Possiamo davvero distinguere tra frequentatori 'puri' e 'impuri' della montagna? François Cazzanelli: "Ciò che manca davvero, è una cultura delle terre alte, indipendentemente da come le si vive"

Chiacchierando con l'alpinista valdostano è emerso un aspetto cruciale: la responsabilità di chi possiede più strumenti e maggiore consapevolezza. Una guida alpina, un maestro di sci, un alpinista esperto non sono "utenti", non solo: sono, volenti o nolenti, mediatori culturali. Se manca una cultura diffusa della montagna, spetta a chi la conosce meglio il compito di trasmetterla

La guida alpina è la persona che, in montagna, indica la via da seguire. Fin da bambina, vivendo immersa nella neve ogni giorno, ero affascinata da quegli uomini tanto coraggiosi da oltrepassare il limite delle piste battute, portando i loro sci su pendii sconosciuti, più ripidi e innevati e su, più in alto, fino ai magnifici e spaventosi ghiacciai. Seracchi alti come palazzi, crepacci tanto profondi da sembrare buchi neri, venti gelidi a logorare la pelle.
Una parte di me ha sempre voluto esplorare quella montagna, ma io ero stata messa in mezzo alla neve per stare sulla pista battuta, tra una porta rossa e una blu. Mi piaceva disegnare curve precise, sentire gli sci correre veloci, ma quando dalla Bocchetta delle Pisse alzavo il mento verso la parete sud del Monte Rosa, sognavo di sporgermi, insieme a una guida alpina, dalla balconata della Capanna Regina Margherita.

Prima di oggi ho sempre percepito i nostri mondi (quello dei maestri di sci e quello delle guide alpine) come paralleli, ma estremamente lontani. Noi sciatori siamo i custodi della tecnica: trascorriamo le ore in montagna a perfezionare ogni singolo movimento. Per me, la ripetizione di un gesto tanto complesso non si è mai ridotta al solo obiettivo di andare forte in gara. Sciare bene, bene davvero, significa sapersi adattare a qualsiasi tipo di neve, saper gestire un improvviso cambio di pendenza; significa sì generare velocità, ma soprattutto saperla controllare. Significa anche imparare a riconoscere e affrontare emozioni e paure.
Avere il controllo di un paio di sci, per ogni bambino di nove, dieci anni, vale più di qualsiasi vittoria.
Mentre le nuvole veloci accarezzavano il rifugio più alto d’Europa, sentivo nel corpo una seduzione che non potevo capire, ma nelle linee pulite e senza sbavature dei miei giovani sci, ho sempre ritrovato quell’amor proprio che spesso, nell’infanzia e forse per tutta la vita, si smarrisce.
Il mondo sta cambiando e le montagne con lui. Oggi mi accorgo dell’urgenza di un dialogo aperto anche e soprattutto con quegli uomini che, seppur lontani, percorrono la nostra stessa strada e condividono la meta. Oltre allo sci alpino in pista, con un paio di sci ai piedi si possono praticare diverse attività: sci alpinismo, sci ripido estremo, freeride.
Oggi, purtroppo, percepisco una spaccatura netta, forse più profonda che mai, tra queste diverse discipline e le loro comunità. Un approccio culturale e sociale divisivo non alimenta la comprensione e l’accettazione di una possibile coesistenza, ma piuttosto l’infantile e controproducente battaglia su chi sia "migliore" o "peggiore" per la montagna. Si è diffusa una caricatura, un’immagine distorta e spesso snobistica, di quella fetta di turisti che evade dalla caotica città per sciare sulle piste ai piedi del Cervino, del Rosa, o del Bianco. Come se queste persone (che pure generano indotto economico e portano con sé aspetti positivi) fossero, da sole, un male da debellare, la rovina stessa della montagna. Tutto questo in nome di una presunta purezza, perduta da secoli per ragioni storiche, culturali e sociali ben più complesse, e che oggi si traduce in un atteggiamento escludente.

