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Cultura | 07 giugno 2025 | 13:00

Cosa resta oggi della Resistenza e dei valori che hanno portato alla Liberazione? Quando la memoria diventa terreno di scontro

La memoria della Resistenza e della seconda guerra mondiale in Italia non è un blocco monolitico di certezze, ma un campo di battaglia culturale che continua a plasmare il dialogo politico attuale. Filippo Focardi, Professore ordinario di Storia contemporanea all'Università di Padova sulla definizione di antifascismo oggi: "Dopo il crollo dei partiti tradizionali seguito a Tangentopoli, emerge l'appello a una "memoria condivisa", un concetto che mira a superare l'antifascismo, ormai etichettato non più come valore fondante, ma come elemento di divisione. Questa nuova narrazione attacca frontalmente la memoria della Resistenza su più fronti". L'appuntamento, per la rassegna Liberazione80, è per sabato 7 giugno dalle ore 18:00 presso il Forte di Monte Ricco a Pieve di Cadore (BL), dal titolo "La guerra della memoria"

scritto da Michele Argenta

La memoria della Resistenza e della seconda guerra mondiale in Italia non è un blocco monolitico di certezze, ma un terreno di scontro, un campo di battaglia culturale che continua a plasmare il dialogo politico attuale. Filippo Focardi, Professore ordinario di Storia contemporanea all'Università di Padova, è  uno dei massimi esperti della materia in tema di memoria. In questo dialogo, che anticipa i temi della conferenza, si cerca di fare luce sulle narrazioni che hanno definito l'identità italiana dal dopoguerra a oggi, partendo proprio dalle categorie con cui si cerca di dare un ordine a un passato che è tutt'altro che pacificato.

 

L'appuntamento della rassegna "Liberazione80" è per sabato 7 giugno, dalle ore 18:00 presso il Forte di Monte Ricco a Pieve di Cadore, dal titolo "La guerra della memoria". 

Parlando di memoria lei distingue tra memoria pubblica, condivisa e conflittuale. In che modo queste categorie si applicano alla narrazione della Resistenza italiana dal 1945 a oggi? In particolare, la specificità della lotta partigiana nei territori montani — con le sue peculiari dinamiche militari, sociali e di rapporto con la popolazione civile — come si inserisce in questo schema? Oggi questa memoria risulta integrata nella società o possiamo parlare di una memoria conflittuale?

"Non distinguerei tra una memoria pubblica condivisa o conflittuale. Il termine "memoria condivisa" è invalso nel dibattito politico e pubblico italiano negli anni '90, ma in realtà non può esistere una memoria condivisa, perché le memorie nascono da gruppi sociali che hanno anche fini politici diversi. Come ha scritto una volta in maniera molto efficace Aldo Cazzullo: "la memoria di chi ha avuto le case incendiate dai nazifascisti non può essere la stessa di chi quelle case ha incendiato".

Piuttosto, distinguerei tra una memoria dominante, una memoria tendenzialmente egemonica e una memoria conflittuale. All'indomani della guerra, in Italia come in tutti i paesi europei che avevano vissuto l'occupazione, viene elaborata una memoria incardinata sul pilastro della Resistenza, su una memoria epico-corale della Resistenza. Una raffigurazione secondo cui tutto il popolo italiano avrebbe partecipato direttamente alla Resistenza con le armi, o comunque sostenendola.

