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Sport | 15 dicembre 2025 | 18:00

"Sempre più persone scelgono la montagna. Proprio per questo è fondamentale insistere su comportamento, responsabilità e spirito civico". A tu per tu con Paolo De Chiesa, per disegnare traiettorie che guardano al futuro

Grazie alle sue risposte ho provato a capire se, e come, è ancora possibile tracciare una traiettoria nostra, senza rinnegare la pista da cui siamo partiti: la loro. Paolo De Chiesa è salito 12 volte sul podio in Coppa del Mondo in slalom speciale e ha ottenuto 52 piazzamenti nei primi 10. Dopo il ritiro è diventato giornalista sportivo. Dal 1993 è commentatore Rai per le competizioni di sci alpino

Quando mi raccontano degli anni Settanta m’invade la nostalgia. Una dolce malinconia per un’epoca non vissuta. Mi rifugio in un tempo non mio e baratto il presente con gli echi di un’epoca d’altri. Mi nutro di ricordi rubati, di nevi mai sciate, di leggende che non mi appartengono.

 

Quando mi raccontano degli anni Settanta qualcosa si muove dentro. E sento di aver perso la mia occasione per amare quelle montagne. Le vivo attraverso altri amanti: fedeli, appassionati, intimi. Loro che l’hanno conosciuta con la pelle più giovane e i fianchi più morbidi, tondi, bianchi come un abito da sposa. Una promessa fatta, ma non ancora consumata.

 

Quando mi raccontano degli anni Settanta mi sento una traditrice pentita. Cerco, in Paolo come in altri, il coraggio di chi ha saputo restare fedele a sé stesso e alla sua amata: una montagna stanca, abusata, spogliata di ogni incanto, ma sempre vera e meravigliosa.

 

La amo quando è dolce e quando è severa, quando si staglia sul cielo, oltre le nuvole, e quando il vento le scompiglia le cime. Mi piacciono anche i suoi versanti più bui, soprattutto i più bui, che trascorrono lunghe ore al freddo pur di custodire la neve. Sento di averla lasciata sola nel momento del bisogno. Credevo di rispettarla scendendo in pianura, prendendo le distanze. Così l’ho dimenticata. E mi sono persa.

 

Quando sento la tentazione di rifugiarmi negli anni Settanta, cerco invece di essere figlia della mia epoca. Ma nel tentativo di lottare per ogni causa, ho finito per lottare solo contro la voglia di sdraiarmi sul divano. Come la ruggine ha corroso i miei sci, così l’incapacità di agire ha logorato il desiderio di difenderla. Il corpo era bloccato sotto una melma d’ingiustizia.

 

Quando penso agli anni Settanta comprendo che un amante leale è sempre perdonato e ha sempre una ragione per tenere la testa fuori dal pantano, rivolta verso l’alto: alle montagne.
Quando provo nostalgia per gli anni Settanta, guardo il documentario La Valanga Azzurra, capolavoro di Giovanni Veronesi, e trovo la forza per tornare in pista: al mio posto, sui suoi fianchi.

 

Nella pellicola di Veronesi, grandi campioni come Gustav Thöni disegnano paletti rossi e blu con i pastelli. Mi domando se i bambini che portiamo a sciare oggi abbiano mantenuto la tradizione e la voglia di disegnare il proprio percorso.

Da bambina, in estate, indossavo sempre i calzoncini corti. Ogni volta che mi sedevo, l’orlo del pantalone risaliva di qualche centimetro mostrando la coscia destra. Era cosparsa di nei, e io giocavo a inventare uno slalom tra loro, tracciando il percorso con l’unghia del pollice, lasciando un disegno sulla pelle. A metà percorso c’era una lunga curva verso destra. Crescendo, insieme alle mie curve tra i pali, sono cambiate anche le linee sulla mia coscia. Avevo imparato ad anticipare le curve più angolate e raddrizzare quelle dritte. Quella coscia è sempre stata una mappa su cui imparare a individuare la traiettoria corretta. Paolo De Chiesa è salito 12 volte sul podio in Coppa del Mondo in slalom speciale e ha ottenuto 52 piazzamenti nei primi 10. Dopo il ritiro è diventato giornalista sportivo, prima a Telemontecarlo e poi come collaboratore di varie riviste specializzate. Dal 1993 è commentatore Rai per le competizioni di sci alpino.

