due ore di luce e di felicità, che non hanno e probabilmente non avranno parallelo nella mia vita. Mentre mi trasportavano a valle, stentavo a frenare l'esuberanza della mia felicità; forse mi avranno creduto eccitato: certamente ero ebbro. La frattura? Mi sembrava un episodio tanto banale di fronte alla grandezza della mia avventura, che non riuscivo neppure a prenderla in seria considerazione. E quando gli amici mi vennero incontro con faccia mesta a farmi le condoglianze, ridevo che loro pigliassero tanto sul serio questo accidente così qualunque. Ancor oggi non so capacitarmi come gli altri prendano tanto sul tragico una cosa in cui per me non c'è altro che serenità. E questa serenità è una tal conquista, che mi aiuterà a sopprimere senza tristezza e senza nostalgia il lungo periodo di sofferenze e di rinunce che mi attende. Perché? Mi son chiesto subito; perché mi capita qualche cosa che mi va male? Come non ho saputo evitarlo? Ma è proprio un male, questo? L'ho preso proprio come una circostanza, come il cattivo tempo improvviso, che mi vieta di compiere un'ascensione progettata; non so indispettirmene, perché so che prima o poi riconosco la causa dell'impedimento, e trovo che è stato un bene, una fortuna. Anche questa frattura, come qualsiasi altro contrattempo mi è parso soltanto una circostanza che mi tratteneva da qualche cosa che non dovevo fare. E tanto più la debbo pigliare come la manifestazione di una volontà regolatrice superiore, date le circostanze veramente straordinarie in cui è avvenuta: il pendio era quasi pianeggiante, procedevo a velocità moderatissima, son caduto nel modo più banale e più innocuo: cento e cento volte in ogni giornata di sci, faccio cadute di gran lunga più pericolose: eppure mi son fratturato in modo così grave e complesso. D'altra parte era l'ultima giornata che mi rimaneva per completare i miei itinerari sciistici e quindi l'accidente in nulla incide nel mio lavoro: ho girato per intere settimane sempre solo, senza incontrare anima viva, e proprio nel momento che son caduto avevo a pochi metri da me un signore austriaco, con cui avevo appena finito di meravigliarmi di trovarci in due in un luogo dove generalmente non si incontra mai nessuno; il signore era apparso improvvisamente pochi minuti prima, senza ch'io fossi riuscito a capire di dove sbucasse, dato che non avevo visto nessuno seguire la mia pista: ed altrettanto misteriosamente è scomparso appena terminata la sua opera di soccorso, senza ch'io lo potessi salutare né ringraziare, né sapere chi era. E ancora queste circostanze fortunate: le comitive che apparivano numerose al Boè, con le guide di Corvara, proprio al momento che vi arrivava l'Austriaco in cerca di aiuto; il piede che dopo un inizio di congelamento nella prima mezz'ora dopo la frattura, ha ripreso da sé la circolazione: la giornata calda di sole e senza vento: la discesa rapida, facile e senza scosse, incontrando su ogni pendio, a detta dei portatori stessi, la neve più adatta per il trasporto, ora molle per frenare sulle chine ripide, ora ghiacciata per scivolare sui piani. Tutta una serie di piccoli episodi, di circostanze fortunate, di incontri casuali, ecc. che farebbero pensare a un'ottima organizzazione, se non fossero invece ancora una volta la manifestazione di una precisa volontà, che precorre ed è di gran lunga più forte dell'essere stesso che la possiede. Non ho avuto un solo attimo di inquietudine, quantunque non sapessi come avrei potuto discendere la lunga valle che mi separava dal più prossimo abitato; sapevo che tutto doveva andare per il meglio e non pensavo neppure al come: non sapevo condividere in alcun modo l'inquietudine di coloro che mi accompagnavano e dovevo essere io a calmarli. Poi li lasciavo fare e mi perdevo a contemplare la marea di vette accavallantisi che si perdevano nell'infinito orizzonte.

la rubrica
La montagna nei libri

Nella convinzione che l'esperienza di un territorio possa acquisire una misura consapevole non solo attraverso la frequentazione, ma anche grazie alla lettura, con la nuova rubrica, La montagna nei libri, ogni settimana pubblicheremo (a volte commentandoli) passaggi, citazioni, riflessioni custodite in libri capaci offrire uno sguardo più attento sui rilievi. D'altronde, per dirla con Johann Wolfgang Goethe, "L'occhio vede ciò che la mente conosce".

SOSTIENICI CON
UNA DONAZIONE
Contenuto sponsorizzato
recenti
Alpinismo
| 08 maggio | 06:00
"Le Dolomiti erano in tempesta e noi, come naufraghi privi di veliero, annaspavamo in quel mare di roccia. Con le [...]
Storie
| 07 maggio | 19:00
In un'epoca in cui molti paesi rischiano di scomparire nella memoria umana, esperienze come questa mostrano come la [...]
Attualità
| 07 maggio | 18:16
La zoologa e ricercatrice, che da vent'anni si dedica alla coesistenza tra uomini e lupi, ha voluto esprimersi in [...]
Contenuto sponsorizzato