Per andare oltre le impressioni personali, ho chiesto a François Cazzanelli, alpinista, soccorritore e guida alpina:
Se dovessi essere brutalmente onesto: ci sono atteggiamenti che, secondo te, alimentano davvero questa divisione tra "puri" e "impuri" della montagna?
"Trovo sbagliato additare qualcuno a priori: nella mia esperienza ho visto comportamenti scorretti e comportamenti esemplari tanto tra i 'puri' quanto tra gli 'impuri'. Le regole della buona educazione dovrebbero valere sempre, a prescindere dall’attività praticata. È fin troppo semplice sostenere che lo sci alpino inquini più dello sci alpinismo: in realtà parliamo di ordini di grandezza diversi, un po’ come paragonare chi va allo stadio a chi frequenta la bocciofila. Ciò che manca davvero, alla base, è una cultura della montagna e del suo rispetto, indipendentemente da come la si vive. Ed è uno dei grandi nodi che la montagna del futuro dovrà affrontare".
Chiacchierando con François ho pensato a un altro aspetto cruciale: la responsabilità di chi, come noi, possiede più strumenti e maggiore consapevolezza. Una guida alpina, un maestro di sci, un alpinista esperto non sono "utenti", non solo: sono, volenti o nolenti, mediatori culturali. Se manca una cultura diffusa della montagna, spetta a chi la conosce meglio il compito di trasmetterla. Non con l’intenzione di ergersi a giudici morali, ma con la genuina volontà di offrire esempi concreti di rispetto, prudenza e misura nei comportamenti. Forse il vero discrimine, in un futuro non troppo lontano, non sarà più tra chi pratica un’attività anziché un’altra, ma tra chi consuma la montagna e chi intende custodirla.
Tuttavia, la percezione dominante è questa: chi frequenta le piste battute è spesso frainteso e attaccato a priori. Credo che ciò sia conseguenza del modus operandi con cui, oggi, raccontiamo la realtà: in maniera divisiva. Lo sciatore, il maestro di sci che risale i pendii con i diabolici impianti di risalita, che raggiunge le località alpine in automobile, che affolla le piste, che rende necessario l’innevamento programmato e, talvolta, è accusato di gravi disboscamenti, è il "cattivo" nella narrazione contemporanea della montagna. La guida alpina, considerata spesso l’unico vero montanaro superstite, enciclopedia del territorio, garante supremo della sicurezza, che offre attività alternative apparentemente non impattanti sull’ambiente, è senza dubbio il "buono" del racconto.

Per capire quanto questa immagine corrisponda alla realtà, ho chiesto a François:
Da bambina vedevo le guide come 'uomini coraggiosi oltre il limite delle piste battute'. Tu oggi, da guida alpina, cosa pensi di questa immagine quasi eroica? Vi fa bene o vi pesa?
"Questa cosa, oggettivamente, un po’ esiste. Secondo me però va a discapito della figura della guida, della categoria in generale. C’è qualche collega che se ne compiace, altri invece ne sono del tutto indifferenti. Io penso che questa immagine eroica sia un mito da esorcizzare: la guida alpina è una persona normalissima che fa un mestiere molto bello, con dei rischi e delle responsabilità. Ma non siamo dei supereroi, e non credo che questa percezione faccia bene né a noi né a chi si affida a noi".
Al di là delle responsabilità o delle giustificazioni, è fondamentale capire che le figure, professionali e non, che frequentano assiduamente la montagna dovrebbero esistere su paralleli sempre più vicini, anzi interconnessi, per trovare soluzioni concrete che permettano alla montagna di sopravvivere nella sua interezza.
È proprio da questa urgenza di confronto che nasce "Pista Battuta" e il dialogo con François. Un dialogo reso ancora più urgente dalla consapevolezza che i comprensori sciistici più a rischio, a causa delle diminuite precipitazioni nevose, sono proprio quelli a quote inferiori, privi del "cuscinetto" di un ghiacciaio. Qui, l’aumento anche di pochi decimi di grado ha un impatto significativo, sufficiente a trasformare la neve in pioggia e a causare uno scioglimento più rapido. Sebbene i ghiacciai stessi si stiano ritirando a un ritmo allarmante (il che rappresenta un grave problema a lungo termine anche per i comprensori glaciali), la loro presenza garantisce un ambiente di per sé più freddo che, anche quando non consente più lo sci estivo, permette spesso aperture anticipate in autunno, grazie al mantenimento dei nevai perenni e alla maggiore facilità nel produrre neve programmata.

