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Ambiente | 14 agosto 2025 | 18:00

L'epidemia di bostrico non è connessa solo a Vaia: al confine tra Francia e Svizzera, il problema dilaga senza tempeste di vento

Alpi, Monti Beschidi, Jura e tanti altri territori europei stanno sperimentando un notevole incremento dei danni causati dall'insetto, che sempre più spesso passa da una condizione endemica a una epidemica. Qual è la causa dell'odierna proliferazione?

Lo scorso anno, a metà agosto, mi è capitato di pedalare per un giorno intero in mezzo a boschi colpiti dal bostrico, l'ormai noto coleottero scolitide che attacca gli abeti rossi in condizioni di stress. Non mi trovavo sulle Alpi, in Val di Fiemme o Fassa, dove l'insetto negli ultimi anni ha colpito centinaia di ettari di peccete, ma sui Monti Beschidi, tra Slovacchia e Polonia. 

 

Oggi, esattamente un anno dopo, ho vissuto la stessa identica giornata, ma molto più a ovest, pedalando sul massiccio dello Jura, al confine tra Svizzera e Francia. Che cosa hanno in comune le Alpi orientali italiane, i Monti Beschidi e il massiccio dello Jura?

Indubbiamente la presenza massiccia di abete rosso, specie autoctona che tuttavia in passato è stata favorita e piantata anche oltre il proprio areale; ovviamente hanno in comune anche il bostrico, anch'esso autoctono in questi ecosistemi, dove si è evoluto proprio assieme all'abete rosso; non hanno però in comune il passaggio della tempesta Vaia, "l'innesco" della grande epidemia di bostrico nel nord-est. Che cosa ha portato allora il bostrico a proliferare ad est e ad ovest delle Alpi?

Questa domanda ci porta a ragionare su un terzo aspetto che questi territori hanno in comune, tra loro e con il Pianeta intero: il riscaldamento globale, fenomeno di chiara matrice antropica causato dalle nostre emissioni di gas climalteranti (nonostante l'agenzia per l'ambiente americana, su spinta dell'amministrazione Trump, sia arrivata incredibilmente a metterlo in dubbio).

La crisi climatica mostra il suo incedere attraverso tantissime e diverse interazioni con gli elementi del pianeta Terra. I media ci hanno abituati a parlarne in occasione di ondate di calore o di fenomeni meteorologici estremi, proprio come la tempesta Vaia. Ma il lento e costante aumentare delle temperature, di decimo di grado in decimo di grado, provoca mutazioni importanti anche nell'equilibrio delle specie viventi, compresi alberi e insetti. 

 

È così che, attraverso lunghe siccità e tempeste di vento sempre più frequenti e violente, porta l'abete rosso ad andare in crisi, perché il peccio, a causa delle sue radici superficiali, è poco resistente al vento e alla mancanza d'acqua. Così facendo favorisce il coleottero, che trova tantissimi abeti stressati di cui nutrirsi, ma anche stagioni più lunghe per prosperare e inverni meno freddi in cui sopravvivere facilmente. 

 

Ecco allora che Alpi, Monti Beschidi, Jura e tanti altri territori europei, a causa di un fattore o dell'altro, stanno sperimentando un notevole incremento dei danni causati dall'insetto, che sempre più spesso passa da una condizione endemica a una epidemica.

In Sottocorteccia - Un viaggio tra i boschi che cambiano, il libro che ho scritto a quattro mani con Pietro Lacasella, abbiamo riportato alcuni dati davvero impressionanti, raccolti da importanti entomologi: “Per il primo decennio del XXI secolo è stato stimato un aumento dei danni da bostrico in Europa pari a sei volte quelli registrati nel periodo 1971-1980, e un ulteriore aumento del 764% è previsto per il periodo 2021-2030".

 

Ma non c'è solo il bostrico e non c'è solo l'Europa. I "cugini" dell'insetto stanno incrementando ovunque, dal Canada alla Siberia, a danno di altre conifere.

 

"L'epidemia di bostrico nel Massiccio dello Jura è iniziata nel 2018 e si è intensificata significativamente nel 2023, proseguendo anche nel 2024 in particolare nell'Alto Jura", scrivono in un recente report le autorità forestali francesi, "si stima che circa il 20% della superficie ad abete rosso sia stata colpita".


Qui in Jura l'effetto visivo è un po' diverso rispetto ad alcune zone delle nostre Alpi. Molti boschi sono misti, e così gli abeti arrossati, grigiastri o bianchissimi (in base al tempo passato dall'attacco dell'insetto) sembrano graffi in mezzo al verde di faggi, abeti bianchi, aceri e sorbi. Ma come sulle Alpi è qualcosa che è impossibile non notare, che impressiona, che ferisce lo sguardo. 

 

È uno dei tanti segnali che la natura ci dà, mentre già lavora nell'occupare gli spazi lasciati liberi, grazie alla nuova luce che entra nel bosco e ai tanti semi presenti nel terreno. È un allarme rispetto a ciò che facciamo ancora troppo timidamente per mitigare la crisi climatica a scala globale. È anche un monito su ciò che dovremmo fare, attraverso la selvicoltura e la corretta gestione, per "guidare" le foreste verso strutture più resistenti e resilienti ma ancora capaci di generare servizi ecosistemici ed economia per i territori. 

 

Dai Monti Beschidi, alle Alpi, fino allo Jura, un messaggio che si ripete sempre uguale a sé stesso. Paesaggi diversi che ci interrogano, che è venuto il tempo di ascoltare.

il blog
Gli alberi e noi

Gli alberi ci accompagnano da sempre: per noi esseri umani hanno significato e tutt'ora significano casa, cibo, materia prima, medicina, energia, ma anche spiritualità, simbolismo, cultura...
Questo legame profondo e antico, tuttavia, non è affatto immutabile: cambia continuamente al modificarsi delle nostre società. Per questo è interessante osservare e provare a comprendere come viviamo il nostro rapporto quotidiano con gli alberi. In questo Blog il giornalista e dottore forestale Luigi Torreggiani, membro del Comitato scientifico de L'Altramontagna, lo fa attraverso aneddoti personali, racconti o analizzando fatti di cronaca. Un modo per tenere viva una connessione, quella tra gli alberi e noi, che rischiamo tanto di dimenticare quanto di caricare di stereotipi, precludendoci così uno sguardo lucido su elementi necessari per moltissimi aspetti della nostra vita.

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