 

Di Paolo ho conosciuto prima la voce. D’inverno, in casa, la tv era sempre sintonizzata sulle gare, mio padre le registrava su videocassette VHS, in modo che potessimo vederle tutti insieme, in famiglia, dopo gli allenamenti miei e di mia sorella. Ricordo bene quelle discese raccontate da lui. La voce di Paolo riempiva la stanza: la ricordo calda, limpida e incalzante, come se su quegli sci corresse ancora lui. La bambina che ero ha vissuto l’illusione di aver conosciuto il campione. La donna che sono oggi, negli ultimi minuti del documentario, ha intravisto l’uomo. Non spetta a me, qui, raccontarvi l’accaduto: per questo c’è il documentario, e la riservatezza che Veronesi ha voluto mantenere.

"Ha fatto come Rambo, si è allenato da solo, giorno e notte, contro il parere di tutti. Alla fine, ce l’ha fatta, è tornato sul podio dopo tre anni, a Madonna di Campiglio, in uno slalom vinto da Mahre e secondo Stenmark. E al traguardo lui, seduto accanto a Gros, a piangere. Quella è l’immagine che mi piace ricordare quando penso a De Chiesa: l’immagine di un vincente". Giovanni Veronesi

 

Quando mi raccontano degli anni Settanta provo gratitudine per quei ricordi donati senza pegno. Non avrei trascorso tanto tempo a perfezionare lo slalom tra i nei, senza la sicurezza che, se lo vogliamo davvero, tutti noi abbiamo la possibilità di tracciare un percorso nostro. Non sarei a scrivere questa rubrica, se non mi avesse travolto la forza di una valanga: la Valanga Azzurra.

Oggi ho l’occasione di parlare con Paolo. Io mi sono proposta, lui ha accettato. Mi ha lasciato un messaggio vocale su WhatsApp e, in quel momento, una morsa mi ha stritolato lo stomaco: stavo per confrontarmi con un campione. Grazie alle sue risposte proverò a capire se, e come, è ancora possibile tracciare una traiettoria nostra, senza rinnegare la pista da cui siamo partiti: la loro.

 

Nel mio ricordo la neve è una lingua: la si ascolta prima di parlarla. Ricordi il momento in cui hai capito di parlare la stessa lingua della neve? C’è un suono o un’immagine precisa che porti ancora con te?

 

I suoni della neve, per me, sono tanti e diversissimi. Il primo, quello che porto nel cuore, è il sussurro della neve fresca: ovattato, soffice, come il respiro del mondo. È il suono che preferisco, perché lo sci in neve fresca ai miei occhi è il vero sci. Da bambino ho sciato quasi solo così, immerso in quel dolce bisbiglio, dove ogni pensiero si fa lieve e la realtà si trasforma in sogno. Ma dentro di me abitano molti altri suoni della neve, legati a ricordi lontani. Soprattutto quelli del ghiaccio. Mi sono allenato sul ghiaccio, ho gareggiato quasi sempre su quel fondo duro: lì il suono cambia natura, è un colpo netto, violento, forte. È quasi il contrappunto dell’altro: se la neve fresca è leggerezza, sogno, fantasia e mille cose insieme, il ghiaccio è impatto, durezza, un rimbombo che ti attraversa. Il ghiaccio fa rumore, la neve produce suono. Lo sci, per me, è stato a lungo agonismo puro: allenamenti, gare, tempi, rigore e concentrazione. Oggi, invece, il mio sci è un’altra cosa: un connubio di suoni e silenzi, di pensieri liberi, di freschezza, spensieratezza e fantasia.

 

 

Oggi c’è chi lavora nella filiera della neve e sente un disagio simile al mio: ama lo sci, ma fatica a riconoscersi in certe dinamiche commerciali o mediatiche. Che cosa diresti a chi si trova in questa situazione?