Per capire quale responsabilità abbiano davvero le diverse figure che vivono e lavorano in montagna, gli ho chiesto:
Immagina un tavolo con impiantisti, maestri di sci, albergatori, ambientalisti e guide alpine: qual è la verità scomoda sulla montagna che diresti guardandoli negli occhi, anche a costo di passare per il 'cattivo'?
"La verità scomoda è che, oggi, in montagna, si vive di turismo. È inutile nasconderlo: le nostre Alpi sopravvivono grazie al turismo e, per fare turismo, in qualche misura l’ambiente viene inevitabilmente modificato o leso. Che tu preferisca lo sci in pista, lo sci alpinismo, o vada al Breithorn, a Cervinia ci arrivi in macchina e l’impianto lo prendi comunque: non si salva nessuno. Che si possa e si debba costruire un futuro più sostenibile è fuori discussione. La montagna, se vuole continuare a vivere, ha bisogno del turismo: nei paesi alpini ci sono centinaia di famiglie (dalle Alpi Marittime al Friuli) che di questo vivono, e ne hanno pieno diritto. Tutto può e deve diventare più sostenibile, certo. Mi fa però sorridere quando, durante alcune serate, c’è chi dice: 'L’Himalaya è preso d’assalto, gli Ottomila sono sporchi, cosa ne pensi?'. Penso che sia esattamente ciò che è accaduto anche qui. Dovremmo avere la presunzione di andare a insegnare ai nepalesi come utilizzare 'correttamente' le loro montagne, dopo aver consumato le nostre? Chi pensiamo di essere, degli dèi? No: siamo solo quelli che hanno commesso gli stessi errori prima di loro."

Di fronte a questo scenario, è inevitabile chiedersi quali vie concrete restino davvero percorribili. Le alternative radicali, se siamo sinceri, sono due.
La prima è utopica: rinunciare a gran parte del turismo ludico esploso sulle Alpi dal secondo Dopoguerra in poi e tornare a un’economia quasi solo pastorale. Per le valli alpine di oggi, con i numeri e le esigenze attuali, è una visione senz’altro romantica, ma irrealistica.
La seconda è una gestione molto più rigorosa degli accessi: distribuire meglio le presenze durante l’anno e limitare l’ingresso nelle aree più fragili. Questo però ha una conseguenza semplice: se arrivano meno persone, ma gli impianti e le stazioni devono comunque coprire i costi e restare in piedi, i prezzi devono per forza aumentare ancora. La montagna diventerebbe quindi più cara, più elitaria, non meno.
La terza strada è un compromesso: immaginare una montagna meno dipendente dal solo turismo, orientata verso un’economia più mista. Il turismo resta centrale, ma diventa una delle tessere di un mosaico più ampio, fatto di lavoro da remoto, servizi permanenti, micro-imprese radicate, iniziative culturali e sociali diffuse lungo tutto l’arco dell’anno. In questa prospettiva si inserisce anche l’idea di metro montagna: non una città in quota, ma un sistema integrato di trasporti, connessioni digitali e servizi essenziali che riduce la distanza tra valli e pianura, permettendo a chi vive in montagna di accedere a opportunità urbane senza doverla abbandonare. È una visione che può attenuare la monocultura turistica e rendere più solide le comunità, ma che porta con sé anche la possibilità di importare modelli urbani e nuove pressioni immobiliari, rischiando di trasformare i paesi in dormitori per lavoratori da remoto più che in luoghi realmente abitati. Più che una ricetta pronta, la metro montagna può essere letta come un’occasione da maneggiare con cautela, ma che, se guidata dalle comunità locali e da politiche attente ai limiti ambientali e sociali, può contribuire a costruire una montagna più viva, abitata e meno dipendente dalle sole stagioni del turismo.
Torno a immaginare quegli uomini coraggiosi lassù, sulle vette più alte del Monte Rosa, mentre avanzano cauti sullo stesso ghiacciaio che nutre le piste su cui noi sciatori, qualche migliaio di metri più in basso, possiamo ancora sciare. Confido in un dialogo e in un aiuto vicendevole tra sciatori e uomini d’alta quota, perché serve la massima collaborazione per permettere alla montagna, e a chi la abita e la vive, di continuare a esistere.
Consapevoli che i paesaggi bianchi dei nostri ricordi, sciolti a poco a poco come un gelato al sole, resteranno vivi in quella dolceamara malinconia dell’infanzia perduta.

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.