Questo è uno dei pilastri della memoria italiana, che viene integrato, nel caso italiano, da altri due elementi molto forti: la contrapposizione tra l'immagine del "bravo italiano" e quella del "cattivo tedesco". Questa contrapposizione ha a che vedere con la storia dell'Asse Roma-Berlino e con un'esigenza fortemente sentita – prima dalla monarchia con Badoglio, dopo l'armistizio, e poi da tutti i governi di unità nazionale antifascista – di distinguere nettamente le responsabilità dell'Italia da quelle della Germania per evitare lo spettro di una pace punitiva. Quindi, non solo vennero sottolineati i meriti dell'Italia cobelligerante e della Resistenza, ma si sottolineò anche la differenza tra italiani e tedeschi nella guerra precedente, quando gli italiani erano alleati dei tedeschi. Gli italiani si raffigurarono come bravi samaritani che quella guerra non l'avevano voluta (Badoglio la definì una guerra "né voluta né sentita") e che era stata combattuta per senso del dovere, mostrando però i loro buoni sentimenti e aiutando le popolazioni civili dei paesi occupati e gli ebrei. Un altro elemento che integra questa memoria è quello che è stato definito "patriottismo espiativo" (una definizione data da Gian Enrico Rusconi), ovvero una memoria che fa riferimento alle sofferenze patite dagli italiani durante la guerra, come se fossero state un pegno per riscattarsi dalle colpe del fascismo."

 

Dagli anni ‘90 ad oggi, la parola “antifascismo” ha assunto un valore molto diverso da quello inteso dai padri costituenti della nostra Costituzione nel primo dopoguerra. Oggi la polarizzazione politica che cardina intorno a questo termine, “antifascismo”, sembra separare in due la società. Quali eventi politici e culturali hanno messo in crisi questo modello a partire dalla fine degli anni '80, e quali nuove narrazioni sono emerse per riscrivere la memoria pubblica della nazione?

"La situazione in Italia cambia radicalmente con la fine della "Prima Repubblica". Lo spartiacque è duplice: il 1989, con il crollo del Muro di Berlino, e poi Tangentopoli, con la conseguente implosione dei partiti tradizionali. Le elezioni successive vedono la vittoria di forze politiche di centro-destra – Forza Italia, Lega Nord e l'allora MSI in transizione verso Alleanza Nazionale – che non affondano le proprie radici nella cultura della Resistenza. Con la scomparsa dei partiti nati dal CLN, il cambiamento non è solo politico, ma investe profondamente anche la memoria pubblica.

È in questo contesto che emerge l'appello a una "memoria condivisa", un concetto che mira a superare l'antifascismo, ormai etichettato non più come valore fondante, ma come elemento di divisione. La nuova memoria proposta si allinea a quella affermatasi in Europa dopo il crollo dell'URSS: neopatriottica e ferocemente antitotalitaria. Questo paradigma, però, si rivela molto asimmetrico: è schiacciato sull'anticomunismo ed equipara superficialmente i crimini del nazismo a quelli del comunismo. In Italia, inoltre, la destra lo utilizza per assolvere di fatto il fascismo, declassato a "totalitarismo imperfetto", spostando l'onere di "fare i conti con la storia" unicamente sugli eredi della tradizione comunista.

Questa nuova narrazione attacca frontalmente la memoria della Resistenza su più fronti. Innanzitutto, si tenta di equiparare la scelta etica dei partigiani a quella dei "ragazzi di Salò", invocandone la "buona fede" e il "patriottismo", pur essendo le loro idee di Patria diametralmente opposte. In secondo luogo, la Resistenza viene ridotta a una sanguinosa "guerra fratricida", una resa dei conti che avrebbe spaccato il Paese, come suggerito dal successo di libri come "Il sangue dei vinti" di Pansa. Infine, si attacca il suo valore politico, rintracciando negli accordi del CLN l'origine della "partitocrazia" e dei mali del sistema italiano, criticando non solo l'anima comunista della Resistenza, ma anche quella azionista. Il culmine di questo revisionismo è il tentativo di sostituire la festa della Liberazione del 25 Aprile con il 18 Aprile 1948, data della vittoria della Democrazia Cristiana sul Fronte socialcomunista, proposta come la "vera" data di nascita della democrazia italiana."

la rubrica
Liberazione 80: storie di montagna

"Liberazione80: storie di montagna" è una rassegna multidisciplinare che ripercorre, nell'anniversario della liberazione dal nazi-fascismo, la Resistenza veneta ed italiana. Viste le complessità geopolitiche e la rinascita dei totalitarismi che segnano questo periodo storico, legare la lotta della Liberazione a un movimento vivo può ispirare le lotte per la libertà e la giustizia anche nel presente

 

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