 

Gli direi di accettare che lo sci di oggi esiste grazie alla tecnologia (impianti, innevamento programmato) e di non viverlo come un senso di colpa, ma come un dato di realtà. Senza neve programmata, con l’affluenza attuale, da almeno vent’anni scieremmo pochissimi giorni l’anno, con piste esaurite e impraticabili nel giro di poco. Per me l’innevamento programmato è uno strumento, al pari di altri mezzi che usiamo nella vita quotidiana. Gli impianti, così come le auto, i treni, gli aerei, sono tutte tecnologie che impattano sull’ambiente, ma che fanno parte del nostro modo di abitare il mondo. Se volessimo rifiutare in blocco questo principio, per coerenza dovremmo rimettere in discussione quasi ogni spostamento per piacere. Il nodo non è smettere di sciare per senso di colpa, ma esigere (da noi stessi e dal sistema) il massimo rispetto per la montagna: scelte più sobrie, spirito civico, attenzione concreta agli impatti. Continuare a sciare, sì, ma con coscienza e consapevolezza.

 

 

Se oggi potessi decidere la linea editoriale di una trasmissione sullo sci, quale spazio daresti ai temi ambientali e sociali, evitando che il programma diventi un tribunale accusatorio?

 

Se oggi potessi delineare la linea editoriale di una trasmissione sullo sci, ai temi ambientali e sociali darei uno spazio fisso, con un taglio più educativo che accusatorio. Il rispetto per la montagna, per me, è un valore imprescindibile, ma non è un’idea astratta: significa, molto concretamente, non affrontare vie ferrate in ciabatte, non salire in quota solo per un selfie mettendo a rischio sé stessi e chi soccorre, non trattare la montagna come una scenografia da consumare. Dedicherei una parte del programma a ricordare che è un ambiente complesso e delicato, meraviglioso proprio perché richiede consapevolezza, preparazione, misura. Viviamo in una società di grandi masse in movimento: sempre più persone scelgono la montagna, anche alla luce dei cambiamenti climatici, e questo, in sé, è un segnale positivo. Proprio per questo è fondamentale insistere su comportamento, responsabilità e spirito civico. In fondo, tutto si riassume nel rispetto per la montagna e per gli altri, e non bisogna stancarsi di informare e sensibilizzare, sempre per aiutare, non per giudicare.

 

 

Se dovessi lasciare in eredità alle nuove generazioni di sciatori e di persone di montagna tre soli principi (non consigli tecnici, ma regole di vita sulla neve) quali sarebbero?

 

Direi che, se dovessi sintetizzare tre soli principi di vita sulla neve, sarebbero questi:

 

1) La prudenza
Prima di tutto la prudenza: da essa nasce ogni altro comportamento corretto o, quantomeno, accorto. La montagna può essere un’amica straordinaria, ma diventa una nemica implacabile se mancano buon senso e rispetto. In questo senso, la prudenza è una forma alta di intelligenza.

 

2) La passione, nutrita dalla conoscenza
Coltivare una reale passione per la montagna, imparando a conoscerla per amarla e quindi rispettarla. Non è solo un luogo di svago, ma un patrimonio prezioso e fragile, che va custodito e preservato.

 

3) L’augurio del divertimento vero
Ai ragazzi degli sci club augurerei di poter vivere lo sci in un sistema meno esasperato dagli eccessi e dall’esaltazione. Lo sci dovrebbe restare, prima di tutto, un divertimento e un modo per sentire la montagna, non solo una sequenza di pali e di tempi al centesimo. Vorrei che non perdessero la capacità di alzare lo sguardo e accorgersi davvero del luogo in cui stanno sciando.

Quando mi raccontano degli anni Settanta sento che, ora, proprio da quelle scie lontane, può ripartire la nostra traiettoria: fatta di passione, divertimento e voglia di alzare lo sguardo verso le montagne, disegnando, finalmente, i nostri ricordi.

la rubrica
Pista Battuta

Pista Battuta vuole essere uno spazio super partes per guardare lo sci alpino nell’epoca che stiamo vivendo. Lo faremo con interviste e dialoghi aperti: allenatori e atleti di Coppa del Mondo, presidenti di comprensori, maestri, guide alpine, tecnici della neve, climatologi e anche artisti. Chiederemo cosa sta davvero cambiando in montagna, quali sono i costi nascosti, quali le opportunità reali, dove si sta esagerando e dove, invece, si può correggere la traiettoria.

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